… perché
il fattore limite in volo rovescio si ottiene dalla semplice
applicazione della formula … bla, bla, bla.
… il diagramma di manovra del velivolo
in rapporto alla forza gravitazionale terrestre … bla, bla, bla.
… l’effetto della raffica modifica le
azioni sulle strutture del velivolo nell’atmosfera … bla, bla, bla.
Distesa sul
mio letto ascolto distrattamente la voce di Mike, il mio ragazzo da ... da
praticamente sempre, che continua a propinarmi il discorso della sua tesi da
almeno due ore.
Ormai questa lagna
sembra essere diventata la colonna sonora di una calda domenica pomeriggio di
inizio Settembre. E dei due giorni che l’ hanno preceduta. Per non parlare
dell’intera settimana prima.
Mike si
laureerà in ingegneria aerospaziale tra qualche giorno. E’ teso da far paura,
pignolo da rasentare il ridicolo e pretende che io ascolti ogni volta il suo
discorso per capire, dalle mie espressioni, se funziona oppure no.
Il problema è
che nulla potrebbe essere più lontano dai miei interessi e dalle mie conoscenze
quanto la materia che sta trattando. Di conseguenza, le mie espressioni non
fanno che urtarlo.
Sono anch’io
all’ultimo anno di Università. Il mio corso di Laurea in lingue e letterature
straniere, che ho avuto il permesso di frequentare solo con la promessa di entrare, poi, a far parte
dell’azienda di famiglia, creata dal nonno del nonno di mio nonno, e che si
occupa di circuiti stampati, è
nettamente più interessante di tutti quei paroloni e formuloni che sento usare
da Mike e che, per me, equivalgono ad aria fritta.
Anche per
questo, perché non posso fare a meno di farglielo notare, Mike finisce
puntualmente per arrabbiarsi con me ogni santissimo giorno.
«Bella! Bella
mi stai ascoltando? Possibile che non te ne freghi niente della mia tesi? » sbotta furibondo dopo
l’ennesimo sbadiglio che non so trattenere.
Con uno
stiracchio mi sollevo di malavoglia dal letto e mi porto sul bordo del
materasso.
«Mike, Mike, scusami … lo sai che io non ci
capisco niente di ‘sta roba! Dovresti fare pratica con Jake non con me! Te l’ho
detto da mo’ che non avrebbe funzionato …»
«Ti chiedo
solo di condividere questo momento fondamentale della mia vita!E’ forse troppo
per te?» mi urla contro, scaraventando a terra il plico di appunti che teneva
in mano.
Ha
evidentemente i nervi a fior di pelle. Di solito è un ragazzo pacifico e molto
a modo. Fin troppo.
«No, no … dai
vai avanti. Ti ascolto … ti ascolto sempre lo sai»
lo tranquillizzo alzandomi pigramente.
Cercando
invano un po’ di aria, mi avvicino alla finestra aperta che dà sul giardino di
casa.
Mentre Mike, completamente
incurante della mia espressione sconsolata, ricomincia daccapo il suo monologo
gesticolando al pari di un oratore romano al Foro, spalanco le tende e mi siedo
sul davanzale lasciando le gambe a penzolare nel vuoto. E’ un’abitudine che ho
fin da quando ero bambina e che ha regalato diversi tuffi al cuore ai miei
genitori.
E più di
qualche punizione a me. Ma non ho mai smesso di farlo.
La vista da
quassù è davvero meravigliosa e, ogni volta, mi lascia senza parole. Da qui posso
ammirare le colorate aiuole, l’ordinato vialetto di ghiaia, il candido marmo
della fontana e i maestosi alberi in lontananza.
La sensazione
di pace che mi regala questo panorama, unito al dondolio delle mie stesse gambe,
è impagabile e inspiegabile.
Con gli occhi
pieni di questa visione, riesco quasi ad isolarmi e Mike diventa di nuovo un
ronzio di sottofondo. So che non è corretto trattarlo così, ma non ci posso
fare niente. Mi viene automatico, quindi, forse, posso essere considerata un
pochino meno colpevole. O almeno meno stronza.
Lascio lo
sguardo vagare tra l’azzurro e il verde, lo poso distrattamente sul percorso di
ghiaia e lo seguo fino in fondo, fino al gazebo dove solitamente ci riuniamo
per il barbeque o per qualche festa tra amici.
Ed è in quel
momento che cambia la mia vita.
Lo vedo.
Spunta da
dietro le tende leggere del gazebo. Ha in una mano un sacco di terra e
nell’altra diversi attrezzi da giardinaggio riuniti in un’unica presa, Dio solo
sa come.
Alle orecchie porta degli auricolari che,
evidentemente, gli rimandano qualche tipo di musica perché le labbra,
seminascoste da una folta barba, si muovono e il passo sembra cadenzato da un
piacevole ritmo.
Avanza sul
vialetto nella mia direzione. E’ la cosa più bella che abbia mai visto in vita
mia.
Raccolti in
una sottile e attillata maglietta bianca, i suoi bicipiti sono tesi per lo sforzo
nel portare il peso tenuto dalle mani.
Passo dopo
passo, i pettorali tirano la stoffa leggera dando una vaga idea del fisico
asciutto e perfetto che viene celato alla mia vista.
Le gambe sono
fasciate da un paio di jeans sgualciti e sporchi di terra sulle ginocchia;
sembrano stretti ma, forse, sono le gambe a essere troppo muscolose per loro.
Ai piedi calza degli anfibi neri slacciati.
E’ vero, ho
sempre ammirato il panorama regalato da questa postazione. Ma oggi, quello che
ho davanti agli occhi, è qualcosa di davvero potente.
Sono
completamente imbambolata da questa visione.
Non sono mai
stata una sostenitrice del voyerismo, ma ditemi dove devo firmare per entrare
seduta stante nel club.
Lo sconosciuto Adone poggia il sacco a terra e
alza lo sguardo al cielo. Sul viso dai lineamenti morbidi spicca, illuminata
dal sole, la folta barba dorata che lo fa somigliare ad un boscaiolo.
Dopo aver
sorriso alle nuvole ed intonato chissà quale verso di chissà quale canzone, lo
vedo togliersi il cappellino da baseball che fino a quel momento copriva la
parte superiore del capo e del volto.
Con una mano
ravviva i splendidi capelli biondo rame e, poi, si accarezza la fronte per
asciugare le perle di sudore.
Il mondo
intorno scompare. Mike scompare. Gli alberi, il vialetto e i fiori scompaiono.
Il cielo sopra di me scompare.
I miei occhi
vedono solo lui. L’unica consapevolezza che ho, al momento, è la sua esistenza
su questa terra.
Un’improvvisa
vampata di caldo mi arrossa il viso e si espande fino alla pancia. E più giù,
nelle viscere.
Come
richiamato da un grido che non emetto, il suo sguardo si poggia su di me.
E’ sufficientemente
vicino per farmi notare i suoi occhi
chiari che mi danno il colpo di grazia.
Le mie gambe
non dondolano più e credo di avere la bocca spalancata, forse, da diverso tempo
vista la sua secchezza.
Il cuore mi
pulsa nelle tempie e devo aggrapparmi forte allo stipite per non perdere
l’equilibrio e cadere di sotto.
Sto
sperimentando qualcosa che si avvicina molto
all’orgasmo, sicuramente il più alternativo di tutta la mia vita.
Ignaro di
quello che mi sta facendo, l’uomo sconosciuto accenna ad un saluto con la mano che
tiene il cappellino.
Non ho la
forza né la lucidità per rispondere. Resto inchiodata a lui, al momento che sto
vivendo, alle sensazioni che il mio corpo mi sta rimandando.
L’educazione, a cui ha sempre dato tanta
importanza mia madre, è evidentemente andata a farsi friggere con la mia
ragione. Un duo fenomenale. Una garanzia.
E’ Mike a
risvegliarmi da questo torpore estatico.
Sento la sua mano
pesante poggiarsi sulla spalla e poi allungarsi verso il collo in una carezza prepotente
che non gli riconosco.
Anche lui sta
guardando l’uomo del giardino.
Sembra
salutarlo con un cenno del capo avvicinando ancora di più il suo corpo al mio,
come in una manifestazione di possesso.
Resto di
sasso quando mi volta la testa con durezza e mi bacia con una passione che non
mi ha mai regalato prima.
Sono così
infastidita da questo suo gesto che vorrei schiaffeggiarlo. Ma la prima cosa
che mi viene da fare è spingerlo via di forza, scansare le sue labbra e cercare
gli occhi dello sconosciuto.
Vorrei
scusarmi, vorrei dirgli che non volevo.
Che mi dispiace. E che, a dirla tutta, volevo la sua bocca a divorarmi.
Ma non trovo
i suoi occhi.
Nessun Adone,
nessuno sconosciuto, nessun boscaiolo. Non c’è più nessuno in questo giardino.
«Si può
sapere cosa cavolo ti prende? » rimprovero
Mike alterata, mentre salto giù dalla finestra e mi posiziono mani ai fianchi
davanti a lui.
«Perché, non
posso forse baciare la mia ragazza? »,
ribatte gonfiandosi il petto come un ridicolo gallo.
«Non dire
cazzate Mike, ti conosco da quando avevamo cinque anni e non hai mai fatto una
cosa del genere …»
«mi andava
ok? » replica agitando le mani per aria facendomi capire che per lui sto
parlando a vanvera.
«No, ok un
bel niente» lo gelo
rifilandogli lo schiaffo che gli avevo risparmiato qualche istante prima.
Non ho mai
colpito nessuno in vita mia, non ho mai avuto un gesto di stizza neanche nelle
tante occasioni in cui ho discusso con lui o con i miei genitori. Mai. Ho
sempre saputo controllare e gestire la rabbia e le emozioni.
Sempre. Tranne
oggi, a quanto pare.
E per di più
sono assolutamente certa che è stata la cosa più giusta da fare. Pentimento
zero.
Lo lascio
impietrito e scendo alla ricerca di mia madre. Lei mi spiegherà. Lei deve
spiegarmi.
La mia
priorità assoluta, adesso, è sapere chi è Lui.
***
In preda ad una
strana euforia, giro per casa guardando stanza per stanza. Cucina, camere
,bagni, ma di mia madre nemmeno l’ombra.
So che sarà
inutile, ma provo a chiedere a mio padre, seduto sul divano e intento a leggere
il giornale, se sa per caso che fine ha fatto Charlie, il nostro storico giardiniere. Di solito era
lui che vedevo dalla mia finestra.
Come
prevedibile papà non mi dà troppa bada e bofonchia qualche risposta
incomprensibile.
«si vabbè
papà … non importa».
Decido di
lasciar perdere questa sterile fonte di informazione e mi dirigo verso l’ultimo
posto che avevo in lista e l’unico che avrei preferito evitare per non
rischiare di imbattermi, completamente impreparata, ancora in Lui.
Avvicinandomi
alla porta sul retro, sento la voce di mia madre. E’ intenta a cantare una
canzone, e seguendo la dolce melodia, la trovo accovacciata a terra ai piedi
della scale mentre sistema un’aiuola.
«Bella, avete
finito di studiare?»
chiede appena nota la mia presenza.
«Mamma era
solo Mike a studiare, io mi stavo semplicemente sfracellando le scatole …»
«Bella! Non
dovresti parlare così …»
mi rimprovera severa interrompendo il suo lavoro.
«Ok, ok hai
ragione. Scusami» con le
mani alzate in segno di resa, faccio del mio meglio per sembrare sinceramente
dispiaciuta. Devo tenerla buona, non posso giocarmela proprio adesso.
«Senti mamma
…» inizio con fare innocente, mentre ritorna a concentrarsi sulle foglie secche
delle margherite.
«Dimmi cara …» risponde con noncuranza.
«Ma …
Charlie, che fine ha fatto? E’ da qualche giorno che non lo vedo».
«Oh povero Charlie
.… », mi stupisce un po’
con la sua espressione addolorata, «è rimasto completamente bloccato con la
schiena. Era da una settimana che lo vedevo zoppicare, ma, solo un paio di
giorni fa, ha avuto il coraggio di dirmi che stava male e che non avrebbe
potuto venire a prendersi cura del giardino per qualche giorno»
«Oh, mi
dispiace tanto …» rispondo lasciando la frase a metà per darle modo di
continuare.
«Gli ho detto
di non preoccuparsi, ma lui ha insistito per mandare il figlio a fare il suo
lavoro finché non si sarà rimesso in forze …»
Aspetta.
Aspetta!
«Charlie ha
un figlio? » chiedo
completamente spiazzata dalla rivelazione. Conosco Charlie da quando sono nata
e non ho mai saputo che avesse un figlio. Quel
figlio. E’ roba da matti. Ma in che mondo vivo?
«Si cara.
Avrà più o meno la tua età, forse un anno di più, non lo so di preciso»
«Ah, non lo
sapevo proprio » insisto
fingendo un pacato disinteresse e iniziando a torturare i fiori assieme a lei.
«Sembra un
bravo ragazzo, ha fatto un ottimo lavoro oggi. L’ho osservato attentamente e mi
piace.»
Vorrei dire a
mia madre che l’ho osservato piuttosto bene anch’io e che piace molto anche a
me. Tuttavia, ho come la sensazione che sarebbe un tantino azzardata come
confessione in questo momento.
E menomale
che ho avuto l’illuminazione di tenere la bocca chiusa perché, alle nostre
spalle, sentiamo dei passi pesanti sulla ghiaia, di anfibi, certamente.
Ci voltiamo
all’unisono e di fronte a noi, eccolo. Se possibile, ancora più bello visto
così da vicino.
« Signore,
buongiorno.»
Oddio, che voce. Adesso muoio. E’ giunta la mia ora, non c’è niente
da fare. Ho le palpitazioni. Sudori freddi e un rigolo lungo la schiena che
scende dentro ai miei jeans. E un caldo infernale, ovunque.
Sono certa di
arrossire all’istante, di nuovo. Tento di camuffare malamente l’imbarazzo
concentrandomi ancora sulle margherite e le loro disgraziate foglie.
«Ciao Edward
hai finito per oggi? » lo
saluta mia madre con un sorriso smagliante. Possibile che stia civettando con
lui? Non voglio neanche pensarci eppure, l’espressione sbarazzina che colgo sul
suo volto mentre la guardo di sottecchi, mi infastidisce non poco. E’ assurdo
che io sia gelosa di mia madre. E’ assurdo che io sia gelosa di lui!
«Si signora,
se per lei va bene io ora me ne andrei » risponde l’Adone ricomparso.
Uno strano
rumore mi fa alzare di riflesso lo sguardo e lo vedo pulirsi le mani sui jeans
con pacche sonore.
«Piacere, io
sono Edward, il figlio di Charlie. Tu devi essere Isabella» si presenta porgendomi la
mano.
Cerco di
raccogliere i pochi pensieri decenti che rimangono nella mia mente, li metto in
fila ordinata per due e, senza proferire parola perché è meglio così, allungo a
mia volta la mano.
Quando le
nostre dita si sfiorano provo lo stesso vizioso caldo di poco fa. Quello che
arriva particolarmente in basso e in profondità.
Sorpresa
dalla scomoda sensazione, vengo scossa da un lieve sussulto, ma non faccio in
tempo a sottrarmi dalla sua stretta. Non me ne lascia né il tempo, né la
possibilità.
Questo ragazzo è una calamita per i miei
sensi, il mio corpo e la mia mente.
«Si, Isabella.
Lei è Isabella» risponde spazientita mia madre, mentre le nostre mani
continuano a stringersi.
Aggiungendo
imbarazzo all’imbarazzo, dopo essermi schiarita la voce con un colpo di tosse e
aver sciolto la stretta delle sue dita, non mi resta che confermare «scusami,
si sono Bella. Piacere di conoscerti».
«Piacere mio » ribatte lui apparentemente
non turbato dalle circostanze e, da sotto la barba, vedo le labbra incurvarsi
in uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto.
«Ok qui
abbiamo finito» conclude mamma
riassestandosi la gonna e invitandomi con gli occhi a rientrare in casa.
«Certo,
arrivederci Edward» mi
congedo poco disinvolta e inizio a salire un paio di gradini.
«A domani
signora. Bella» saluta
lui.
«Oh Edward … senti volevo chiederti …» lo blocca mamma.
«Si signora
dica»
«Sabato
prossimo daremo una festa qui in giardino, quindi ci sarà del lavoro extra da
fare.»
Mi arresto
anch’io di colpo. Non sapevo avessimo feste in programma. Mia madre, da questo
punto di vista, è imprevedibile. Ogni occasione è buona per organizzare qualche
aperitivo o cena e, generalmente, ci mette a conoscenza delle sue idee solo
quando il progetto è ben che avviato. Ma, stavolta, un sesto senso mi avverte
che devo preoccuparmi. Sarà che il tono della sua voce è particolarmente
elettrizzato. Sarà stato lo sguardo illuminato che mi ha dato prima di
richiamare Edward. O sarà che sto diventando paranoica.
«Non ci sono
problemi, lei dica di cosa avrà bisogno e io eseguirò» risponde Edward, molto cordialmente.
«Grazie
mille. Anzi, mi farebbe piacere se partecipassi anche tu al party di laurea di
Mike e … », pausa
d’effetto, «… del fidanzamento dei nostri ragazzi …» conclude estasiata, rivolgendomi uno sguardo dei
più amorevoli che io ricordi.
Sgrano
d’impulso gli occhi e con voce stridula interrompo il suo idillio.
«Il
fidanzamento di chi scusa? »
«Oh Signore! » urla lei portandosi le mani alla
bocca, quasi a voler riportare dentro di forza il suono che ha prodotto poco
fa.
«Mamma! » la incalzo furibonda, mentre
Edward ci guarda perplesso ed esitante.
«Pensavo Mike
ti avesse accennato qualcosa … scusa scusa scusa tesoro… fai finta di non aver
sentito niente … ti prego ti prego ti prego … »
ripete mentre conclude la rampa di scale ed entra in casa.
Ed io resto
così, come una perfetta cretina a guardare la porta che si chiude e la sua
ombra giuliva che si allontana nel corridoio di casa.
«Tutto … bene?
» sento la voce di Edward
alle mie spalle. Stavolta è piuttosto titubante.
Giuro che
voglio rispondere, non so perché ma anche adesso voglio spiegargli che non ne
sapevo niente e che nemmeno lo voglio un fidanzamento ufficiale. Né con Mike,
né con nessuno.
Ma non riesco
a dire niente. L’attacco di panico che mi prende ha la meglio su tutto.
L’aria inizia
ad entrare a fatica nei polmoni. Mi sento soffocare.
Mi porto d’impulso
le mani alla gola e, persa in un vortice di paura e angoscia, cerco disperatamente
il suo sguardo alla ricerca di aiuto.
Sono certa che
sto per morire. Stavolta davvero. E’ finita qui per me, sulle scale di casa davanti ad uno
sconosciuto. E’ la seconda volta che mi sento morire in pochi minuti e sempre di
fronte a lui. Ma adesso è dannatamente più realistico.
Le gambe mi
tremano ed iniziano a cedermi. Edward si sta avvicinando a grandi passi, credo
abbia colto il mio smarrimento.
E’ proprio
quando sto per cadere in ginocchio che mi prende le braccia e me le stringe
forte, permettendomi di restare in piedi e mantenere uniti i pezzi in cui sento
di sfracellarmi.
«Va tutto
bene Bella, va tutto bene. Respira …»
mi invita con voce calma e risoluta cercando di incanalare la mia attenzione
sul suo volto.
Scuoto la
testa disperata, annaspo, sempre più in preda al terrore. Emetto dei suoni
gutturali orribili, mentre cerco di trovare uno spiraglio nella mia gola. Le
lacrime mi allagano gli occhi.
D’improvviso,
le sue mani grandi ed energiche mi avvolgono il viso e inchiodano con fermezza
i miei occhi ai suoi.
«Guardami
Bella. Guardami » mi
invita deciso, avvicinando sempre di più i nostri volti. I nasi si sfiorano, ma
io non sento nemmeno il profumo della sua pelle. Non sento niente!
Cerco di fare
quello che mi dice, cerco di guardarlo, ma le lacrime che non vogliono scendere
mi appannano la vista.
Lo prendo per
le spalle e stringo forte per dar voce all’urlo che dalla gola non esce.
«Così brava …
adesso passa … avanti … ».
Le lacrime
iniziano a rigarmi il volto. Continuo a guardare fisso nel punto dove credo si
trovino i suoi occhi e, lentamente, inizio a scorgere quell’ azzurro meraviglioso.
Finalmente un
filo d’aria penetra la barriera che qualcosa di assolutamente incomprensibile
ha costruito dietro le mie labbra.
Con grazia e prontezza,
mi guida verso il basso e ci ritroviamo in ginocchio sulla ghiaia, uno di
fronte all’altra.
«Così, brava.»
Mentre piango,
sopraffatta dalle emozioni, affondo il volto nel suo petto e spalanco la bocca per
inghiottire l’aria che ora non trova più ostacoli.
Anche il suo
profumo, adesso, entra di prepotenza nei mie polmoni. E’ un odore buono,
giusto, di uomo.
Edward, lo
sconosciuto che si è preso cura di me in questa penosa circostanza, mi
accarezza i capelli.
E io mi sento
a casa.
«E’ passato.
E’ passato».
La sua voce mi
riaccompagna dolcemente verso la realtà.
«Scusami» riesco finalmente a dire dopo
diversi minuti, mentre, sciogliendomi dal suo abbraccio, tento di rimettere in
sesto il mio viso con le mani.
«Non c’è
problema. Tranquilla. E’ qualcosa di difficile da controllare, lo so» mi tranquillizza.
Prendendomi
per mano mi porta a sedere sull’ultimo gradino a pochi passi da noi. Lo seguo
docilmente.
Sono ancora
sconvolta, non ho mai provato una cosa del genere e non so davvero come gestire
la situazione. Con lui, con me, con questa paura così maledettamente concreta.
«Mia madre ne
soffriva» interrompe il
silenzio «di attacchi di panico intendo. Per questo so cosa significa.»
Non mi guarda adesso. Seduto accanto a me, ha
i gomiti poggiati sulle ginocchia piegate, le mani strette a pugno sotto al
mento e lo sguardo perso nel vuoto davanti a sé. Forse sta pensando a qualche
episodio vissuto con sua madre. Forse sta pensando a quello che gli ho appena
fatto rivivere io. Forse era l’ultima cosa che doveva succedere.
«Non mi era
mai successo prima …» ho una strana voglia di confidarmi lui. Ho bisogno di aprirmi
e di mostrare la fragilità che ho appena scoperto di avere.
«Oh eccoti
qui».
La voce
stonata di Mike mi interrompe. L’ultima persona al mondo che avrei voluto
vedere adesso.
«Ho
interrotto qualcosa? »
continua acido.
Credo di
avere ancora gli occhi rossi. Edward ha la maglietta bianca bagnata e sporca di
rimmel. Non so come uscirne senza creare allarmismi o casini inutili.
«Assolutamente
no. Stavo consigliando a Isabella di comprare qualche fiore domani al mercato.
Potrebbe, poi, piantarlo nel pomeriggio nelle aiuole vicino al gazebo », spiega Edward completamente
a suo agio, come se fosse davvero quello il discorso interrotto qualche attimo
prima.
«Credo sia giusto scelga lei i fiori per la
festa che darete sabato prossimo»
prosegue con una nota cinica e infastidita che, forse, solo io noto.
«Sì, credo
sia un’ottima idea»
conclude Mike con occhi torvi.
In tutto
questo io resto immobile spostando lo sguardo da uno all’altro come il pendolo
di un orologio.
Ho la
sensazione che si conoscano e che si stiano studiando prima di azzannarsi alla
giugulare.
«Se volete
scusarmi, io salgo in camera mia. Ho un gran mal di testa» mi congedo, tentando
di spezzare la tensione tra i due.
«Bella
stasera c’è la cena da Jacob. Vengo a prenderti alle otto»
«Stasera
passo Mike» lo avviso mentre mi avvio verso la porta.
«Ma Bella non
puoi …»
«Certo che
posso» lo fulmino voltandomi di scatto. «A domani. Edward. Mike» volto le
spalle al mondo e li lascio liberi di scannarsi, ma non in mia presenza. Non
oggi.
Per me la giornata finisce qui.
***
Non sono
neanche le sette di mattina quando mi sveglio.
Ho deciso di
alzarmi presto perché voglio seguire il consiglio di Edward e andare al
mercato. Credo di esserci stata qualche volta da bambina … mi ci portava mamma
oppure la moglie di Charlie, quando mi faceva da baby-sitter. Mi chiedo con chi
stava Edward quando lei era con me. Chissà perché nessuno me lo ha mai
presentato e perché non ci giocavo insieme. Qualche volta ho passato anche dei
pomeriggi a casa sua a cucinare crostate o a raccogliere i pomodori del loro
orto assieme a Rosalie, sua madre, ma lui non l’ho mai visto. E’ strano perché,
pur avendo solo un rapporto di lavoro, le nostre famiglie si conoscono da
parecchi anni. E i miei vogliono bene a Charlie come uno di famiglia. Volevamo
tutti bene anche a sua moglie. E’ stato tremendo quando è venuta a mancare
qualche anno fa.
Decido di
scansare questi ricordi che mi fanno pensare ad un giovane Edward che ha dovuto
affrontare la perdita di sua madre in piena adolescenza.
Opto per una
doccia veloce, un paio di short e una maglietta molto colorata. Un golfino
leggero sulle spalle. Dopo la giornataccia di ieri, oggi ho voglia di una nota
di allegria fin dal principio.
Scelgo di
fare la strada a piedi, mi ci vorrà una mezz’ora buona, ma il tempo è splendido
e camminare mi farà bene.
Durante la
notte mi sono svegliata diverse volte per la paura di avere nuovi attacchi di
panico. A dire il vero, anche in questo momento sento di avere una spada di Damocle sulla testa, ma voglio
andare avanti, testarda come sempre. Non voglio cedere all’ansia e alla paura.
Non gliela darò vinta.
Nel tardo
pomeriggio di ieri, dopo l’episodio, ho chiamato una psicologa cara amica di
mia madre e mi ha consigliato di non pensarci su troppo. Potrebbe essersi
trattato di un singolo attacco. Ha detto che, a volte, in periodi di stress,
può accadere di sentirsi sopraffatti dalla vita, ma questo non vuol dire che il
panico si ripresenterà a bussare alla mia porta con frequenza costante. Ma, se
mai dovesse farlo, ha promesso che ci lavoreremo insieme.
Cammino
pensando alle sue parole e inspiro con gratitudine l’aria fresca del mattino.
Capisco di
essere vicina al mercato quando inizio a sentire un caotico coro di voci “pesce
frescoooo!” …. “mutande canotte calziniii”…. “frutta di casaaa!”
Sorrido pensando
che il fermento di questo luogo è adorabile. Mi chiedo perché, per tanti anni,
non mi sia mai passato per la testa di farmi un giro qui, solo per il gusto di
assaporarne l’ atmosfera.
Inizio a
camminare tra le bancarelle e mi viene voglia di comprare un sacco di roba.
Tutto sembra così genuino, la merce e le persone. Tutti ti sorridono e ti
salutano. Sembra davvero un altro mondo.
Pochi passi
dopo mi imbatto in una bancarella piena di fiori variopinti. La commerciante è
davvero squisita e mi consiglia di puntare sui ciclamini perché, a breve, sarà
la loro stagione. Ne scelgo quattro di diversi colori. Me li mette in due
borsine di plastica, neanche troppo pesanti. Stamattina, comunque, ho lasciato
un post-it per mia madre sul frigo, come da nostra abitudine, chiedendole di
venirmi a prendere verso le undici in piazza, così non ci saranno problemi per
portarli a casa. Mi ha già inviato l’ok sul cellulare.
Dal momento
che ho ancora un sacco di tempo, decido di fermarmi ad osservare la sezione di
piante aromatiche della bancarella e mi impegno a memorizzare i loro nomi:
salvia, rosmarino, maggiorana …
Sono talmente
intenta da non accorgermi dell’arrivo di due persone alle mie spalle.
«Ma che bella
signorina, possiamo forse aiutarla? »
l’alito che mi colpisce l’orecchio mi fa girare di scatto e quasi vado a
sbattere contro il naso di un ragazzo dall’aria per niente simpatica.
L’altro tipo,
posizionatosi alla mia sinistra, tenta di prendere una delle borse, dicendomi
che è qui apposta per aiutare le belle ragazze come me.
Cerco con lo
sguardo la signora della bancarella, ma è intenta a parlare con una cliente e
non ha notato che mi trovo in difficoltà con questi due.
Strattono la
borsa dalle mani del ragazzo e con il gomito faccio allontanare anche l’altro
energumeno.
«Non ho
bisogno di nessun aiuto! Grazie mille!»
I due, per
tutta risposta, si mettono a sghignazzare.
«Lei è con
me. L’aiuto io. Potete anche levare le tende ragazzi.»
Riconosco quella voce, è Edward. Ne sono
certa.
Oh mio Dio, grazie.
I seccatori, fisicamente
la metà di lui, ma suppongo anche l’intelligenza non vada distante da questa
differenza, si fanno subito da parte alzando le mani a mo’ di resa.
«Ok, ok
amico. E’ tutta tua» dice
il tizio dall’alito pesante.
Edward si
avvicina con passo fermo e, dopo avermi concesso il suo sorriso ed uno sguardo
complice, raccoglie dalle mie mani le borse con i ciclamini.
Senza
aggiungere altro ci incamminiamo verso la chiesa a pochi metri di distanza.
Mentre avanzo
seguo con lo sguardo i due che si stanno allontanando, probabilmente alla
ricerca di qualche altra persona da importunare. All’improvviso uno dei due si
volta verso di noi urlando «comunque il bell’ Edward sempre insieme a damigelle
altolocate eh? Vedrai che prima o poi una te la sposi bello!!!»
Il profondo discorso termina con una risata
fragorosa e un colpo di gomito al compare.
L’unica
risposta che concede Edward è un dito medio alzato.
E i tipi
sembra che trovino la cosa alquanto divertente.
Edward,
invece, è evidentemente seccato da paura. Accelera il passo e faccio fatica a
stargli dietro. E’ come se di me, in realtà, non gli importasse niente. Anzi, è
come se nemmeno si ricordasse che ci sono anch’io qui e che si sta portando via
i miei benedetti ciclamini.
«Scusa sei
con me?» lo richiamo.
Si ferma come
svegliato dal sonno e aspetta che mi avvicini.
«Sei lenta
come una lumaca» mi prende in giro.
«Ma figurati!
Sei tu che hai le gambe chilometriche …»
«E allora tu
sei uno gnomo» se la ride.
Riprende a
camminare, ma più lentamente, rispettando, adesso, il mio ritmo.
«Cosa
intendevano dire quei due? »
chiedo dopo qualche minuto di silenzio.
«Niente» ribatte secco facendomi
capire che non ha intenzione di aprire bocca sull’argomento.
«E certo! » vado avanti io scocciata «Compari
nel mio giardino come un fantasma. Mi salvi la vita ieri, oggi mi segui neanche
fossi uno stalker, mi salvi di nuovo da quei due ceffi e quando io faccio una
banale banalissima domanda la risposta è Niente!Mi
sembra più che giusto! »
Stavolta il
passo lo accelero io.
Edward adesso
mi è dietro.
«Primo non ti
ho affatto seguita e non sono uno stalker »
« A no? E
allora sei venuto casualmente al
mercato stamattina … »
domando con aria di sfida.
«Io qui ci
lavoro» replica.
Mi blocco e
lo fisso per niente convinta della sua risposta. Evidentemente percepisce il
mio dubbio e, mentre superiamo la chiesa e ci dirigiamo verso la piazzetta , chiarisce
«ho un pezzetto di terra non lontano da qui. La
coltivo con alberi da frutta e ortaggi. La mattina presto passo a raccogliere
quello che è pronto e lo porto qui al mercato dove lo vendo assieme a mia zia.
Soddisfatta Miss Curiosità? »
Non ho
sinceramente la forza di controbattere a tono. Mi ha spiazzata.
«E il
pomeriggio adesso vieni da noi» osservo.
«Si finché
papà si rimetterà in sesto»
«Mh»
«Secondo» riprende il discorso «non ti
ho salvato la vita né ieri né oggi, in entrambe le situazioni te la saresti
cavata benissimo da sola. Il fatto che io sia stato nelle vicinanze è stata una
semplice coincidenza e, per natura, non
so non aiutare chi vedo in difficoltà.»
«Terzo? » chiedo.
«Non c’è
nessuno terzo» ride lui.
«Oh si, c’è
sempre un terzo punto in un elenco. Vai, vai, continua» lo esorto accentuando la richiesta con una
roteazione delle mani.
«So dove vuoi
arrivare, carina...Ok, ti accontento. Ho avuto una storia con una ragazza di
una famiglia molto in vista in paese. O, meglio, lei ha avuto una storia con
me. Siamo usciti solo una volta assieme dopo un corteggiamento pressante da
parte sua, ma non era il mio tipo. Lo sapevo fin dall’inizio. Così ho lasciato
perdere, ma, a quanto pare, lei non era d’accordo. Mi ha inseguito per diverso
tempo creando, alla fine, un casino con i suoi e soprattutto con suo fratello.
Ovviamente, per loro, il bastardo della situazione ero io.»
«Capisco» annuisco fermandomi sotto
l’ombra di un albero per guardarlo negli occhi.
Dio come è
bello, è ovvio che la ragazza non abbia voluto mollare il colpo. Sarebbe contro
natura arrendersi senza aggrapparsi con unghie e denti ad un uomo così, soprattutto
se hai avuto la possibilità di uscirci assieme.
«La conosci».
«Cosa? Chi? » chiedo disorientata,
lasciando da parte i miei pensieri.
«Lei, la
conosci » spiega.«E’ la
sorella del tuo fidanzato.»
«Emily? » spalanco gli occhi incredula.
«Sì, lei» conferma risoluto.
Ora sì che
diventa tutto chiaro: il bacio volgare e
presuntuoso di Mike quando ha notato che lo stavo guardando dalla finestra, il
loro attrito sui gradini e l’acidità con cui si sono parlati. Ricordo anche il
periodo in cui Emily era persa per un tipo, non faceva che parlare di quanto
fosse perfetto e sexy e di quanto fosse infelice senza di lui. E ricordo anche
quanto Mike fosse arrabbiato con lei, ma soprattutto con questo sconosciuto,
definendolo più volte come un essere inferiore indegno anche solo di guardarla.
Potrei
continuare a chiedere spiegazioni o a raccontargli le mie riflessioni, invece
l’unica cosa che mi preme dirgli è «comunque Mike non è il mio fidanzato.»
Mi rendo
conto di aver detto la cosa più cretina che potevo, ma è troppo tardi. Ormai ho
parlato.
«Ok come vuoi» replica con un’espressione vagamente
soddisfatta.
«Andiamo, ti
do un passaggio a casa»
con un cenno del capo indica un’ elegante e potente moto rossa e bianca parcheggiata
poco lontana.
«Non serve,
grazie. Verrà qualcuno a prendermi tra ... »,
guardo l’orologio del campanile e scopro che sono appena le nove, «tra
due ore …» concludo sconfortata.
«Dai su, non
fare la preziosa! »
insiste «puoi sempre avvisare … o forse non hai mai cavalcato una moto e ti
spaventa da morire?»
Bastardo istigatore …
«Ti sbagli di
grosso bello. Non mi spaventa per niente! Avanti, andiamo» ribatto infastidita.
Non sono mica
una ragazza di porcellana, io. E nemmeno permalosa, per niente.
«Ottimo! », senza
darmi tempo di cambiare idea, Edward si incammina verso la moto con i miei
ciclamini. E un sorriso abbastanza eloquente sotto la barba.
Lo seguo
verso quello che ha tanto l’aria di essere un bolide e, intanto, tiro fuori il
cellulare dalla borsa. Ho il tempo di scrivere a mamma di non passare e a
prendermi perché tornerò da sola, mentre Edward prende un casco da una sorta di
zainetto e un altro da un vano nascosto nella moto, dove poi sistema i miei
acquisti.
«Comunque
ottima scelta … i ciclamini» schizza
l’occhio mentre mi si avvicina porgendomi una delle due protezioni.
«E vedi di
andare piano che …»
«Tranquilla,
tranquilla sei in buone mani»
mi rassicura.
Quando le sue
dita mi sfiorano il collo per sistemare il gancio, un potente brivido parte dal
primo capello della testa e arriva al mignolo dei piedi.
Edward sembra
non accorgersene, ma credo abbia semplicemente optato per fare il signore e non
prendermi in giro ancora una volta.
Con la testa
pesante e l’agilità di un bradipo mi affianco al bolide. Aspetto che lui lo
cavalchi con una gestualità che mi fa pensare a cose alquanto indecenti e poi,
avvinghiatami al suo poderoso bicipite, scavalco con una gamba la sella e mi
posiziono dietro a lui.
«Pronta
signorina? »
Non faccio in
tempo a rispondere o a raccogliere i pensieri, né ad assaporare fino in fondo
la sensazione del calore del suo corpo così vicino al mio. Edward, messa la moto in strada con qualche
fluido movimento di manubrio e bacino, parte con una accelerazione che mi
costringe a stringerlo forte in vita.
Sono
praticamente diventata un tutt’uno con i suoi lombi e la sua schiena. E la cosa
mi esalta da matti.
Le mani mi
scivolano in avanti e lo abbraccio quasi completamente. Il seno, ad ogni curva,
sfiora i suoi dorsali procurandomi una lasciva sensazione di benessere ed
eccitazione.
Il rumore
dell’aria che schiaffeggia la visiera del casco, la mia pelle diventata
particolarmente sensibile accarezzata dal vento, il profumo di Edward che
invade le mie narici passando con prepotenza da sotto il casco, i suoi
addominali sotto il tocco delle mie mani; tutto questo mi fa sentire emozionata
come una bambina che ha appena trovato sotto l’albero di Natale il regalo tanto
desiderato.
La moto corre
veloce guidata con padronanza da Edward. Non ho paura, anzi, mi sento
completamente libera mentre vedo il paesaggio corrermi incontro per poi
allontanarsi rapidamente.
Stiamo
percorrendo una strada che non riconosco, molto fuori dal centro, questo
sicuramente.
Ad un certo
punto percepisco un rallentamento della corsa. La moto viene accostata ad una
staccionata e, alzando la visiera, Edward si volta per parlarmi.
Dio quegli
occhi chiari. Non sono mai pronta ad incontrarli.
«Questo è il
mio regno» dice con aria
solenne. Spazio con lo sguardo e, davanti a me, trovo un’infinità di alberi
curatissimi posizionati ordinatamente uno vicino all’altro.
Alla destra
di questo speciale bosco vedo un campo coltivato con chissà quali e quanti tipi
di ortaggi.
Spicca con
evidenza l’amore con cui questo luogo è tenuto.
«Caspita.
Notevole …» e non lo sto
prendendo in giro. E’ davvero stupefacente.
Edward,
probabilmente soddisfatto del mio commento e della mia espressione stupita,
accenna a ripartire. Io, invece, non ho alcuna intenzione di andarmene via
così. Lo stringo in vita per attirare la sua attenzione.
«Perché non
mi fai vedere da vicino?»
lo esorto.
«Non vorrei
farti arrivare tardi a casa.»
«Tranquillo,
solo cinque minuti. E poi è prestissimo» insisto.
«Ok. Come
vuoi.»
Scendo
rapidamente dalla moto e attendo che lui la parcheggi vicino alla staccionata.
Mi prende per
mano quando attraversiamo un piccolo cancello.
Oddio quelle dita così lunghe e forti
avvinghiate alle mie.
E’ felice. Lo
capisco dall’espressione dei suoi occhi. Dalle piccole rughe che compaiono ai
loro lati. Dagli zigomi leggermente rialzati.
Non sorride con le labbra questo uomo. Lo fa con tutto il volto. Con
tutto il corpo.
E adoro il
fatto che mi stia tenendo per mano.
Mentre passeggiamo
tra gli alberi, Edward mi illustra i vari tipi di frutta che produce e le
stagionalità. E’ assolutamente preparato e competente in materia, credo al pari
di un vero produttore.
Lo stesso fa
quando zigzaghiamo tra zucchine e cavoli e agli altri cento tipi di verdure di
cui, ovviamente non ricordo il nome. A mia discolpa, devo dire di essere stata
molto distratta, durante la lezione, dalle labbra e dalle mani del mio prezioso
interlocutore.
Quando gli
chiedo da dove nasce tutta questa passione e capacità, mi spiega che da piccolo
è stato mandato in un collegio fuori città. I suoi genitori ritenevano di non
riuscire a seguirlo ed istruirlo a dovere.
Il collegio
dei frati aveva al suo interno un piccolo orto. Ed è stato lì, e grazie a loro,
che ha imparato a prendersi cura della terra e dei suoi frutti.
In realtà loro avrebbero voluto
trasmettergli anche la filosofia di vita
francescana, ma, mi spiega con sguardo buffo e malizioso, non c’è stato verso
dal momento che già in adolescenza i suoi interessi erano palesemente poco
inclini alla vita monastica, in particolare durante le occasioni in cui la
sezione maschile veniva in contatto con il collegio femminile del paese. Mi fa
morire dal ridere immaginarlo alle prese con le prime ragazze.
Ora capisco
anche il perché non ci siamo mai conosciuti, perché non abbiamo mai giocato o
studiato insieme.
Due vite potenzialmente
così vicine e, invece, così lontane.
Stanchi di camminare, ci sediamo sotto uno
degli alberi di Edward. Sotto di noi, per proteggerci un po’ dall’umidità e dalle macchie di terra, viene messo un plaid che è andato a prendere
nella casetta di legno poco distante che funge da magazzino.
Ci
raccontiamo un sacco di cose delle nostre vite e dei nostri sogni. Gli rivelo
che vorrei tanto non dover lavorare nell’azienda di famiglia, una volta presa
la laurea. Che io, di circuiti stampati, non ne capisco niente e, ancora
peggio, niente mi interessa capire. Invece mi piacerebbe viaggiare e,
probabilmente, insegnare ai bambini. O scrivere un libro. O chi lo sa. Ma, di
certo, non finire dietro ad una scrivania a fare conti, rispondere al telefono
o dare ordini.
Mentre
continuo a parlare delle mie fantasie, le mani giocano con la terra morbida e,
sopra pensiero, disegno con le dita sempre la stessa figura.
«Stai
continuando a disegnare l’infinto …»
mormora Edward interrompendomi «continuo
a chiedermi se questo può avere un collegamento inconscio con il tuo fidanzato
..ehm, scusa, con Mike.»
Dopo qualche
istante di silenzio in cui contemplo quello che ho disegnato per diversi
minuti, mi trovo a rispondere «No, credo
sia più una maschera. La maschera che indosso sempre. Ogni giorno. Ogni notte.
Sempre. La maschera che mi fanno indossare tutte le persone che conosco e che
vogliono farmi essere chi non sono.»
«Cazzate» ribatte lui brusco
inchiodandomi con lo sguardo.
La bocca mi
si apre, ma non escono suoni. Non so cosa dire. Non ho, comunque, il tempo di
difendermi da questo attacco inatteso.
Edward
continua, mantenendo lo stesso tono «la maschera la metti e la tieni perché ti
fa comodo. Perché così non ci sono alti e bassi, non ci sono sorprese né
dolori. Ti adatti al mondo che gli altri vogliono costruire per te perché è la
cosa più facile da fare. Ma non è colpa loro se tu ti ci trovi dentro. E’
esclusivamente colpa tua.»
«Come puoi
dire una cosa del genere?»
sbotto stizzita «cosa vuoi saperne tu della mia vita? Tu sai zero di me. Zero!
Come puoi solo pensare che io possa piantare in asso i miei genitori dopo tutto
quello che hanno fatto per me e magari dire loro che a me, dell’azienda,
non me ne frega un accidente? Come posso
deluderli in questa maniera?»
«E’ troppo
comodo Bella. Troppo comodo nascondersi dietro agli altri. E’ la scusa più
usata a questo mondo per non lottare per i propri sogni e poi compiangersi
quando scopri di non avere più la possibilità e il tempo di realizzarli!»
La sua voce è decisamente alterata
adesso. Ancora seduta al suo fianco, sento prepotentemente i suoi occhi
arrabbiati su di me, infatti li trovo quando mi volto e lo fisso di rimando.
Mi alzo di
scatto,pronta ad andarmene. So perfettamente che non ho modo di tornare a casa
se non facendo autostop a qualcuno che chissà quando passerà da queste parti.
Ma ho poca scelta. Devo allontanarmi da lui, dai suoi discorsi artificiosi,
dalla sua arroganza nel giudicarmi e nel dirmi chi sono e cosa devo fare …
anche lui, esattamente come tutti gli altri.
«Sei figlia
unica», prosegue deciso,
ma il tono è nettamente meno arrabbiato. In automatico si bloccano i miei
pensieri e i miei intenti.
«Potrai anche
farli incazzare a morte e potranno anche non capire le tue scelte, magari ti
cacceranno di casa e ti diranno che non sei la figlia che volevano. Ma poi
tutto si calmerà Bella. Ragiona. Non credi che l’unica cosa che vogliano davvero
i tuoi genitori sia la felicità della loro unica figlia? Non credi che averti
nella loro azienda, ma vedere giorno dopo giorno la tua luce e il tuo
entusiasmo spegnersi possa solo che creare dispiacere e rimorso per quello che
ti hanno fatto fare?»
Dio, non
l’avevo mai vista così.
Abbasso gli
occhi e, con i piedi, cancello nervosamente i segni della mia maschera sulla
terra.
Mi sento così
colpita e spaesata in questo momento. Le sue parole hanno prodotto un tale caos
nella mia testa.
In piedi in
mezzo al nulla, circondata dal verde, da un vento leggero e dal cinguettare di
una coppia di uccelli sopra le nostre teste, inizio un vivace dibattito con me
stessa come, probabilmente, non avevo mai fatto.
Alla fine di una profonda lotta che potrebbe
essere durata dieci minuti come un’ora, giungo alla conclusione che Edward potrebbe
averci visto giusto. Non avrò mai il coraggio di fare quello che lui mi
consiglia, ma questo non vuol dire che non abbia ragione. Profondamente
ragione.
Un nodo mi
sale in gola. Come una carezza del vento, poi, arrivano le dita di Edward a
sfiorarmi delicatamente una mano.
«Scusami, non
volevo ferirti. Non dovevo parlarti in questo modo. Non ne avevo assolutamente
alcun diritto, né l’intenzione. Te lo giuro. E solo che questa è stata l’ultima
lezione di vita che mi ha lasciato mia madre. E credevo potesse essere
importante anche per te, come lo è stata per me.»
Non gli rispondo,
ma stringo le sue dita tra le mie. Decido di lasciarmi portare dall’istinto.
«Voglio fare
una cosa Edward. Ho bisogno di farlo. Adesso. Con te. Posso?»
Tremo, non
per il freddo, ma per un impellente bisogno di averlo vicino. Molto vicino.
Edward annuisce.
Non mi chiede cosa voglio fare. Annuisce e basta.
La fiducia
sconfinata che trovo nei suoi occhi mi dà la forza per proseguire.
Faccio un
piccolo passo verso di lui e, con un ginocchio, gli divarico le gambe.
Lui mi lascia
fare.
Mi volto
dandogli la schiena e, lentamente, mi
siedo in mezzo alle sue cosce, spingendo il sedere fino a sfiorare la sua
intimità.
Lui mi lascia
fare.
Appoggio la
schiena contro il suo marmoreo petto e lascio cadere morbidamente la testa
sulla sua spalla, finché la morbida barba mi accarezza la fronte e la guancia.
Lui mi lascia
fare.
Come se mi
leggesse nel pensiero e capisse perfettamente quello di cui ho bisogno, porta
le braccia attorno alle mie e mi stringe in un forte abbraccio agguantando
entrambe le mie mani.
Io lo lascio
fare.
Dopo, restano
solo respiri profondi e occhi chiusi. Le
nostre mani iniziano un gioco di dita sensuale e delicato che funge da preludio
a quello che i nostri corpi reclamano con impazienza .
Sento il soffio
del respiro di Edward sul mio collo. Lo espongo perché lui possa appoggiarci la
bocca. Avverto un piacevole pizzicore quando la sua barba sfiora uno dei miei
punti più sensibili. Poi l’umido delle labbra sulla pelle mi fa inarcare e
mugolare di piacere. Per non parlare quando vengo accarezzata dalla sua lingua.
Ho bisogno
della sua bocca. Ho bisogno di lui. Impazzisco di desiderio.
Mi volto alla
ricerca di quel che voglio. Le nostre labbra sono a pochi millimetri di
distanza, ma, quando cerco di azzerare lo spazio che le divide, Edward si
allontana.
«Non possiamo
Bella», la sua voce è
ridotta ad un roco sussurro.
So che mi
desidera, lo so con certezza assoluta perché, per tutto il tempo sono stata
appoggiata al suo inguine e ho spinto contro di esso un’infinità di volte persa
nelle mie sensazioni. E un uomo, quando ti desidera, non può nasconderlo.
Allora non
capisco, perché ha bloccato questo nostro momento? Perché non mi ha permesso di
baciarlo?
Le domande
restano negli occhi spaesati che fissano i suoi.
I respiri sono
ancora accelerati. I volti arrossati. Non sono scema. Ci vogliamo.
Deglutisce e
strizza gli occhi per ritrovare lucidità «Tu stai con Mike, Bella. Non è … giusto.»
Colpita nel
profondo dalla realtà che avevo così facilmente accantonato e dalla sua lealtà
verso una persona di cui non ha certamente stima, abbasso lo sguardo e fisso le
nostre mani ancora unite in una morsa.
«Hai ragione» rispondo «è un’altra delle
cose che devo risolvere.»
«Si, credo di
si» conclude appoggiando
le labbra sui miei capelli in un casto bacio.
Improvvisamente
un’angoscia fa capolino dal profondo. Temo mi stia prendendo un nuovo attacco
di panico quando mi rendo conto che il sole è alto in cielo e sta iniziando la
sua inevitabile parabola discendente.
«Cazzo Edward
che ore sono? » lo guardo
sconvolta.
E’ evidente
che la cognizione del tempo è sfuggita anche a lui.
«Merda …» ribatte guardando il cielo
«saranno le … tre.»
Ci alziamo e corriamo
verso la moto lasciando a terra il plaid e i nostri cuori.
Mentre Edward
prende i caschi, armeggio con la borsa che ho lasciato sulla sella della moto
alla ricerca del mio cellulare. Quando le mie dita nervose lo trovano, vedo una
miriade di chiamate perse, messaggi a non finire. E sono quasi le quattro, non
le tre.
Merda. Mi
ammazzeranno. Stavolta mi ammazzeranno.
Indosso il
casco con mano incerta e, appena mi siedo dietro ad Edward e lo stringo in vita,
la moto parte a tutta velocità.
Durante il
tragitto non mi godo le sensazioni di prima. Passo il tempo, che mi sembra infinito,
a tenere gli occhi chiusi, a cercare qualche scusa plausibile e ad immaginare i
vari scenari apocalittici che di lì a poco dovrò affrontare.
Ma la mia
mente non riesce a prevedere neanche lontanamente quello che, invece, accade
quando arriviamo di fronte a casa.
Nell’ istante
in cui Edward romba davanti al cancello e posiziona il cavalletto, scendo e mi
libero dalla morsa del casco. Porgendolo a lui, raccolgo dalle sue mani la
borsa con i miei ciclamini che, premurosamente, ha già preso dal vano della
moto. Avviandomi verso casa, lo saluto con un rapido gesto della mano. Lo
rivedrò comunque domani, di certo.
Non faccio in
tempo a fare quattro passi che la porta d’ingresso si spalanca con talmente
tanta violenza da rimbalzare contro il muro. Vedo mia madre quasi accasciarsi
per il sollievo, mio padre dietro con sguardo severo che la sorregge. Ma il più
furioso del gruppo è certamente Mike. Si avvicina a grandi falcate e mi
raggiunge urlando improperi di ogni tipo.
Arrivato a
pochi centimetri mi strattona per le braccia facendo cadere i miei fiori. Dalla
borsa di plastica esce la terra e un ciclamino rotola sulla ghiaia con le
radici al vento.
«Cosa cazzo
ti è saltato in mente? »
mi urla sputandomi addosso il suo veleno «dove sei stata con quel pezzo di
merda eh? Puttana! »
continua mentre una mano pesante mi colpisce al volto con uno schiaffo.
Mio padre,
spinto anche dalle urla di mamma e incazzato nero ormai non so più con chi, si
avvicina con foga invitando Mike a calmarsi. Ma la cosa non serve a molto.
Cerco di
liberarmi dalla stretta ribattendo con tutta la rabbia che mi ha scatenato
dentro «puttana a chi? Toglimi immediatamente le mani di dosso bastardo!»
«Avanti
dimmi, ti è piaciuto scoparti il contadino si?»
riprende quello che avrebbe dovuto essere il mio futuro marito, mentre
con una spallata scaccia malamente la mano di mio padre.
«Smettila
immediatamente Mike» strillo finché iniziano a scendermi le lacrime per
l’umiliazione e la rabbia.
Sento vicina
la voce furiosa di Edward. Ci ha raggiunti come un tuono, con tanto di
spostamento d’aria «leva subito quelle luride
mani da lei. Hai due secondi per farlo.»
Quando lo
guardo non trovo i suoi meravigliosi occhi. La furia cieca li ha trasformati in
due pozzi blu senza fondo. Tiene le mani tremanti strette a pugno lungo i
fianchi. La mandibola serrata lo fa digrignare i denti.
Non andrà a
finire bene. Lo so. E’ matematico.
Di scatto
Mike mi gira e tira verso di sé. La mia schiena sbatte contro il suo petto e
vengo bloccata in un abbraccio violento. Un braccio mi stringe il collo,
l’altra mano mi afferra volgarmente un seno «lei è mia!Vedi?Ti è chiaro
contadino del cazzo? Mia!».
Quel che succede
dopo è come una scena a rallentatore di un film visto e rivisto. Ma mai avrei
pensato di esserne protagonista.
Non ho il
tempo di fare né di dire niente. Le urla di mia madre fanno da colonna sonora.
Mio padre
afferra Mike per le spalle e veniamo entrambi strattonati all’indietro.
Nello stesso
istante, accanto alla mia testa, passa con un sibilo un pugno che colpisce Mike
in pieno volto.
I fiotti di
sangue che escono dal suo naso arrivano ad imporporare le mie guance.
Vengo
lanciata in avanti e Mike cade a terra imprecando contro l’universo.
Atterro tra
le braccia di Edward che, prontamente, mi sposta dietro di sé per far scudo con
il suo corpo ad un eventuale attacco di Mike.
Io, ancora
frastornata, resto immobile osservando Edward che si massaggia la mano
tumefatta, mentre mio padre ordina a Mike non farsi mai più vedere in questa
casa, né vicino a me.
Mia madre,
che ha seguito tutta la scena dall’uscio della porta, mi raggiunge e cerca di
portarmi in casa.
Ma stavolta
non la seguo. Ne ho davvero piene le scatole di farmi portare dove vogliono gli
altri. Basta. Basta con tutto questo.
Mentre Mike,
ancora a terra, cerca di valutare i danni del suo bel volto, scavalco Edward e mi
avvicino a lui. Senza la minima paura punto il dito indice contro quella faccia
insanguinata e, con tutto il disprezzo che ho nel cuore, lo chiudo fuori dalla
mia vita.
«Ascoltami
bene perché saranno le ultime parole che sentirai da questa bocca. Vedi di
starmi alla larga. Io non sono tua, né di nessuno. Non lo sono mai stata, né
mai lo sarò. Io ho gettato la mia maschera. Tu la tua. Hai chiuso Mike Newton.
Chiuso.»
Pulendosi con
il dorso della mano il sangue che ancora cola dal naso, mi regala un
«vaffanculo. Tu e lui» indicando con lo sguardo l’uomo che sta alle mie spalle.
D’istinto mi
giro, ma non lo trovo. Ha già raggiunto la sua moto e infilato il casco.
In un attimo
sfreccia via allontanandosi da me, da noi, da tutto questo casino.
***
Tra questo
momento e la mia uscita di casa per andare a cercarlo passa al massimo
mezz’ora.
Appena
realizzo che Edward se n’è andato, lascio tutti e corro in bagno a pulirmi il
viso dal sangue di Mike.
Mi fiondo in
camera a cambiare la maglietta, perché anche quella è sporca e non voglio avere
niente di Mike addosso. Quando, pronta per salire sul mio scooter, esco di casa
trovo mio padre ad aspettarmi.
Non mi dice
niente, ma ha in mano le chiavi della sua macchina e me le porge con fare
deciso.
«Noi parleremo, ma lo faremo dopo. Ora vai a
sistemare le cose con lui. Glielo devi.»
So che non si
sta riferendo a Mike.
Mio padre non
è mai stato loquace, tantomeno un confidente per me, ma in queste poche parole
e in questo gesto leggo tutto il suo amore per me.
Edward aveva
assolutamente ragione.
In fondo alle
scale mia madre, ancora sconvolta, mi aspetta per stringermi in un abbraccio
«mi dispiace tanto cara.»
L’abbraccio a
mia volta.
Sì, Edward
aveva assolutamente ragione.
Volo a casa sua
senza badare agli auto-velox che so per certo incontro per strada. A questo ci
penserò domani. Quando Charlie mi apre la porta mi informa di non aver visto
suo figlio da stamattina quando è andato al campo. Non mi chiede cosa sia
successo, né perché lo stia cercando con tanta ansia. Forse lo sa già, in
qualche modo.
Sento le
gambe cedermi, ero certa, certissima di trovarlo lì. Guardo in giro in preda al
panico cercando un qualsiasi appiglio, una qualsiasi altra idea. Dove cazzo sei Edward?
Improvvisamente
vengo folgorata da un’immagine: io e lui poche ore prima sotto l’albero. So
dove andare a cercarlo! Come posso non
averci pensato subito?
Quando faccio
per andarmene Charlie mi ferma stringendomi dolcemente un braccio. I suoi occhi
azzurri e profondi mi ricordano tanto quelli di Edward «cercalo solo se vuoi veramente trovarlo Bella. Per favore.»
Capisco che
la sua preghiera ha un significato molto più esteso di quello che si potrebbe
pensare.
«Certo
Charlie. Trovarlo, adesso, è l’unica cosa che voglio. »
Il
significato della mia risposta è direttamente proporzionale alla sua richiesta.
Vago per
strade sconosciute e solitarie per un paio d’ore, maledicendomi per non aver
chiesto a Charlie o a Edward informazioni più precise del luogo dove ho passato
gran parte di questa stramba giornata.
Il sole è già
ben che tramontato quando davanti a me, appoggiata ad una staccionata famigliare
e illuminata dai fari dell’auto, compare una moto rossa e bianca.
Devo aver
trattenuto il respiro per un tempo lunghissimo, perché una gran quantità di
aria esce dai polmoni quando realizzo che finalmente l’ho trovato.
Parcheggio la
macchina dietro la moto. Tento di fare attenzione e spero di riuscire a
mantenere quel minimo di lucidità che mi permetta di non squartare la fiancata
contro il legno. Ad ogni modo, anche a quello ci penserò domani, in caso.
Una volta
scesa, avanzo cercando Edward sotto il nostro albero, ma non c’è anima viva né
lì, né in mezzo ai campi coltivati o alle file degli altri alberi.
L’occhio mi
cade sulla piccola finestra dolcemente illuminata della casetta di legno.
Mi avvicino
rapidamente, facendo attenzione a non inciampare. Il cuore batte come
impazzito.
Quando apro
con cautela la porta me lo trovo di fronte, seduto per terra sopra al nostro
plaid. Le gambe allungate, la testa appoggiata alla parete in legno, il volto
tirato illuminato da una piccola lampada a olio tipica dei campeggi, gli occhi
chiusi, le cuffie nelle orecchie.
Non mi nota
finché non arrivo ai suoi piedi e io, ingorda di lui, sfrutto il tempo che mi
concede per ammirarlo in tutta la sua perfezione.
«Non dovresti
essere qui Bella» dice
togliendosi gli auricolari ed evitando il mio sguardo.
«Io voglio essere qui Edward. Io voglio
essere qui da te. Con te»
mi scopro improvvisamente così sincera.
«Non dovresti
volerlo. Sono un coglione, ho combinato un casino, lo so e mi dispiace. Non
dovresti volere uno come me»
adesso mi fissa e i suoi occhi non vacillano. Crede veramente in quello che sta
dicendo.
«Non ho alcun
bisogno di avere il tuo permesso per volerti Edward Cullen » spiego decisa. «Non chiederò
il tuo permesso nemmeno per innamorarmi di te, perché lo sto già facendo. E non
torno indietro. Ho tolto la mia maschera Edward. Con i miei, con Mike, ma
soprattutto con me stessa. E l’ho fatto solo grazie a te. Ora mostrami chi sei
tu» continuo sedendomi
sopra le sue gambe «dimmi che non mi vuoi Edward e andrà bene. Dimmi che non
senti niente per me e andrà bene. Ma dimmi la verità. Adesso, per favore, così
che io possa capire che uomo ho davanti e possa scegliere che strada far
prendere alla mia vita.»
Ho il fiato
corto per il discorso che sono riuscita a fare. In macchina avevo provato e
riprovato a cercare le parole giuste. Esercizio del tutto inutile, visto che
poi sono uscite con così tanta spontaneità da non ricordare nemmeno vagamente
il discorso preparato.
Edward rimane
immobile. Gli occhi cupi ridotti ad una fessura. La mascella contratta.
Poi è un
attimo.
Lancia
cellulare e auricolari di lato. Raccoglie rapido le gambe avvicinandomi al suo
petto e portandomi a pochi centimetri dal suo viso.
Le sue dita sfiorano
la guancia che Mike ha colpito. Si posano, poi, sulle mie incredule labbra
aperte.
Afferrano,
infine, con vigoria la mia nuca spingendola contro di sé.
«Sì, ti
voglio Bella.»
Un istante
dopo, quello che mi dà non è un bacio, ma qualcosa di infinitamente più
profondo e viscerale. Qualcosa che non ho mai provato prima.
Mentre le sue
labbra mi divorano e le nostre lingue si esplorano a vicenda, le grandi mani mi
avvolgono completamente la schiena, comprimendo i miei seni sui suoi massicci
pettorali.
La sua bocca
scende sul collo, la mia maglietta viene sfilata, il reggiseno slacciato. Gli
occhi adesso languidi e persi mi fissano quando le sue dita si poggiano,
delicate, sul seno che Mike ha violentato prima, quasi volessero riparare il
danno procurato dalla sua volgarità.
Gemo quando
gli infilo le mani nei capelli ed Edward, per tutta risposta, abbassa ancora di
più le labbra per andare a baciare e succhiare lo stesso seno. E poi l’altro.
Mi sembra mi
esploda la testa. Non ho mai provato la sensazione di avere dei fuochi
d’artificio dentro, prima di adesso, prima di lui.
Spingo
d’istinto il ventre contro il suo. Il mio corpo e la mia anima reclamano quello
che solo Edward può darmi.
Con un
movimento rapido e attento vengo sollevata da terra per poi essere posizionata supina
sul plaid.
Sopra di me
vedo l’uomo più bello e giusto del mondo. E voglio che sia mio, ora, adesso.
Sempre.
I miei
calzoncini vengono abilmente tolti da mani evidentemente esperte. Gli slip li
seguono con piacere. E’ il mio turno di sfilare la maglietta ad Edward e lo
faccio con meno pratica, ma con la stessa decisione. E quando si stende su di me e le nostre pelli
finalmente si accarezzano senza barriere, vorrei urlare per i brividi che
riesco a sentire.
Ma non ne ho
il tempo perché la bocca di Edward è di nuovo sulla mia. Le sue mani accarezzano
il mio copro portandolo a tendersi per poi rilassarsi in movimenti fluidi e
continui. Finché, quando le sue labbra e la sua barba sfiorano e si appropriano
della mia intimità, le contrazioni diventano ingestibili e, con mia enorme
sorpresa, mi fanno gridare a gran voce.
La sensazione
di completezza che provo quando entra dentro di me ed inizia a muoversi, mi fa
sentire la donna più fortunata di questa terra.
Ho riposto il
mio amore, quello vero, nella persona giusta. Ne sono assolutamente certa.
Vorrei
piangere di gioia quando Edward contrae i glutei in un’ ultima vigorosa spinta
e sento il suo piacere inondarmi in profondità. Ma è solo il pensiero di un
attimo, visto che in pochi istanti vengo posseduta dalle sensazioni ben meno
razionali e romantiche del mio primo vero Orgasmo con la O maiuscola.
***
Restiamo
così, abbracciati e affannati, per diverso tempo.
L’unica cosa
che mi copre è la maglietta di Edward che, premurosamente, mi ha fatto
indossare continuando a baciarmi dopo aver fatto l’amore.
Ma non sento
freddo. Un profondo calore mi scalda il cuore e si espande in tutto il corpo.
Dalla
posizione in cui sono, crogiolandomi nella carezze dell’uomo che ho disteso al
mio fianco, riesco a vedere la luna e le stelle fuori dalla finestra della
casetta. E il mio pensiero va per un attimo a Mike e ai suoi studi. Penso che
probabilmente ce la farà a realizzare il suo sogno e ad andare a lavorare alla
Nasa o, chissà, magari anche a vederci da lassù. In questo momento non provo né
odio né rabbia per lui, ma una sottile compassione per quello che è.
Non ci sarebbe stato un futuro per noi, di
questo ormai ne sono certa. E, può
sembrare assurdo, ma gli sono grata per quello che ha fatto oggi pomeriggio,
proprio davanti ai miei, proprio davanti ad Edward, così che tutti abbiano
avuto ben chiaro l’enorme sbaglio che saremmo andati a commettere. Ma
soprattutto mi sento di essergli grata perché mi ha dato la lucidità e la
tenacia di andare a prendermi quello che veramente desideravo con tutta me
stessa.
Mi volto e
trovo gli occhi di Edward poggiati sulle sue mani che vagano morbide tra le mie
braccia, il mio ventre e le mie cosce.
Segue con lo
sguardo i suoi stessi movimenti quasi con devozione.
Quando scopre
che lo sto osservando, sorride «sei veramente molto bella. Troppo per me.»
Gli prendo il
volto tra le mani, accarezzo la sua barba da boscaiolo e, salendo sensuale sopra
di lui, succhio quelle labbra che è un peccato mortale tenere nascoste.
«Niente è
troppo per te, Edward Cullen. Niente. E adesso che ti ho trovato,non ho nessuna
intenzione di lasciarti. Mai più. Mettiti l’anima in pace.»
Continuo a
stuzzicare le sue labbra, a strusciare l’inguine sul suo, mentre la voglia di
noi ritorna prepotente.
«La cosa è
reciproca signorina, mi creda»
sussurra mentre solleva languidamente il bacino.
Un mugolio.
Le mani che afferrano i miei glutei, la sua voce roca «Isabella Swan … abbiamo
un sacco di strada da fare assieme … »
«Edward» lo interrompo ansimando. Con
una rapida contrazione degli addominali solleva senza fatica il busto, le forti
mani mi sollevano leggermente il bacino per poi spingermi contro di sé
impossessandosi, con un solo movimento, del mio corpo e della mia anima.
«Ti amo Bella» continua iniziando la sua
danza dentro di me «da ieri mattina quando sei apparsa a quella finestra. Da
stamattina quando le tue mani sceglievano i ciclamini. Da quando sei salita
sulla mia moto e ho sentito le tue braccia stringermi. Da quando sei entrata da
questa porta … pregavo di vederti arrivare,ma non ci avrei scommesso niente di
niente …» la sua voce è
sempre più roca, i miei respiri sempre più corti e rumorosi «da sempre Bella,
credo di amarti da sempre senza sapere che esistessi e che fossi così vicina ...
»
Cerco di
capire quello che mi sta dicendo perché voglio imprimere le sue parole e questo
momento nella mente, ma faccio una fatica del diavolo a restare concentrata.
«Continua» lo incito.
«Oh, ho tutta
l’intenzione di farlo …» mi
bacia mentre si scioglie in un sorriso eloquente.
E non abbiamo
più il tempo, né la forza di parlare.
Lo faremo
domani. Lo faremo in tutti i giorni che avremo da vivere assieme.
L’ attimo
prezioso in cui i nostri respiri diventano uno prende il sopravvento e noi lo
lasciamo fare, certi che è solo l’inizio di noi.
Ma,
soprattutto, della mia vera vita.

È la terza volta che scrivo questo commento, accidenti a questo cellulare!! Riassumo: la storia mi è piaciuta un sacco, mi ha tenuta incollata dall'inizio alla fine. Anche i personaggi mi sono piaciuti, anche se li ho trovati poco caratterizzati, soprattutto Edward, mi sarebbe piaciuto che fosse stato un po' più approfondito. Bella la morale, sarebbe bello avere sempre un Edward ad aprirci gli occhi e a farci fare la scelta giusta (e che poi ci scopi da dio, ovvio! :) )
RispondiEliminaDavvero brava!
Molto carina! Sei brava a descrivere le situazioni, usi un linguaggio fluido e corretto e la storia riesce a coinvolgere perfettamente. Ho trovato estremamente sexy il pezzo sotto l'albero, più del loro interludio amoroso nella casetta. Mi è piaciuta molto la caratterizzazione dei personaggi, Bella all'inizio sembra essere davvero una stronza, sia con Mike che con i genitori che all'apparenza non le hanno fatto davvero sti gran torti, ma evidentemente lei li sentiva e si comportava di conseguenza. Bel caratterino... Mi è piaciuto molto il discorso di Edward sotto l'albero, quello che ha portato lei a riflettere e a capire.
RispondiEliminaBrava, scritta benissimo.
-Sparv-
Bella, romantica e sexy!!! Soprattutto sexy, specialmente il pezzo in cui Bella ed Edward sono abbracciati sotto l'albero. Per come è scritta, per l'atmosfera romantica e le parti hot, è finora la ff che più si avvicina al mio genere. Voto: 9
RispondiEliminaComplimenti,
Aleuname
Bella e ben scritta, il giardiniere sexy è da urlo e anche a me è piaciuto molto il discorso sotto l'albero. L'unica cosa che non ho capito tanto è il comportamento di Bella verso Mike. Sì, ok, lui era il fidanzato noioso ma "giusto" che tutti si aspettavano per lei, evidentemente, ma da come descrivi la situazione, la storia si svolge ai giorni nostri, quindi lei non era "obbligata" a stare con lui, semplicemente non si era mai posta il problema. Schiaffeggiarlo per un bacio solo perché lei aveva appena visto un giardiniere figo che neppure conosceva mi è parso un po' eccessivo. Fino alla scenata di gelosia verso Edward, Mike non si era comportato realmente male, mentre a lei è bastato incontrare Edward per trattarlo come una pezza da piedi senza spiegazioni. E se Edward non l'avesse fermata, lei lo avrebbe anche tradito senza pensarci due volte. Diciamo che il punto di vista di lei è molto soggettivo verso il mondo che la circonda, forse più che indossare una maschera possiamo dire che lei si sia lasciata trascinare dalla corrente senza mai fermarsi veramente a pensare cosa voleva dalla vita, dando piuttosto la colpa agli altri della sua latente insoddisfazione.
RispondiEliminamhmmm non so c'è qualcosa che non mi convince.... qualcosa che mi lascia perplessa.
RispondiEliminaLa storia da un lato mi piace ma c'è qualcosa che non mi quadra...
Forse, trovo Bella un pò "piccola" nel suo gestire la vita rispetto all'età che ha visto che si sta laureando.
O forse mi ha dato questa impressione perchè in pratica è una ricca viziata?
Non lo so ma sicuramente mi è piaciuto il loro incontrarsi e conoscersi... devo dire che questi Edward giardinieri mi stuzzicano non poco...
Grazie e complimenti il mio voto è
6
JB
Voto 6. Complimenti!
RispondiEliminaAvevo scritto un commento articolato che il computer si è mangiato! In sintesi. la prima parte mi è piaciuta molto. So che è la meno romantica, ma i brani in cui viene descritta l'infatuazione di lei mi sono piaciuti più di tutti. Li ho trovati sensuali, divertenti, esposti bene. La storia poi si svolge in modo più canonico e prevedibile, ma comunque molto, molto, godibile!!! Brava!!! Cristina
RispondiEliminaStoria carina.. forse in alcuni punti le cose sembrano un po' affrettate ma nel complesso è una storia che si legge benissimo! Voto: 7
RispondiEliminaVOTO 8
RispondiElimina-Sparv-
EliminaEd ecco che il giardiniere sexy colpisce ancora le mie povere ovaie!!! ahauha ;-)
RispondiEliminaVOTO:8
Bella. Mi è piaciuta molto. Mi piacciono le sensazioni di Bella quando vede questo Dio barbuto, mi è piaciuto lo scambio sotto l'albero (lui che la schiaffeggia - metaforicamente parlando - mettendole davanti una verità che lei non voleva vedere e poi lei presa dal suo desiderio, molto comprensibile tra l'altro) così come mi è piaciuto l'istinto puro e semplice che le permette di trovarlo nonostante lo conosca poca.
RispondiEliminaMolto ben scritta come al solito, si gode ogni passo senza alcuna difficoltà.
... e l'Edward barbuto ce l'ho ben stampato negli occhi e si merita un bell'8 pieno.
Molto carina e romantica, in alcuni passaggi forse un po' affrettata.
RispondiEliminaVoto 7
Ila Cullen
Voto 7
RispondiEliminaBello il giardiniere!!!!! E certo che sto povero Mike non ha mai chance!!!!
RispondiEliminaAhahahhahahahahh!!!
Complimenti per aver raccontato questa bella storia!
6
EliminaIn alcuni punti ho trovato la storia affrettata, ma è stata proprio carina da leggere.
RispondiEliminaComplimenti.
Voto 6
Un Edward giardiniere :) e chi non lo vorrebbe??
RispondiEliminaA dir la verità... lo vorrei... adesso... eeemmmhhh!!
La storia è scritta bene.
All'inizio questa Bella non mi piaceva... Mike sarà anche noioso ma non cattivo, da quel che ho letto, e non meritava certo di essere schiaffeggiato solo per un bacio.
Tra l'altro, lei non sapeva ancora chi era Edward... lo aveva appena visto.
So che anche ai giorni nostri ci sono ancora i matrimoni combinati... ma qui, secondo me, era Bella che doveva crescere e capire quello che voleva davvero.
Edward glielo ha fatto capire :) e infatti alla fine Bella sceglie di seguire il cuore e i sentimenti, e non il volere dei genitori.
Sei stata molto brava :D!!