sabato 31 ottobre 2015

REGOLAMENTO




1) Personaggi:
Dovranno essere usati i personaggi della Twilight Saga.
(opzione scelta tramite sondaggio nel gruppo)
2) Genere:
Ammessi tutti i generi: dramma, comico, tragico, erotico, sentimentale, vamp, fantasy, ecc.
3) Contesto:
Elemento: TERRA
Potete intenderlo a vostro piacimento: terra intesa come sacco da giardinaggio, come composto di elementi inorganici e organici, terra come il pianeta Terra, terra come: TERRAAAAA! urlato dalla vedetta di una nave, terra come tonalità di colore o come make up, terra come simbolo, terra come elemento dei segni zodiacali, Terra come pulsante dell'ascensore, insomma tutto quello che volete, "No limits." (cit.)
4) Era:
Qualsiasi
5) Luogo:
Qualsiasi
6) Modalità di scrittura:
La storia potrà essere scritta nella forma preferita, sia in prima persona che in terza persona. Può prevedere cambi di POV.
7) Forma:
ONE SHOT - La storia dovrà essere in capitolo UNICO ed avere senso compiuto. Se la storia è a capitoli, sarà comunque pubblicata in un unico post.
8) Lingua:
Italiano
9) Restrizioni :
- La storia deve essere nuova, mai pubblicata né interamente né in nessuna delle sue parti.
- La storia deve essere corretta al meglio delle possibilità individuali;
- Non è obbligatorio il betaggio;
- Non saranno accettate richieste di betaggio alle admin, quindi le storie saranno postate così come inviate;
- Dovete allegare una sola foto o un banner in accompagnamento alla storia; dette foto non dovranno mostrare in alcun modo organi genitali e non potranno mostrare il nome dell'autrice.
- La storia non potrà includere atti sessuali con bambini o animali;
- La lunghezza della storia non potrà essere inferiore alle 5 pagine di Word, o editori di testo simili, in carattere simile all’11 Arial, e non superiore alle 90 pagine. Detti termini di lunghezza sono puramente indicativi e affidati al buon senso delle autrici.
- La storia deve essere ANONIMA, così come la foto o banner in allegato, che invece potrà contenerne il solo Titolo.
- Durante il periodo del contest non si potrà dare alcun indizio sulla storia che si sta scrivendo.
10) Termini di consegna lavori:
Le storie dovranno essere inviate già terminate e in messaggio privato a Cristina o Laura, entro e non oltre GIOVEDì 29 OTTOBRE 2015 ore 23.59.
11) Inizio contest:
La data di pubblicazione delle storie avverrà in blog apposito DOMENICA 1° NOVEMBRE 2015
12) Fine contest:
La data di fine del contest è fissata DOMENICA 22 NOVEMBRE 2015 ore 23.59, con la chiusura del blog ai commenti.
13) Le storie non potranno essere pubblicate altrove prima della fine del contest celebrata con la premiazione delle vincitrici.
15) Modalità di voto: 
GIURIA:
- vedi post qui nel blog
VOTO POPOLARE
- le lettrici potranno esprimere, il loro giudizio personale commentando graziosamente ogni storia, assegnando un punteggio variabile da 0 a 10, in modalità scolastica.
16) Categorie premiate:
- vedi post GIURIA qui nel blog
17) Premi:
Saranno assegnate delle foto targa con impressa la categoria vinta, il nome dell'autrice e il titolo del racconto.
18) Le admin si riservano il diritto di ritirare le storie dal contest qualora non rispettino i punti sopra indicati.
19) Per qualsiasi suggerimento o modifica al regolamento rivolgersi alle admin anche nei commenti in chiaro.


GIURIA





Le Admin del gruppo Fifty Shades of Twilight Fanfictions nominano ufficialmente per il Contest "Terra" le seguenti Giurate:

Jo Tyler Packer
Chiara Amadori
Paola Pellegrini
Paola Arcobasso
Ciaspola De Ciaspolis
Cristina Robin

Le sunnominate Giudici si impegnano implicitamente a valutare tutte le storie del contest nell'assoluta imparzialità e ininfluenzabilità, creando un gruppo segreto su Facebook, dove potranno interagire liberamente, nominando un Presidente tra loro che possa comunicare risultati o altro alle Admin del gruppo FSOTFF.
In un lasso di tempo variabile sulle 3 settimane, dovranno produrre un verdetto sulle seguenti categorie:

- miglior idea originale
- miglior sceneggiatura
- miglior uso del linguaggio
- miglior protagonista femminile
- miglior protagonista maschile
- miglior personaggio secondario
- miglior atmosfera drammatica
- miglior atmosfera romantica
- miglior atmosfera leggera
- miglior atmosfera hot
- miglior bacio
- miglior incipit
- miglior finale
- miglior frase
- premio della Giuria

Le Giurate dovranno raggiungere un verdetto di maggioranza per ogni categoria nominata, consegnare tale verdetto alle Admin e non divulgare i risultati fino alla premiazione, dove potranno poi esprimere liberamente i loro pareri e i loro suggerimenti di migliorie.

Buon lavoro!



La terra nel cuore





   

Edward pedalò in fretta giù per la strada, dritto alla sua meta. Poi buttò la bici sul ciglio e salì in piedi sul muretto, aggrappandosi alla recinzione come una scimmia.
Allungava ogni giorno il percorso dalla scuola a casa sua. Voleva passare dal campo e restare da solo, a guardare. Qualche volta qualche compagno lo aveva seguito, rovinandogli metà del divertimento.
«Che facciamo?»
«Andiamo?»
«Hai portato il pallone?»
Noiosi bambinetti. Lui non voleva parlare, non voleva giocare, non voleva compagni. Voleva solo guardare.
Sognava di saltare, correre, sudare, ridere. Seguiva con passione malcelata i ragazzi più grandi che si allenavano lì, adorava le loro grida e le parolacce canzonatorie o di incitamento che si lanciavano a vicenda. Ridacchiava fra sé, contento.  "Fottuto me, un giorno anch'io," pensava.
«Ehi, ragazzino. Ti sei perso?»
Scosse la testa verso la voce che apparteneva alla custode. Un donnone con una voce tonante come quella di padre Emmett, quando predicava di diavoli dell'inferno, a catechismo.
«Che ore sono, signora?» chiese, ricollegandosi improvvisamente alla realtà.
Quella glielo disse e lui divenne bianco come la cera. Aveva di nuovo fatto tardi. E le avrebbe prese di nuovo. Merda.

Alla terza frustata di cinghia che gli arrivò nella schiena, Edward si estraniò del tutto. Non sentiva il dolore. Non gridava, non parlava, non piangeva. Non serviva dire niente, il bastardo avrebbe smesso solo quando avesse deciso lui, non prima.
"Crepa," pensava Edward, cercando di resistere, "Io crescerò. E me ne andrò di qui."
Gli dispiaceva solo per sua madre che piangeva in un angolo. «Lascialo, lascialo. Non fa niente, Carl. Non ero preoccupata. Lascialo.»
Ma quello non lo lasciava. Non ascoltava nessuno. «Non capisci, Esme. Questo stronzetto deve imparare le regole. Deve apprendere la disciplina. C'è un orario per tutto: la scuola, i giochi, il pranzo. Non può perdersi per la strada e pretendere che noi aspettiamo come niente fosse. In questo modo capirà, prima o poi.»
Appunto, piangere non serviva.

«Edward, vuoi continuare tu?» A scuola lo coglievano sempre, quando si distraeva a guardare fuori dalla finestra, impaziente di uscire, di scappare, di rischiare il collo correndo come un matto sulla bici sgangherata.
Ma Edward continuò, ricacciando indietro uno sbadiglio. Non ci voleva certo un genio per la lettura a pappagallo di un brano che lui aveva già letto varie volte, cercandovi la ricetta per evolversi da quella bestia di suo padre: Darwin, l'evoluzione della specie.
«Sei sempre distratto… Ti annoio forse, Edward?»
Negò. «Mi scusi, signora,» disse. Lo annoiava eccome, ma non era scemo, non glielo avrebbe mai confessato. Lei avrebbe preteso il suo diario, avrebbe convocato i suoi e invece lui doveva assolutamente tenere lontani gli occhi del padre da una possibile nota, ergo la sua cintura dalla propria schiena.

Un altro giorno l'insegnante imbastì una presentazione di Albert Einstein. Edward lo adorava.
Il fisico era stato cacciato da scuola due volte. I suoi professori lo rimproveravano perché non studiava e non aveva interesse per nulla, mentre quello invece si annoiava a morte. Edward ridacchiava pensando a se stesso.
A soli undici anni, era secondo sua madre un ragazzino pieno di vita e di interessi, solare, disponibile, affettuoso, sincero. Secondo suo padre invece era solo un cretino e una checca irrispettosa e fannullona.
«Io ne sono un esempio vivente, signora.»
«Un esempio di cosa, Edward?»
«Che tutto è relativo, come diceva Einstein.»
Tutta la classe rise, mentre la professoressa scuoteva la testa. Capire quel ragazzino dotato e ironico era difficilissimo.

Un pomeriggio d'estate, dal suo posto in prima fila, aggrappato alla rete del campo di atletica, vide la ragazza dei suoi sogni.
Veloce come una gazzella, percorreva con due sole perfette, simmetriche falcate lo spazio tra gli ostacoli, che poi saltava agilmente con quelle sue incredibili gambe lunghe. I capelli bruni, legati a coda di cavallo, le danzavano al vento nella corsa. Quel corpo snello e sottile ma femminile stregò Edward e lo trasformò nel più grande fan di Isabella Swan, atleta di Olympia. All'epoca lei aveva ventun'anni, dieci di più del magro ragazzino che la guardava appassionato ogni pomeriggio, alla stessa ora.
Da quel giorno Edward prese ad allenarsi come un pazzo nella sala attrezzi di suo padre, a mangiare più che poteva proteine e simili, a misurarsi ogni giorno contro lo stipite della porta, a radersi le guance dove non c'era manco un misero pelucco mascolino.
"Devo crescere," pensava, "e in fretta. Voglio il mio posto in pista. E avvicinare quella fata."
La sera, nel suo letto in mansarda, con la finestra aperta in ogni stagione sul cielo che era lo stesso che guardava Lei, si masturbava come un folle disperato, mordendo il proprio cuscino per attutire i gemiti.
La madre trovava ogni mattina appollottolati  in terra vari pezzi di carta igienica e sul comodino il rotolo.
«Edward, ma…?»
«Sono raffreddato, ma'.»
«Di nuovo?»
Lui non rispondeva.

«Vorrei provare. Si può?» Chiese un giorno alla custode che lo aveva sorpreso a sbirciare per l'ennesima volta.
«Provare cosa? Dovresti chiedere all'allenatore…»
«C'è?»
«Ti accompagno.» Lo guardava con un vago sorriso, un po' canzonatorio.
Edward gonfiò un po' il petto, alzò la testa, cercò di estendersi più che poteva in altezza. Aveva anche pensato di mettere qualche spessore nelle scarpe, ma poi per correre lo avrebbero impacciato.
Il signor Banner lo squadrò da capo a piedi. «Corri ragazzo. Fammi vedere cosa sai fare.» Non gli chiese se volesse provare i 100, i 200, gli ostacoli. «Corri senza pensieri. Corri e basta. Ti dirò io quando fermarti.»
Edward corse. Fece due volte il giro del circuito, prima che Banner lo fermasse. Gli piacque da morire: correre era liberatorio. Il vento cancellava preoccupazioni, tensioni, persino desideri e obiettivi. Correre era solo correre. Lo faceva sentire protagonista attivo, vincitore. Rimaneva senza fiato ma dominava su tutto. Correre era la sua vita.
«Sei bravo, ragazzo. Hai stile naturale. Dove hai imparato?»
«A correre?» chiese incredulo. «Correndo!»
«Come ti chiami?» sorrise Banner. Guardando i passi ritmici, lunghi e armoniosi di quel ragazzino, l'uomo aveva rivisto se stesso. Si era piaciuto moltissimo.
Stabilirono che poteva andare ad allenarsi al campo dopo la scuola, tre volte a settimana.
«Avrò bisogno del consenso dei tuoi, Edward.»
«Dirò a mia madre di accompagnarmi, domani pomeriggio.» Mai e poi mai avrebbe chiesto qualcosa a suo padre, gli avrebbe dato solo un motivo in più per tormentarlo. Forse pure picchiarlo, chissà.

Quello fu così il primo segreto che Edward condivise con sua madre.
«Vado al campo da due anni, mamma. Sai ogni volta che arrivo tardi? E' lì che vado. Resto a guardare per ore. Mi piace il colore della terra battuta. Mi piace il profumo che emana quando piove. Mi piace la gente che c'è lì. Banner, l'allenatore, dice che sono bravo. Vieni a vedermi correre, qualche volta?»
La madre lo abbracciò. «Certo, ragazzo mio.»
«Non dire nulla al bastardo, però.»
«Non lo farò, tesoro. Tu però non chiamarlo così. È tuo padre, Edward.»
«Lo so, purtroppo.» Non aggiunse che saperlo era l'unico piccolissimo senso di colpa che provava quando pensava di ammazzarlo in dieci e più modi differenti.
«Ti rende la vita difficile perché ti vuole bene e vuole prepararti alle difficoltà del futuro.»
Edward sorrise, scoprendo appena i denti perfetti. I capelli biondo scuri facevano sembrare la sua testa ancora quella di un bambino, ma i pensieri e le considerazioni erano quelle di un uomo.
«È per questo che picchia anche te, mamma? Per "formarti"?» chiese senza ironia.
Esme lo abbracciò di nuovo e lasciò quelle domande senza risposta. La conoscevano entrambi molto bene.

Un pomeriggio, mentre correva di fianco al percorso ad ostacoli, vide che c'era anche Lei ad allenarsi.
Diede il meglio di sé per farsi notare, e ottenne l'attenzione di Isabella Swan.
«Chi è quel ragazzino?» la sentì chiedere a Banner dallo spogliatoio, attraverso la finestra aperta.
«Bravo, eh? Un talento naturale. E non ha ancora dodici anni.»
«L'hai provato negli ostacoli?» L'aveva osservato anche lei, valutandone l'atleticità del corpo e l'armonia della corsa.
«No. Voglio che liberi tutta la sua energia, senza freni. È come un cavallo a briglia sciolta. Energia pura.»

Il secondo segreto che Edward condivise con sua madre fu proprio Isabella Swan.
«Chi è quella ragazza che saltava gli ostacoli, oggi?» gli chiese Esme un pomeriggio, dopo l'allenamento, mentre tornavano a casa.
«Una fata e una gazzella,» rispose lui sognante.
Esme rise. «È molto bella. E anche bravissima, mi sembra.»
«Sì. E un giorno la sposerò.»
La madre sorrise. «Tu? Ma sei il mio bambino!»
«Certo. E un giorno sarò suo marito.»

Infine Edward crebbe. Nonostante le botte e i castighi assurdi del padre, con le carezze e l'appoggio incondizionato della madre, grazie ai mille sogni ad occhi aperti, alla scuola, al campo e alla preziosa carta igienica, Edward divenne un giovane uomo, sicuro quanto basta a uno spirito per natura ottimista e ambizioso, introverso e osservatore quanto serve a evitare guai. Forte e bello nel corpo, di sani principi morali, e con una mente decisamente fuori del comune.
Il padre voleva facesse domanda per arruolarsi nei marines, e Edward finse di compilare e spedire i documenti. Carlisle Cullen non si rendeva minimamente conto di quanto poco fossero considerati dal figlio il suo consiglio e la sua approvazione.
La domanda Edward la spedì infatti all'Università di Seattle, con la complicità della madre.
Era il loro terzo segreto.
«Se mi prendono vieni via con me, mamma.»
Esme sorrideva, accarezzandogli i capelli tendenti ormai al bruno, ma sempre morbidi e mossi. Sarebbe stata dura andare avanti senza quel figlio meraviglioso, l'unica cosa davvero buona che le fosse venuta dal matrimonio col "bastardo". Tuttavia non sarebbe mai andata con lui a Seattle. Non voleva che il figlio avesse una palla di piombo ad ancorarlo a terra.
«Ti accetteranno di sicuro, Edward. Sei in gamba. Il migliore.»
Seattle infatti lo accettò, anche se più per meriti sportivi che didattici. Il rendimento del ragazzo era stato altalenante negli anni precedenti.  Spesso si annoiava, rifiutava di studiare ciò che proprio non gli piaceva, ed inoltre sfruttava ogni momento libero per correre al campo, l'unica sua vera passione. Aveva anche vinto diverse gare e alla fine il padre aveva scoperto dove passasse tutto il tempo. Carlisle, incredibilmente, fu fiero di lui. Un futuro militare deve ben allenare il proprio corpo. Nessuno smentì le sue teorie e aspettative, né gli spiegò che al figlio la sua approvazione non interessava più da anni.

«Tu non vai da nessuna parte che non sia una destinazione del comando dei Marines.»
Carlisle si alzò in piedi dal suo lato del tavolo, durante la cena in cui Edward diede l'annuncio della sua partenza per Seattle.
Il ragazzo guardò sua madre tentando di rassicurarla con gli occhi: si stava torcendo le mani, in silenzio, seduta al suo posto. Poi Edward lentamente si alzò dalla propria sedia, venendosi a trovare esattamente di fronte al padre. Torreggiava su di lui, più alto ormai di una buona spanna.
«Invece vado a Seattle, papà. E tu non puoi farci un cazzo di niente.»
Da qualche anno non lo picchiava più, ritenendo che avesse imparato tutto, o forse, più semplicemente, temendo che il figlio gli si rivoltasse contro, muscoloso com'era, anche se asciutto. «Disubbidisci a tuo padre, dunque, Edward?»
«Sì.»
«Tu eri a conoscenza di questa follia, Esme?» Carlisle si girò verso la propria moglie, ma Edward picchiò forte un pugno sul tavolo.
«Lascia la mamma fuori da questa storia. È la mia vita. Vado a Seattle. Punto.»
Il padre fece il giro del tavolo e arpionò le spalle del figlio, gli occhi traboccanti ira e aggressività.
«Lasciami. Subito.» I pugni di Edward si aprivano e chiudevano ritmicamente. Sarebbe esploso di lì a poco.
Esme piangeva sommessamente, non voleva che arrivassero a picchiarsi. «Lascialo,» disse, asciugandosi gli occhi e alzandosi in piedi anche lei. Li destabilizzò entrambi.
«E tu che cosa vuoi adesso, donna?»
«Ormai è un uomo. Lascia che prenda le sue decisioni. Deve andare per la sua strada. Tu hai me su cui esercitare il potere. In futuro dovrà bastarti, Carl.»
L'uomo si lasciò ricadere sulla sedia, senza rivolgere più sguardo o parola ad alcuno, ignorato dal resto della propria famiglia. Come per ogni codardo, la sua forza veniva soprattutto dalla non-reazione degli altri.
Edward e sua madre passarono il resto della serata a finire di preparare i bagagli.
Il mattino dopo il ragazzo partì, baciando sull'uscio sua madre e promettendo di tornare per il Ringraziamento, come ogni buon americano. Rivolse solo uno sguardo alla finestra del piano di sopra, in cui vedeva stagliarsi la figura immobile e accigliata del padre.
"Addio, bastardo," pensò.

A Seattle, prima ancora di recarsi a prendere informazioni sugli orari dei corsi, andò a visitare l'Husky Stadium, portando con sé la lettera di presentazione preparatagli dal signor Banner. Venne inserito nei turni del mattino presto, come lui chiedeva, e gli dissero che avrebbe potuto iniziare quando avesse voluto.
«Al mattino presto, in questa stagione, solo pochi sfidano nebbia e gelo.»
«Grazie. Per me andrà benissimo.»

Nei due anni che seguirono studiò come un disperato, cercando di dare esami e seguire più corsi che potesse. Laurearsi prima possibile, trovare un lavoro, aiutare sua madre a divorziare, portarla via, erano i suoi obiettivi primari. La terra del campo era rimasta solo la sua valvola di sfogo, il momento in cui lasciava uscire la tensione e dava via libera a tutta la sua energia. Aveva amici con cui condivideva il poco che si concedeva: qualche partita di football degli Huskies allo stadio e qualche stupida festa della sua confraternita, dove si beveva troppo ma si parlava poco, il che andava bene. Qualche donna ogni tanto, giusto per ricordarsi che il pisello aveva anche un'altra funzione, oltre a quella mintoria.

Era un martedì qualunque, di un qualunque mese invernale, il giorno in cui rivide con sua grande sorpresa Isabella Swan.
Negli anni addietro, da perfetto fan qual era, aveva bevuto qualunque notizia la riguardasse e saputo che, dopo la partecipazione alle olimpiadi, cinque anni prima, si era ritirata e aveva sposato un giovane rugbista di colore, Jacob Black, da cui aveva avuto una bimba. Poi più nulla. Assoluto silenzio su quella che era la sua altra grande passione, da più di dieci anni.
Quella mattina una pioggerellina bastarda e infida lo aveva costretto ad un solo breve giro, per evitare di inzupparsi fino al midollo. Tornò così al campo nel pomeriggio, invogliato da uno sprazzo di sole e da dispense orribili che non ne volevano sapere di entrargli in testa. Correre un po' lo avrebbe come al solito rilassato e aiutato a concentrarsi meglio per lo studio. Indossò pantaloncini, felpa e scarpe da corsa. Se avesse potuto avrebbe "girato" un po' nel campo, altrimenti sarebbe tornato indietro e si sarebbe fatto bastare la corsa di tragitto.
Il campo era solo parzialmente occupato e quando entrò notò sulla prima fila della tribuna una giovane donna con a fianco una bimba riccioluta.
Prese a correre in rilassamento, senza "spingere" troppo e, avvicinandosi, la riconobbe. Vestita in jeans e giacca di pelle, i capelli sciolti e più corti, era lei, un po' più in carne di come la ricordava, sempre bellissima. La bimba era certamente la sua: occhi grandissimi e bocca a cuore della mamma, ma pelle color caffellatte da perfetta mulatta.
"Il fottuto marito sarà a giocare chissà dove?" pensò.
Fece un giro, poi accelerò. Dopo tre giri di campo si fermò nei pressi della tribuna, a fare stretching.
«Ciao,» lo salutò la bimba.
«Ciao,» rispose lui.
Isabella alzò il viso dal cellulare, a guardarlo. «Buongiorno.»
Non l'aveva riconosciuto. Meglio così, si sarebbe divertito di più.
«Lei è Isabella Swan,» affermò.
«Sì,» disse la bambina, «è la mia mamma, sai?» aggiunse poi orgogliosa.
«E tu come ti chiami?» chiese allora lui alla bimba, fissando la donna che le accarezzava sorridendo i capelli.
«Melody,» rispose la piccola, saltellando e facendo ballonzolare i riccioli.
«Tu invece sei…?» gli chiese la Swan.
«Cullen. Edward Cullen,» lo disse ironico, alla James Bond.
Risero entrambi. No, non l'aveva riconosciuto. Del resto come poteva? Di quando frequentavano lo stesso campo di atletica, a Edward erano rimasti solo gli stessi occhi verdi e la falcata lunghissima.
Isabella si alzò e venne a porgergli la mano affusolata e aggraziata che Edward strinse con grande piacere, poi tolse gli occhiali e lo illuminò di un sorriso radioso.
«Era da tanto che non venivo riconosciuta…»
«Non corri più?»
«No,» rispose, distogliendo lo sguardo. Qualcosa l'aveva spenta. Perché? Edward moriva dalla curiosità di chiederle di più.
"Parlami. Raccontami di te, cosa mangi a colazione. Dov'è tuo marito. Se ti fa stare bene. Se ti fa godere come farei io, se fossi mia. Dimmi di che colore indossi gli slip in questo momento. Qualunque cosa vuoi," pensava, ma continuò a sorridere in silenzio.
Melody venne a reclamare la mamma e la merenda e la donna fece per allontanarsi, salutandolo.
«Vieni qui ogni pomeriggio?» le chiese, volendo trattenerla ma non sapendo come fare.
«Qualche volta,» rise lei. «Perché, vuoi forse perseguitarmi come uno stalker?»
«Non è un'idea malvagia…» Risero di nuovo, poi lei era già lontana e lui dovette smettere di sorridere. Gli doleva già la mascella.
"Bella figura da coglione, Cullen. Complimenti," pensò.
Ma il pomeriggio seguente sarebbe tornato, un'ora prima, per non perdersi nemmeno un minuto di lei, visto che il destino gliel'aveva rimessa benevolmente sulla strada.
Tuttavia per una settimana non la rivide.
Chiese al campo, fingendo noncuranza, ma gli risposero che veniva ogni tanto, con la bambina, quando Black era ad allenarsi o a giocare in qualche altro stato. 
Scaricò da internet il calendario di tutte le partite della squadra di Black e si fece un programma di giorni e orari per frequentare il campo quando avrebbe potuto molto casualmente incontrarla.
Tanta organizzazione fu premiata: otto giorni dopo la rivide. Stessa tribuna, stessa bambina, stessi occhiali, stessa stupefacente bellezza. Cazzo. Solo a guardarla gli tirava la cucitura dei pantaloni, anche se erano una grigia tuta da ginnastica.
«Ehilà, Swan,» l'apostrofò, passandole accanto e rallentando appena.
«Ciao, bello!» gli rispose la bambina, facendolo ridere. Isabella non alzò invece neppure la testa, presa dal cellulare su cui digitava qualcosa.
Edward salutò la bambina con la mano e accelerò, deluso dalla mancanza di attenzione della donna.
"Vorresti ignorarmi,  ma non te lo permetterò, vedrai. Sono piuttosto bravo a raggiungere gli obiettivi che mi prefiggo."
Casualmente, finì di correre proprio mentre la Swan e sua figlia si alzavano dalla tribuna e si avviavano all'uscita. Casualmente Cullen si fermò al distributore dell'acqua che si trovava proprio nei pressi dell'ingresso.
«Ciao, bambolina. Vai via?» parlò direttamente alla bambina.
«Ciao,» lo salutò allora anche la donna.
«Andiamo a prendere un zelato. Ti piasono i zelati?»
«A chi non piacciono i gelati? Certo! Ne vorrei proprio uno anche io, ma dovrei prima farmi una doccia…»
Isabella sorrideva, anche se stavolta non tolse gli occhiali come la volta precedente.
«Mamma, può venile con noi anche lui?»
Isabella le diede un buffetto sul naso col dito, «Non essere sempre invadente, Mel…»
«Oh, mi piace essere invaso, tranquilla,» gli formicolava la pelle dalla voglia di toccarla, anche solo quel dito. "E mi piace ancora di più invadere. Sono l'invasore più accurato di tutto il fottuto stato di Washington, Bella…" pensava.
«D'accordo allora. Ti aspettiamo.» Le sembrò innocuo: un giovane esuberante che le faceva un po' il filo. C'era di che essere contenta, senza timore alcuno. Sperava solo che Jacob non ne venisse a sapere nulla, perché di certo lui avrebbe invece trovato da dire in proposito.

Mezz'ora dopo sedevano davanti a due enormi coppe di gelato, con la bimba in ginocchio tra loro a leccare estasiata un cono.
«Così tu sei di Seattle?» gli chiese Isabella.
«No. Di Olympia.»
«Anch'io sono di Olympia…,ma magari tu lo sai già?»
«Sì. Frequentavamo lo stesso campo di atletica, anni fa.» Edward se la beveva con gli occhi, rimpiangendo solo che lei non sfilasse quei maledetti occhiali da sole. Li odiava.
«Davvero? Non mi ricordo…» "di te" stava per aggiungere, poi le sembrò poco cortese e tacque.
«Una decina di anni fa…»
Lei scosse la testa, non ricordava, ma Edward non ne fu ferito. Era normale non avere ricordo di un ragazzino.
«E cosa ci fai a Seattle? Lavori o studi?»
«Studio. Giurisprudenza, qui al Campus. E tu? Dopo le Olimpiadi ti sei trasferita qui?»
«Non proprio subito, ma quasi. Sai, l'amore e tutte quelle sciocchezze lì…» si fermò imbarazzata, gli stava raccontando troppo. Approfittò per cercare nella borsa un fazzolettino con cui ripulire la faccia piena di cioccolato di Melody e interruppe la conversazione. Il suo cellulare si mise a suonare e Isabella si alzò di scatto, come colta in fallo.
«È papà?» chiese la bambina.
Un'occhiata veloce allo schermo e lei spense il telefono.
«Non rispondi mamma?»
«No. È scarico.»
Edward capì che non voleva parlare davanti a lui e abbozzò un sorriso un po' fiacco. Forse era ancora solo un ragazzino…, pensiero che gli diede fortemente sui nervi.
«Noi andremmo, Edward…» Doveva già scappare. Il tempo regalatogli era già finito.
"Eh no. Non ci sto." Si alzò con loro e si diresse a pagare, insistendo perché lo lasciasse fare.
Scherzò con un inchino cerimonioso. «Permettimi di sdebitarmi per la piacevole compagnia di un gelato, eh?»
Lei rise e acconsentì. «Mi dispiace che dobbiamo scappare così in fretta ma sai… la bambina,…mio marito…e io…Insomma devo andare.»
Non aspettò nemmeno che lui replicasse, filò via con la bimba come se avesse visto un fantasma.
Edward fu colpito da una strana sensazione di déjà vu ma non vi fece caso.

Chiamava spesso la madre e le parlava delle lezioni, delle partite nel bellissimo stadio Husky, dei suoi allenamenti, del tempo, dei compagni, di qualche ubriacatura leggera. Non chiedeva notizie di suo padre: a lui non interessava sentirle, a lei non piaceva parlarne.
Quella sera le raccontò invece che aveva rivisto Isabella Swan, la quale aveva una bellissima bambina. Riempì il racconto di particolari e delle battute naturali della piccola, eppure tenne sempre un tono distaccato, distratto dal pensiero di qualcosa che gli stava sfuggendo e che avrebbe invece dovuto osservare. Poi passarono un paio di settimane prima di riuscire a rivedere Isabella e lui si dimenticò di quella sensazione.

Quel pomeriggio Melody giocava con una palla colorata che faceva rotolare sui sedili della tribuna, mentre Bella osservava due ragazze che saltavano gli ostacoli, nel campo. Edward seguiva il suo sguardo da lontano, mentre correva con quella sua lunga, tipica falcata. Si accorse dell'istante esatto in cui lei lo scorse, illuminandosi e alzandosi in piedi a sbracciare per attirare la sua attenzione.
«Ciao!» gli gridò festosa.
Edward si girò a guardarsi intorno per essere proprio certo che ce l'avesse con lui, ma nessun altro era nei paraggi. Si indicò allora con un dito e lei annuì.
«Ciao!» rispose. Cazzo. Era il suo giorno fortunato. Si avvicinò a corsa rallentata, sudato marcio e frizzante come una birra.
«Hai finito, per oggi?» Gli chiese lei.
Lui annuì, con un sorriso incerto, in bilico tra la gioia di passare del tempo con lei e la consapevolezza che qualcosa non quadrasse. Cosa poteva averla fatta diventare così propositiva all'improvviso? Non sembrava nemmeno lei. Per giunta si guardava intorno come se cercasse qualcuno.
«Isabella… stai bene?»
«Certo che sto bene. Melody vieni qui!» Strillò intanto alla bambina, poco lontana. No, non stava bene. Non stava bene da anni, ormai. Stava malissimo ed era così stufa della propria situazione che per cambiarla avrebbe dato dieci anni della propria fottuta, schifosissima vita futura. Peccato non poter tornare indietro nel tempo. Quante cose avrebbe cambiato! Quasi tutto, a pensarci bene. Tranne Melody, quella mai, a nessun prezzo.
Lo guardava, gli occhiali finalmente tenuti in mano, occhi negli occhi e lui vi lesse…bisogno. "Posso darti qualunque cosa, fammi solo capire cos'è," pensò. E sorrise.
«Ho il pomeriggio libero. Ti va di fare un po' di compagnia a me e a Mel? Credo che ci farebbe bene un…amico.»
«Al vostro servizio, mie deliziose signore. Fatemi solo fare una doccia.»
Persino la sua mano destra mozzata le avrebbe dato.

«Melody è l'unica cosa davvero stupenda che mi sia capitata, Edward. Ma tu sei un ragazzo, non puoi capire cosa può significare un figlio per una madre,» gli disse mezz'ora dopo, ignorando che lui invece capiva benissimo. Ogni tanto gli lanciava un'occhiata, con i capelli ancora bagnati dalla doccia, seduto in macchina accanto a lei, sorridente, bellissimo, era semplicemente uno schianto. Si era accorta di piacergli, che male c'era a regalarsi un paio d'ore di revival di giovinezza?
Spiegò che era diretta a casa di un'amica, dove avrebbe lasciato la bambina a giocare con una coetanea. Lui doveva invece accompagnarla in un posto. Doveva assolutamente fargli vedere una cosa. Era da tanto che ci pensava. Doveva. Assolutamente.
Edward non sapeva cosa cavolo pensare, invece, frastornato ed eccitato come un maniaco assatanato.
La Bella che aveva conosciuto lui sembrava una donna ponderata, guardinga, osservatrice. Oggi invece gli sembrava fuori di sé, parlava troppo, rideva troppo, si muoveva a scatti, si grattava. Era agitata. Ad un certo punto lanciò persino nei sedili dietro gli occhiali con cui teneva su i capelli.
«Attenta alla bambina,» le disse lui, d'istinto.
«Oh, è vero. Ti ha colpito, la mamma maldestra, Mel?»
«No,» disse la bimba.
Che era successo alla Isabella Swan che lui conosceva? Aveva bisogno di un amico, gli aveva detto. Ma era da un'amica che stavano andando. Di che tipo di amico aveva bisogno? Non era preoccupato, che diamine, ma curioso sì. Moltissimo. E anche divertito.
Arrivarono a destinazione in breve.
«Aspettami qui. Faccio in un attimo.» La voce perentoria, Isabella prese in braccio la bimba e sparì nel portone di fronte, lasciando persino la macchina accesa. Quando risalì non parlò più e guidò, stringendo il volante con le mani fino a farsi sbiancare le nocche.
«Dove stiamo andando, Isabella?»
Lei sorrise, sfiorandogli la gamba sinistra con la mano destra. «Fidati di me, vuoi?»
Aveva altra scelta? Se anche l'avesse avuta, era disposto ad andare con lei pure all'inferno.
Lei parcheggiò davanti a un motel, in periferia, e allora, di colpo, lui capì. A dire il vero il primo a capire fu il proprio cazzo, che si erse nella sua aitante combattività, fiero e solerte. Ma Edward gli tenne immediatamente dietro. Non gli interessavano le motivazioni. Lo desiderava? Perfetto. Lui molto di più e da molto più tempo.
Il tempo di consegnare i documenti alla reception e prendere, anzi, strappare di mano la chiave all'uomo grasso e dai capelli unti che gliela porgeva, e corsero, per mano come ragazzini, alla stanza assegnata loro.
Edward la schiantò col proprio corpo contro la porta, non appena questa fu chiusa, poi con la bocca si impadronì della sua, e con le mani prese quelle di lei e gliele tenne ferme in alto, arresa alla passione che lo consumava da secoli e millenni. Furono poche le frasi che si scambiarono, tra i baci con cui si divoravano la bocca, e le mani con cui si accarezzavano ovunque, prima sopra i vestiti, poi sotto, sulla pelle calda e impaziente.
«La mia bellissima, irraggiungibile Isabella…finalmente mia…»
«Il mio diavolo tentatore, con quegli occhi così verdi…»
Poi l'irraggiungibile e il diavolo si fusero insieme, in piedi contro la porta, con le gambe ancora impacciate da pantaloni e scarpe, incuranti della scomodità, del poco tempo a disposizione, dei gemiti, di qualunque cosa che non fosse loro stessi e la voglia reciproca di perdersi nell'altro e prendersi qualunque cosa gli fosse offerta. Si marchiarono il viso con i piccoli morsi, la pelle con le unghie e la forza dei polpastrelli, l'inguine appiccicato, impiastricciato, arrossato, escoriato dalla forza di quel primo amplesso, sconvolgente e incontrollabile.
Poi lui la sollevò sulle braccia forti e la portò sul letto, dove calciarono via quello che restava dei loro indumenti. E ricominciarono le carezze febbrili, i gesti sicuri e gli sguardi decisi di chi si è appartenuto di già, e non ha timore di sentirsi "fuori sintonia". L'armonia dei loro corpi era fin troppa, in realtà.
«Ho visto la tua data di nascita, prima…» gli confessò mentre lui la penetrava lentamente, guardandola negli occhi neri come la notte.
«Ssstt…»
«Sei così giovane…»
«Sei così bella…»
«Sono così sposata…»
«Lui lascialo fuori da questa stanza, Isabella. In questo momento siamo soli. Ci sono io, dentro di te,» diede un colpo di reni, per sottolineare il discorso. «È il mio momento, non il suo,» diede un altro colpo. «Una fortuna inaspettata, averti, Isabella. Solo un cretino potrebbe lasciarti scappare via,» ancora un colpo. «E io sono qualunque cosa, ma non un cretino.» Un colpo più lungo dei precedenti le spinse la testa fuori dal cuscino e segnò la fine delle parole. Il ritmo incalzante che ne seguì non lasciava spazio a chiacchiere inutili. In ginocchio sul letto, davanti a lei, le sollevò le natiche con le grandi mani e se l'appoggiò sulle cosce, poi le arpionò i fianchi e iniziò a martellarle dentro come una trivella petrolifera. Ma quello che cercava era molto più prezioso: il piacere di entrambi, senza richiesta, alimentato solo dalla reciproca offerta. Il rumore dei corpi che si lambivano era la musica più bella del mondo. Trascinava via lei in un altro mondo. Materializzava i sogni di lui.
“Tienimi stretta, Edward. Ecco…così…È meglio del bourbon, e del sonno indotto…Molto meglio di qualunque altra cosa…,” pensava lei, appagata e abbandonata.
“Sogno sempre di volare via…ma oggi no. È più bello il mondo, visto dai tuoi seni…” pensava lui, ancora duro e per nulla stanco.
«Dov'eri, tutto questo tempo?» si chiesero in contemporanea, poi scoppiarono a ridere.
“Che significa questo, Isabella? Cosa ho scacciato via? Dove ci porterà? Continuerà, o è solo un giorno diverso dalla noia, un'occasione meravigliosa?”, avrebbe voluto chiederle lui. «Quanto tempo abbiamo ancora?» le chiese invece.
“Dovevo nascere dieci anni dopo, maledetta me,” pensava lei, mentre gli chiedeva che ore fossero.
«Di già? Cristo! Devo scappare a prendere Melody! Jacob sarà già rincasato! O mio Dio!»
La parentesi di follia dalla follia era già finita. Edward si rivestì, passandole in silenzio e sorridendo i vestiti che districava dai suoi, buttati per terra sulla brutta moquette. Non si sentiva usato, aveva rubato un momento di bellezza devastante. Niente glielo avrebbe mai portato via. Ora doveva solo riuscire a replicarlo ancora. E ancora. E ancora. Sorrise di più. Non si sentiva nemmeno in colpa.

«Dammi il tuo numero di telefono, Isabella,» le chiese in macchina, mentre lei legava la bambina al seggiolino, davanti alla casa dell'amica.
«No,» la voce di lei non era ostile. Sembrava solo…spaventata. Spaventata?
«Ti lascio il mio, allora?»
Di nuovo quell'espressione spaventata. «Edward, io…,» non lo guardava nemmeno più.
Stava per dirgli che era stato un errore? Che le dispiaceva? «Non dirlo Isabella. Non sarebbe vero. E comunque non ci crederei,» le rispose lui.
«Okay, grand'uomo. Ci rivediamo da queste parti. Prima o poi.»
Davanti all'Husky Stadium, Edward scese dalla macchina di Isabella e lei scappò via, mentre la bambina lo salutava dal vetro.

Andò avanti così per un po': lei spariva per qualche giorno, poi tornava festosa, lo cercava al campo, lo aspettava, andavano al motel, lo riaccompagnava. Quasi mai successe di nuovo che la bambina fosse con loro, all'andata o al ritorno, mentre veniva "parcheggiata" e poi recuperata dalla casa dell'amica di Isabella. Un paio di volte Edward risentì sulla pelle la sensazione che qualcosa gli stesse sfuggendo, ma era troppo attento a prendersi le briciole di tempo che lei gli donava, per farsi troppe domande.

«Ci conosciamo appena,» confessò un lunedì mattina libero da lezioni, a sua madre. «Passiamo del tempo insieme, ma… non parliamo.»
Esme non chiedeva mai nulla, ascoltava attenta.
«Ogni tanto ho l'impressione che stia cercando di dirmi qualcosa, ma quella sensazione mi sfugge. Forse è solo annoiata della sua ricca vita di madre e moglie di un personaggio…»
Esme scosse la testa, «Quella che descrivi è una donna infelice, Edward. Tanto infelice. Ti ascolto e mi sembra di rivedermi, vent'anni fa. Te piccolino, tanta gioia ma tanta stanchezza. Tuo padre sempre via, al lavoro o al bar. Le sue assurde gelosie. Nessun'amica. Un inferno.»
A Edward si accese la solita strana sensazione. «Ti ha sempre picchiata?»
Lei sorrise. «Credevo fosse colpa mia. Per mesi si comportava benissimo, affettuoso e attento. Poi un piccolo errore da parte mia lo mandava su tutte le furie, se aveva bevuto più del solito. Allora rompeva le cose. Esagerava con le punizioni per insegnarti le regole. Ma ero stupida: gli perdonavo le sberle, lo giustificavo per le scenate. Mi sembrava che non fosse mai esageratamente brutale...»
«Esiste un grado di violenza accettabile?»
«Mi dispiace, Edward. All'epoca non vedevo via d'uscita.» Aveva imparato anni dopo, grazie ad una vicina di casa, che esistono centri di accoglienza per le donne maltrattate. Si era fatta aiutare. Era riuscita a convincere il marito a farsi ricoverare per risolvere l'alcolismo. E col tempo anche "il bastardo" era migliorato. L'età e gli acciacchi lo avevano infine reso dipendente da lei, al punto che oggi erano una coppia assurdamente tranquilla. Avevano raggiunto un equilibrio, con grande fatica e disapprovazione di Edward, che avrebbe voluto sbattere in mezzo alla strada il proprio padre.
«Non giudicarmi troppo severamente, Edward. Non è facile per una donna sola, lontana dalla propria famiglia. Lo amavo, allora. Lo giustificavo. Tu eri piccolo. Avevo paura di perderti. Mi sembrava poco male dovermene stare nascosta in casa qualche giorno e indossare degli occhiali da sole per uscire…»
«Mascheravi i lividi degli schiaffi?» le chiese, alzandosi in piedi. Cristo! Come aveva potuto non capire?
«Sì. Ma oggi è un uomo diverso, sai? La vecchiaia lo ha calmato e…»
Isabella. Isabella era in pericolo. Aveva bisogno di aiuto. Non lo cercava perché voleva un trombamico. Voleva annegare invece la sensazione di impotenza e di solitudine. E lui non aveva capito un cazzo!
«Perdonami, mamma, ora devo scappare. Ti telefono. Ti voglio bene. Ti ringrazio. Mi hai aiutato a capire… Torno presto.» La baciò sulla guancia e corse via.
Ma dove cercare Isabella? Aveva un unico indizio. Si precipitò a casa dell'amica da cui lei lasciava la bambina, e di cui sapeva il nome di battesimo. Citofonò a tutti i cognomi, che per fortuna erano solo quattro.
Il primo non rispose. Il secondo era una vecchietta che voleva assolutamente sapere cosa vendesse. Il terzo era una giovane donna.
«Mi scusi. Sono Edward Cullen. Sto cercando Isabella, Isabella Swan. È per caso da lei?»
«No. È da qualche giorno che non la sento. Chi è al citofono, può ripetere?»
Glielo disse e lei lo fece salire. Gli offrì un tè e parlarono a lungo.
Alice, questo il nome della donna, conosceva Isabella da quando si era trasferita a Seattle. Suo marito era uno dei fisioterapisti che seguivano la squadra di Black. Una bimba della stessa età di Melody aveva poi consolidato un'amicizia nata per caso sulle tribune, nei pomeriggi noiosi degli allenamenti.
«Sai che Black la picchia, Alice?»
«Chi? La bambina? Assolutamente no!»
Edward sospirò pesantemente. «No. Non la bambina. Isabella.»
Alice scosse la testa. «Non ci credo… Sono una coppia unita. Sono innamorati, sempre insieme. Adorano la figlia… Non ci credo. Perché dici una cosa simile?»
«Perché dovevo essermene accorto subito. Perché a volte porta gli occhiali scuri anche se piove. Perché ha paura di essere seguita. Perché controlla il telefono in modo maniacale. Per mille ragioni a cui non ho fatto caso fino a quando sono riuscito a tirare le somme.»
Alice continuava a scuotere la testa.
«Perché sono il figlio di un uomo che beveva e picchiava moglie e figlio. Avrei dovuto accorgermene subito,» ripeté sconvolto, con le mani nel ciuffo di capelli che continuava a torturare. «Cosa sai di lei, Alice? E quanto hai invece capito?»
«So che le manca la terra, le sue gare di atletica, la sua città. So che ama Melody più di se stessa. Credevo anche che amasse suo marito, ma effettivamente non ne parla mai… Mentre da un po' mi sussurra qualcosa circa un amico nativo delle sue parti… Sei tu, immagino?»
Edward annuì. «Hai il suo indirizzo? Il suo numero di telefono? Posso…»
Alice gli toccò il braccio e sorrise. «Sei innamorato di lei?»
«Sì,» ammise semplicemente. «Da sempre. Da quando ero un ragazzino scarno e solo e lei era già famosa e stupenda. Ma io non ho alcuna importanza, ora. Dobbiamo trovare Isabella e convincerla a farsi aiutare.»
Alice prese il proprio telefono e schiacciò un nome in rubrica. La stava chiamando. Bene.
Ma Isabella non rispose.
«Non sempre risponde. Guarda chi la chiama e spegne il telefono. Pensavo lo facesse per non parlare di cose sue davanti a me. Cretino.»
«Andiamo da lei. Le bambine sono all'asilo. Sarà in casa. Oppure l'aspetteremo davanti alla scuola. Viene sempre di persona a prendere la bambina,» fece una pausa, poi lo guardò negli occhi. «A volte nemmeno scende dalla macchina, chiama la maestra dal finestrino, la testa coperta da foulard e occhiali…Dio mio! Forse hai ragione…»
L'aveva convinta. «Non colpevolizzarti troppo. Nessuno può aiutare qualcuno che non ti chiede aiuto né ti dice di avere problemi.»
Decisero che Edward avrebbe aspettato in macchina, se davvero era come diceva lui, nessuno avrebbe dovuto vederlo entrare in casa di Black.
Ma Isabella non era nemmeno in casa.
Si appostarono allora nei pressi della scuola, parcheggiati piuttosto lontano per non essere riconosciuti, ma abbastanza vicino da tenere d'occhio il portone della scuola e vederla arrivare. Intanto continuarono a parlare, di lei, di Alice, di Edward. Dei bambini. Dei sogni.
«Sei così giovane…»
«Non mi manca molto alla laurea.»
Gli toccò di nuovo il braccio. «Non lascerebbe mai Melody, per nessuna ragione al mondo…»
«La aiuterò a non perderla, e intanto a liberarsi di Black.»
Stavolta fu Alice a sospirare. "Troppo giovane, troppo ingenuo, troppo sognatore,"pensò. «Se mai dovesse denunciarlo, Edward…la squadra farà muro con lui. Gli sponsor, gli allenatori, i fan, gli avvocati. Non hai idea di che macchina sia quella della fama, Edward. Stritoleranno una giovane donna sola, un po' depressa, e un…»
«Ragazzino? Lo so che lo stai pensando. Bene, la vedremo. Se mi metto in testa di caricare qualcosa, Alice, io sono come i tori: testa bassa e passo. Non m'importa nient'altro.»
Alice alzò gli occhi al cielo. «Cerchiamo intanto di parlare con lei.»
"Negherà con tutte le forze. Mia madre lo ha fatto per anni," pensava Edward, mentre annaspava in cerca di un'idea.

«Cosa cazzo vi siete messi in testa, voi due, eh? Alice mi meraviglio di te! Un fanatico qualunque viene a casa tua e tu gli dai indirizzo di casa e di scuola delle bambine? Lo conosci? Che ne sai chi sia? Magari uno psicopatico, un pazzo assassino, uno stupratore…»
«Dacci un taglio, Bella. L'ho convinta io, lei non c'entra nulla.»
Isabella lo squadrava dalla testa ai piedi, le labbra serrate, gli occhi di fuoco. Incazzata come una tigre, bella come sempre.
"Lasciati aiutare, lasciati aiutare. Parla con me," pregava lui con lo sguardo. «Puoi fermarti con me per un panino al volo?» le chiese, cercando di tenere basso il tono, per non spaventare le bambine che ciarlavano poco distante, sotto lo sguardo di Alice.
«Di cosa vuoi parlare, Edward? Non ho tempo per l'alcova, oggi.» Lo stava trattando come una puttana qualsiasi. Era solo questo per lei, quindi? Sentiva la rabbia montargli su come un'onda anomala.
«Benissimo. Ti racconto un storia io, allora. C'era una volta una lupa che teneva moltissimo alla sua tana e al suo cucciolo. Un giorno conobbe un cacciatore che si finse suo amico. La lupa lo lasciò entrare perché era buona. Un altro giorno conobbe un cane, ma la lupa temeva che le mangiasse il suo cucciolo, e lo tenne fuori dalla propria tana…»
«Ne hai ancora per molto, Edward? Devo portare a casa Melody. Non ho tempo per queste stronzate.» Batteva il piede per terra, ora tesa e nervosa, più che arrabbiata. Forse se si fosse trattenuta troppo, rischiava di far incazzare il pezzo di merda?
«Per carità, va' pure. Lascio il mio numero di telefono a Alice. Chiamami se…vuoi sentire il resto della storia.»

Ma di lei non seppe più nulla per mesi. Andò addirittura ad assistere a qualche partita di rugby del pezzo di merda, per vedere se fosse riuscito a scorgerla in tribuna. Nulla. Sparita.
Alice gli disse che non rispondeva più nemmeno a lei e che non le parlava quando si incontravano per caso, a scuola o agli allenamenti della squadra. «Mi dispiace, Edward.»
«Dispiace più a me. Grazie lo stesso, comunque.»
Aveva fatto proprio un bel lavoro. Le aveva tolto l'unica amica che avesse. Non c'era male come inizio.
Smise di andare al campo, non sentiva nemmeno più il richiamo della terra, della corsa liberatoria. Studiava invece come un disperato per terminare gli studi prima possibile. Si mise in contatto con l'associazione che aveva aiutato sua madre negli anni addietro ed ebbe un indirizzo di Seattle a cui rivolgersi. Vi andò e offrì il proprio aiuto e la propria consulenza. Gratis, visto che ancora non era avvocato.
Si fece benvolere. La titolare, una donna sulla cinquantina, grassoccia e simpatica, pur molto competente in materia legale, non aveva buon feeling con le diavolerie elettroniche e Edward venne chiamato sempre più spesso per aggiornare i database e risolvere problematiche legate a  virus e nuovi programmi. Quando alla signora Young, questo il nome della titolare dell'associazione, venne in mente di aprire un blog per allargare gli orizzonti dello studio, Edward si recò ogni pomeriggio a lavorare.

«Arrivederci a domani, Emily!» Edward salutò la donna e s'incamminò a piedi nel parcheggio buio, verso la propria macchina. Non vide arrivare nessuno alle proprie spalle e quindi non seppe dire chi lo avesse colpito e con cosa, quando si risvegliò il giorno dopo all'ospedale, con una commozione cerebrale e un mal di testa feroce.
Al suo capezzale c'erano sua madre, quel bastardo di suo padre, la signora Young, un paio di amici dell'università e perfino Alice.
«Ehi!» disse a tutti e a nessuno, socchiudendo gli occhi per impedire che la luce gli trapanasse la fronte.
La madre chiamò l'infermiera a somministrargli qualcosa per il dolore e dopo poco giunsero due poliziotti a compilare la sua "denuncia contro ignoti aggressori".
«Chi potrebbe volerle male, signor Cullen?»
«Nessuno. Sarà stato un balordo che voleva prendermi il portafoglio…»
«Glielo ha preso?»
Edward guardò il proprio portafoglio sul comodino. «No. Ma magari qualcosa lo ha spaventato e…Chi mi ha trovato?»
«La signora Emily Young, che non ha visto scappare nessuno, né sentito nulla. È stato fortunato, Cullen. In quel parcheggio buio poteva non vederla. Sarebbe morto dal freddo. Un'altra vittima della violenza casuale, senza un colpevole. Faccia attenzione.»
Ma che accidenti volevano? Che c'entrava lui? D'accordo, poteva anche non essere casuale ciò che gli era successo. Ultimamente l'associazione aveva pestato i piedi a parecchia gente e il suo nome era comparso come "collaboratore alle indagini" in diverse pratiche. Poteva essere stato chiunque. Rifiutò di cambiare la propria vita per timore e, una volta dimesso, continuò come sempre: Università, lavoro, casa, Olympia dai suoi, un paio di volte alla settimana.

«Ciao, Edward…» Suo padre lo aveva aspettato appoggiato alla macchina, mentre lui usciva dal supermercato vicino casa, dove aveva fatto un po' di spesa, finite le provviste di cui lo riempiva sua madre, ad ogni visita.
C'era da ridere. Il bastardo voleva proporgli un qualche tipo di accordo familiare, mentre lui meditava di prendere il cognome di sua madre, per liberarsi anche del suo ricordo?
«Cosa ti porta fin qua a Seattle, Carl?» Da anni non lo chiamava più papà.
«Volevo… Chiederti se potessi aiutarti in qualcosa… Qualunque cosa…»
«No, Carl. Non mi serve proprio niente, da te.»
«Sai… Fa parte del mio programma di riabilitazione. Riaprire i ponti. Parlare. Cercare di farmi perdon…»
«Per favore, non farmi perdere tempo. Ti ci sono voluti tutti questi anni per portare il tuo culo bastardo fin da me?» Lo guardò sprezzante. Non solo non sarebbe mai riuscito a perdonarlo, ma gli faceva schifo perfino guardarlo in faccia. Non era nemmeno certo che sarebbe mai andato al suo funerale, quando finalmente fosse morto. «Tranquillo. Ti firmo il foglio. Dov'è? So come funzionano queste cose. È il mio lavoro, a proposito, sai? E indovina come mai l'ho scelto? Potrai dire di essere andato a parlare con tuo figlio, e che tuo figlio, quello stronzetto, non ha voluto accettare le tue scuse tanto sofferte. Ti compatiranno.»
Carlisle abbassò la testa e le spalle davanti all'ira così evidente del figlio. Era un passo che avrebbe dovuto fare molto tempo prima. Probabilmente ormai era semplicemente troppo tardi. Maledetto whiskey, aveva rovinato troppe vite. Si girò per andarsene senza aggiungere altro, mentre sentiva suo figlio parlare ancora.
«Credi che sia facile come con la mamma? Eravamo soli, indifesi, contro le tue mani forti, ricordi? Perché non provi ora a sfogare quelle mani su di me, papà? Non sai quanto mi piacerebbe massacrare quella brutta faccia di merda che ti ritrovi.»
«Piacerebbe anche a me,» sussurrò l'uomo, allontanandosi.

Si laureò, e iniziò a lavorare presso lo studio Young a tempo pieno, come associato. Diciotto ore al giorno. A volte Emily lo cacciava via bonariamente. « Basta, Edward. Va' a casa. Il mondo continuerà a girare sporco e ingiusto anche se tu ti ammazzi, sai?»
Gli sembrava che ci fossero sempre cose troppo importanti da terminare, prima di poter andare a dormire, a mangiare, a riposarsi, a distrarsi.

«Non hai più saputo nulla di lei, Edward?»
Lui negò, con la testa. «Sono certo che ha bisogno di aiuto e che quel bastardo la picchia. Ma se non sporge denuncia e non si rivolge a qualcuno…» Non aveva mai smesso di confidarsi e confrontarsi con la madre.
«Devi riuscire a parlarle, figlio mio. Ma non aspettarti granché. Certe situazioni hanno un equilibrio estremamente instabile ma possono restare immote per anni, decenni perfino, io lo so bene. Poi di colpo, qualcosa ti fa cambiare idea. Vedrai, succederà anche a lei.»
"Spero solo non sia troppo tardi."
Era tardi quando uscì da casa dei suoi per tornarsene a Seattle. Suo padre lo aspettava di nuovo vicino alla macchina.
«Che altro vuoi, ora?»
«Nulla. Solo… Ho sentito cosa stavi raccontando a tua madre, stasera.»
«Divertente, eh? La storia della mia vita: impotente a guardare le donne che amo maltrattate da pezzi di merda.»
Il padre incassò senza battere ciglio. «Se è famoso e ricco, di una denuncia non ci farai niente, Edward. Sua moglie deve riuscire a registrare le sue minacce. Sono una… prova. Mi sono… documentato.»
«Le so queste cose, Carl. C'è altro?»
«Minaccialo. Un…bastardo, come li chiami tu, capisce solo la sua stessa lingua. Otterrai di più che… Be', buona fortuna.» E appena finì di parlare si girò e si avviò di nuovo verso casa.
Edward sapeva cosa voleva dirgli. Con le minacce avrebbe ottenuto di più che con le vie legali, lunghe e tortuose.
Già. Ma come minacciarlo?

Un venerdì sera, mentre aveva le mani occupate dalla spesa e dalle chiavi davanti alla porta di casa, ricevette una telefonata sul cellulare da un numero privato. Il cuor gli perse un paio di battiti. Nella sua testa aveva sognato mille volte in quell'ultimo anno che una certa voce lo chiamasse e gli chiedesse un aiuto che oggi poteva finalmente fornire.
«Parlo col signor Edward Cullen?»
Non era la voce che aveva tanto sognato. «Sì. Chi sei?» chiese, notando dal tono che doveva trattarsi di una bambina. Forse…?
«Melody Black, signore. Ti ricordi di me?» Bingo.
«Mel, tesoro. Certo che mi ricordo di te. Come stai?» Era sudato per l'emozione. Calciò la porta per chiuderla e buttò i sacchetti in terra, nel corridoio. Poi si sedette sul divano, in attesa. Sapeva bene che non bisogna mettere fretta a chi chiama per chiedere aiuto.
Essere pazienti. Lasciar parlare. Rispettare pause e silenzi. Una parola!
«Bene, sign…Edward. Ho bisogno di aiuto. Hai tempo?»
«Ho tutto il tempo che vuoi.»
«Si tratta della mamma. Ricordi anche lei?»
Edward si alzò di scatto, la saliva azzerata. «Certo che mi ricordo di lei, Mel.» Come avrebbe potuto dimenticarla? Forse neanche nella sua vita oltre la morte.
«Sono preoccupata.»
«Dov'è la mamma in questo momento, Mel?» Domande semplici, voce tranquilla. Non farsi prendere dal panico e dalla paura.
«Non lo so,» e la bambina cominciò a piangere sommessamente.
Edward si sfregò la faccia con la mano libera. "Cazzo." «È uscita, forse?»
«Sì.»
«Sai dov'è andata, Mel?» "Cazzo."
«Urlava che andava alla polizia.» Ora piangeva più forte.
«Dove sei, Mel?» "Ti prego, Dio, fa' che non le si spenga il cellulare… Devo chiederle mille cose. Ti prego, Dio."
«In casa.»
«C'è qualcuno con te?» "Nessuno, Dio. Fa' che non ci sia nessuno. Ti prego, Dio."
«Sono sola. Papà è uscito dietro alla mamma.»
"Che cazzo vuol dire? Dio…" «Papà stava inseguendo la mamma, Mel?»
«Sì. E urlavano. La mamma gridava che era finito. Papà la chiamava con una parola brutta. Poi ha detto "Fermati o ti ammazzo." Edward, non la ucciderà, vero?»
"Cazzo. Dio, ti prego. Aiutami a capire. Cazzo. Dio!" « Sta' tranquilla, Mel. Ora cerchiamo la tua mamma, okay?»
Melody singhiozzava e basta. "Povera piccola. Brutto bastardo." «Mel? Mi hai sentito? Andrà tutto bene.» E come cazzo faceva a dirlo?
« Mel? Puoi fare una cosa per me?»
«Co-sa?»
«Ora riattacchi con me. E chiami Alice. Subito. Conosci il numero di Alice?» Le stava dicendo troppe cose insieme. Vaffanculo al programma. Chissenefrega. "Dio, ho bisogno di aiuto. Ora."
«Sì. La chiamo.»
«Brava, piccola. Io cerco la tua mamma. Ora riattacca, Mel. Appena so qualcosa vengo di persona a dirtela.» "A qualunque costo. Dovessero spararmi per violazione di proprietà privata, vengo da te, Mel. E se nessuno fa un cazzo a quel pezzo di merda, ci penso io."
La piccola chiuse la comunicazione. Era stata grande. Troppo grande per la sua età. Ma i bimbi traumatizzati crescono più in fretta degli altri, anche se emotivamente repressi. Lo sapeva bene lui.
"Vaffanculo, Black. Ti ammazzo io, ti ammazzo." In un attimo era fuori dalla porta e un secondo dopo saltava nella macchina. Corse come un pazzo fino all'indirizzo di Bella, commettendo tutte le infrazioni al codice stradale di questo mondo. "Se mi segue la polizia mi fa un grande favore. Maledetto bastardo, ti ammazzo, se qualcuno non mi ti leva dalle mani."
Ma nessuno lo seguì. Nel parcheggio davanti alla villetta, vide la macchina di Bella. "Lei dove cazzo è?"
Il cancello era aperto. "Sono in casa tua, Black. Vengo a prenderti."
La stradina che portava al garage era stretta e buia, ma in fondo vedeva la luce accesa, nel box. Chi c'era lì?
«Isabella?» Chiamò più volte. Nessuna risposta.
«Black?» Gridò più forte.
La risposta gli arrivò da dietro le spalle. «E tu chi cazzo sei?» Era lui. Il pezzo di merda.
In volto gli si dipinse un ghigno cattivo. «Lei dov'è?»
Black gli mise subito le mani sulle spalle. «Sbagliato, amico. Sei in casa mia, sai? Devi andartene affanculo fuori di qui o chiamo la polizia. Chiaro?»
«Chiamala, la polizia. E già che ci sei spiega pure dove cazzo è finita tua moglie, stronzo.»
Black partì con un pugno, dritto contro la faccia di Edward. Lui barcollò indietro di due passi, il naso che colava sangue, e caricò di testa contro lo stomaco del bastardo. Black riuscì a schivarlo la prima volta, ma non la seconda e finì a terra.  In un attimo Edward gli fu sopra e prese a tempestargli la faccia di pugni, ritmicamente. Destro, sinistro, destro. Ancora destro. Sinistro, destro. Un altro destro.
"Smetti, Edward. Se lo ammazzi davvero non potrai cercare Bella. Non potrai andare da Mel a dirle dov'è la sua mamma."
Ma non riusciva a smettere di colpirlo. "Basta. Devo fermarmi." Allora gridò forte, come quando arrivava al traguardo prima degli altri partecipanti. E, finalmente, riuscì a fermarsi.
Si tirò su, asciugandosi la faccia sanguinante con il braccio, e si diresse verso la luce.
«Bella?» La chiamò più volte e gli sembrò di sentire qualcosa provenire dall'interno del garage.
«Bella?» Si avvicinò al suv di Black e sentì più forte il rumore. Bella era lì.
Aprì la maniglia e la vide.
Scarmigliata, i capelli insanguinati dal lato destro, un cerotto sulla bocca, la faccia livida e sporca. La camicia da notte strappata, escoriazioni nelle gambe, le caviglie e i polsi legati. Piangeva.
"Bastardo. Cosa le hai fatto?"
Le tolse con attenzione il cerotto dalla bocca. «Mel?» chiese lei, prima di accasciarglisi addosso, mentre lui la sollevava dal pianale e la portava via dall'inferno. «È al sicuro, in casa. C'è Alice con lei. È una bambina in gamba, come la sua mamma.» Continuò a parlarle mentre la portava fuori, la deponeva dolcemente sull'erba, e intanto cercava il cellulare per chiedere aiuto.
«Che bel quadretto…» la voce strascicata di Black, gocciolante sangue e saliva, gli giunse di nuovo di lato, appena fuori dal garage.
Ma in lontananza sentì anche le sirene della polizia. "Grande Alice," pensò.
Gli venne in mente il suggerimento di suo padre. E accese il registratore. Ora doveva farlo parlare il più possibile.
«Non sei morto. Che peccato.»
«Te la fai con la puttana? Lo sapevo che mi tradiva… Ci avrei giurato.»
Non dovette sforzarsi per farlo parlare. Sembrava ansioso di farlo.
«Non la farò più uscire di casa. Le toglierò qualunque cosa.»
«Perché cosa le avevi lasciato?»
«Mel. Le avevo lasciato Melody, se faceva la brava. Ora è stata una bambina cattiva e le toglierò anche Mel. Non credi che meriti di essere lasciata sola, a marcire in un buco, da brava puttana qual è? Ogni tanto le porterò da mangiare. E la scoperò bene. Le interessa solo quello…»
Mentre parlava gli si avvicinava, in mano un coltello. «Quanto a te… Oh… Ti rovinerò, povero il mio studente modello, brutto frocio bastardo. Sistemerò te e la tua famiglia di pezzenti: quello sfigato ubriacone di tuo padre. Quel buco pulcioso in cui lavori. Con quel parcheggio buio… Che idiota che sei, Cullen. Non sai che i parcheggi bui sono pericolosi, di notte?»
A Edward veniva da vomitare. "Quanto cazzo ci mette la polizia ad arrivare?" «Cos'è quello, Black? Un coltello?»
Ma la situazione precipitò: Black notò che il suo avversario aveva in mano qualcosa. «Cosa fai con quel cellulare? Mi stai registrando, brutto figlio di puttana? Non ne farai niente sai? Lei resta mia!»
Jacob si buttò in ginocchio e poi sul corpo di Isabella, deviando all'ultimo momento il coltello che teneva puntato verso Edward. Quegli con una spallata lo scaraventò lungo disteso accanto alla donna, poi cercò di capire se il coltello avesse ferito nuovamente il corpo di Isabella…
«Fermi tutti. Mani in alto. Polizia.»
"Finalmente." Edward alzò le mani. « Occupatevi della donna. È gravemente ferita.»

Due mesi dopo, Edward spingeva la carrozzina su cui sedeva Isabella, finalmente dimessa dall'ospedale. Tre costole rotte, una spalla lussata, una ferita da coltello al braccio e una caviglia fratturata, le avevano reso difficile seguire in prima persona la discesa dall'Olimpo di suo marito.
Le accuse di violenza ripetuta sulla moglie, oltre al comportamento psicotico degli ultimi tempi pure in squadra, avevano determinato  indifendibile la posizione di Black. Di certo non pesò poco nemmeno la registrazione che era arrivata dallo studio Young.
Melody saltellava vicino a loro, in mano un bellissimo mazzo di fiori, regalo di Edward.
Era il primo che gli avesse permesso di regalarle.
Bella aveva provato a respingerlo. «Sei così giovane… »
«Sei così bella…»
«Che te ne fai di una come me?»
«Sbrigati a rimetterti in forze. Ti mostrerò cosa posso fare con una come te.»
«Cercati una donna con meno problemi…»
«Adoro i problemi. Mi fanno sentire a casa. Ne ho sempre avuti.»
«Ti stancherai di me, vedrai.»
«Ti amo da dodici anni, Bella. Non credi che meriti un po' di fiducia, a questo punto?»
Non c'era altro da fare che accoglierlo tra le braccia. Nel proprio cuore, nel proprio letto.
Nella propria vita.
Una vita serena, la meritavano tutti.