Bella fu svegliata da un rumore improvviso, forte e metallico. Si alzò
velocemente dal letto e si diresse ancora intorpidita alla finestra, spostò le
tende e aprì il balcone di legno. Fu trafitta dall’accecante luce del sole che
per qualche istante non le permise di vedere nulla. Si schermò gli occhi con
una mano e, lentamente, la sua vista si adeguò, permettendole di distinguere le
forme che occupavano il suo vialetto. C’era un camioncino, di quelli con il
rimorchio scoperto, pieno all’inverosimile di… piante? Sì, piante di ogni genere, e una quantità assurda di sacchi
di terriccio. Un altro clangore metallico le fece spostare lo sguardo dietro a
quel furgoncino per vederne un altro identico, anche nel contenuto. Mentre un
ragazzo biondo trafficava con i ganci posti sulle fiancate del cassone
posteriore per aprirle, delle voci, provenenti da un punto sul davanti del
primo camioncino, attirarono la sua attenzione: due figure camminavano per
spostarsi di lato, probabilmente per aprire anche quello, e riconobbe
chiaramente la sua voce, gioiosa ed
eccitata, parlare animatamente e un’altra voce, sconosciuta e maschile,
risponderle.
Una volta superato lo shock di quell’invasione, afferrò la vestaglia dalla
sedia vicino alla porta della sua camera da letto, e la indossò al volo mentre
camminava furiosa verso l’ingresso. Quando spalancò la porta, era talmente
arrabbiata che quasi non si rese conto dell’aria fredda che l’avvolse.
Si guardò attorno, non vide più Renée ma notò il cancello elettrico
richiudersi: era fuggita, quella codarda!
Avanzò ancora, fermandosi a un paio di passi da una figura maschile che
le dava le spalle, mentre, col busto appoggiato al cassone del furgone, tirava
verso di sé una pala e un piccone, e lasciò uscire rabbia e frustrazione.
«Chi cavolo è lei? E cosa crede di fare nel mio giardino?»
L’individuo sussultò e si voltò di scatto, evidentemente non l’aveva
sentita arrivare.
La squadrò da capo a piedi e le rivolse un sorriso aperto e gentile,
lasciandola interdetta. «Buongiorno anche a lei. Mi chiamo Edward Cullen e,
come avrà sicuramente capito da tutto questo,» disse, facendo un ampio gesto
del braccio per indicare i due furgoncini pieni di piante, «sono un
giardiniere. Sono stato assunto da sua madre per rendere più…» fece una piccola
pausa, cercando, evidentemente, la parola adatta, «accogliente il suo giardino.
La signora mi ha avvisato che lei probabilmente non sarebbe stata d’accordo e
mi ha consigliato di…», tentennò ancora, lievemente imbarazzato, e si schiarì
la voce, «ehm, ignorarla. Io invece mi auguro che potremmo avere un rapporto
civile e cortese. Che dice?» Rispose porgendole la mano destra e senza smettere
di sorridere.
«Dico che se ne deve andare! Questa è casa mia! Mia! Ha capito? Quell’arpia non ha nessun diritto di mettere il
naso qui dentro, né, tantomeno, di far fare dei lavori. Quindi se ne vada,
tanto non la pagherò!»
Isabella era furibonda e si sentiva avvampare, girò sui tacchi e si
diresse nuovamente dentro casa. Alle sue spalle, intanto, il giardiniere
scoppiò a ridere, sorprendendola e costringendola a girarsi, ancora più
furiosa.
Come osava deriderla?
Lo guardò minacciosa e aprì la bocca per ordinargli di smettere, ma lui
l’anticipò.
«Mi scusi, non volevo mancarle di rispetto ma Renée ha previsto che
avrebbe risposto così, e sono già stato pagato. Mi ha anche avvisato che lei
avrebbe minacciato di rovinare tutto il nostro lavoro non appena ce ne fossimo
andati, e di lasciarglielo fare finché si sarebbe stufata. Ha detto, inoltre-»
Bella gli voltò le spalle e s’incamminò per rientrare in casa. Non solo
non le interessava sentire cos’avesse da dire, ma voleva chiamare Renée per
urlarle tutta la rabbia che sentiva.
«Ha detto di avvisarla che ha cambiato numero di cellulare, nel caso
avesse voluto ringraziarla!» e il tono divertito di quello sconosciuto la
faceva imbufalire ancora di più: che ne sapeva lui di cosa stava passando?
Rientrò in casa frustrata e sbattendo la porta così violentemente da far
tremare i vetri. Provò ugualmente a chiamare Renée, ma la voce metallica della
compagnia telefonica la informava che il numero chiamato era inesistente.
Dalla rabbia, prese la prima cosa che le capitò tra le mani, un
centrotavola in cristallo, e la scagliò con forza contro la parete. Per
fortuna, nello sforzo di compiere il lancio con forza, si abbassò, perché fu
investita dalle schegge del centrotavola e ora si ritrovava con pezzetti di
vetro tra i capelli, oltre che su tutto il pavimento. Aveva anche delle piccole
ferite su gambe e braccia, che erano state colpite dalla stessa furia, e ora sanguinavano
lasciando dei piccoli rivoli di sangue che le imbrattavano gli arti.
Sentì bussare alla porta che dava all’esterno e il giardiniere (come
cavolo si chiamava? Edwin? Edmud?) aprì lentamente la porta, che schiacciò le
schegge di vetro facendole scricchiolare. Una più grossa s’incastrò sotto la
porta, bloccandola, e lui tentò di sforzarla mentre, con tono preoccupato, la
chiamava.
«Signorina? Tutto bene? Signorina?»
«Se ne vada!» urlò.
Lui indietreggiò e chiuse la porta senza proferire parola, quindi Bella lo
osservò dirigersi verso il suo furgoncino, gettandosi un’occhiata alle spalle
ogni tanto, forse nel timore di essere colpito a tradimento.
Bella rimase tutto il giorno chiusa in casa, come faceva di solito, del
resto. Si era rifiutata di uscire in giardino a veder lavorare quelle persone e
uscì solo la sera, quando fu rimasta sola e fu pronta per andare a fare la sua
solita corsa serale. Quando uscì in giardino, vide che avevano estirpato tutte
le piante morte e preparato la terra smossa, probabilmente domani avrebbero
piantato quelle nuove e, sperava, poi se ne sarebbero andati.
Accese l’Ipod e partì. La corsa le piaceva: le faceva passare l’ansia,
la paura e la tensione. Correva finché aveva fiato, finché i muscoli rispondevano
e facevano il loro lavoro. Correva finché si sentiva così esausta che per
arrivare alla doccia doveva strisciare, e poi andava a letto, talmente stanca e
sfinita che si addormentava all’istante, per risvegliarsi il mattino dopo senza
aver fatto nessun sogno e, soprattutto, nessun incubo. Aveva provato con i
sonniferi ma la lasciavano intontita e, cosa più importante, non le impedivano
di sognare. Invece la corsa… oh, sì! La corsa l’aiutava a sfinirsi e a svuotare
la mente.
Non bastarono due giorni come aveva sperato Bella. Per sistemare il
giardino ci volle una settimana. Nei giorni successivi, infatti, da dietro le
tende osservò i due giardinieri all’opera: avevano seminato il tappeto erboso
per il prato all’inglese, distrutto le vecchie aiuole in cemento e ne avevano
preparato di nuove usando degli eleganti mattoncini in pietra bianca. Avevano
anche pulito e curato il piccolo laghetto, interrato un sacco di piante che,
una volta che i fiori fossero sbocciati, avrebbero creato magnifiche
composizioni colorate. Già immaginava che splendore sarebbe stato quel giardino
tra qualche settimana.
Ma lei non poteva permetterlo.
Odiava Renée, odiava il suo costante buonumore, la sua superficialità
travestita da ottimismo, i suoi sorrisi finti, mascherati da comprensione.
Odiava quella casa, odiava la sua vita, odiava quello che era diventata. E
odiava quelle persone che ora guardavano il suo giardino, sorridendo
soddisfatte alla vista del meraviglioso lavoro che avevano fatto.
No. Non poteva permetterlo.
Quel giardino rispecchiava lei, quel giardino era lei. Se ne era sempre presa cura, l’aveva progettato, amato,
curato, coccolato, aveva scelto con amore ogni pianta che aveva interrato, e
che poi aveva smesso di curare, lasciandole appassire e infine morire.
Come lei. Anche lei era morta: anche se continuava a camminare e il suo
stupido cuore inaridito continuava a battere, la sua anima era morta. E quel
giardino, ora curato, verde, con i primi boccioli che spuntavano timidi, la
faceva infuriare, se possibile la faceva morire ancora di più, perché per lei
non ci sarebbe stata rinascita, non ci sarebbe stato futuro. Sentì il tonfo del
cancello elettrico sul battente e, rendendosi conto di essere finalmente sola,
uscì. Si guardò attorno, accarezzò con delicatezza le tenere foglioline verdi
delle piantine che delineavano il sentiero di piccole pietre bianche e lisce,
che si allungava attraverso quello che sarebbe diventato un bellissimo prato
inglese, fino ad arrivare al nuovo gazebo con i nuovi mobili da giardino. Era
tutto troppo bello perché lo avesse scelto Renée, lei non aveva buon gusto, non
aveva immaginazione, non sapeva fare abbinamenti di nessun tipo. Renée non era
tipo da amare i fiori. Solo le persone gentili, di buon cuore, sanno apprezzare
e amare le piante e i fiori, li cura, li cresce, si sporca le mani con la terra
umida. No, Renée, non era il tipo.
Ma lei sì, lei amava i fiori.
Quando si rese conto del suo pensiero, scosse la testa.
Non più. Lei aveva amato i fiori. In passato le avevano donato
gioia e buonumore, ma ora…
Una lacrima silenziosa le rotolò lungo la guancia e Bella chiuse la mano
a pugno, stritolando tra le dita le tenere foglioline di una pianta. Strinse
ancora e la strappò via. All’inizio, farlo le procurò del dolore quasi fisico,
poi si ricordò che il suo cuore non poteva più soffrire, quindi quella
sensazione di dolore scivolò via. Strappò un’altra pianta dal terreno e la
gettò lontano, poi un’altra e un’altra ancora e così via, finché, un paio d’ore
dopo si guardò attorno, col fiatone, le mani sporche e ferite. Aveva strappato
ogni piantina che quei giardinieri avevano piantato, e ora giacevano buttate
disordinatamente a terra o dentro al laghetto.
Pensò a quanto sarebbe costato a Renée questo scherzetto, e fu fiera di
se stessa.
Per questa sera, pensò, non mi servirà andare a correre.
Infatti, il mattino dopo si svegliò riposata e senza aver avuto incubi.
Non le sfuggì il gemito di frustrazione dei giardiniere che, una volta
arrivato col suo furgoncino, si trovò di fronte quello sfacelo, e ascoltò
quando, con tristezza, telefonò a Renée per informarla.
Rimase a guardarlo anche quando si rimise al lavoro, raccogliendo
lentamente le piante e verificando i danni, recuperando il salvabile e buttando
quelle senza speranza. Gli leggeva il dolore nello sguardo, quando si guardava
attorno e vedeva quello scempio e quelle piante abbattute, quando ne
raccoglieva una tra le mani e la doveva buttare nei contenitori con gli scarti,
mentre vedeva una piccola scintilla di sollievo quando una piantina aveva
ancora speranza e poteva piantarla nuovamente nel terreno.
Quella sera, quando andò a correre, non si guardò attorno per vedere
quanto avessero sistemato, ma uscì veloce dal cancello, come se fuggisse.
Con la musica a palla nelle cuffiette, corse a perdifiato sulle stradine
e nei sentieri delle colline che conosceva così bene, e non si accorse che il
sole stava tramontando. In mezzo al bosco la luce che filtrava era poca e non
le permetteva di vedere bene il sentiero, così non scorse la piccola buca in
cui infilò il piede finché non fu troppo tardi e ruzzolò rovinosamente a terra.
Rimase stesa per alcuni secondi, con la faccia nella polvere, cercando di
prendere fiato e rendersi conto se fosse tutta intera. Aveva battuto il capo su
una grossa radice e ora avrebbe avuto un bel bernoccolo, si era sbucciata i
palmi delle mani, gomiti e ginocchia, ma il dolore peggiore, che la faceva
piangere come una bambina, veniva dalla caviglia. Non credeva fosse rotta, ma
sicuramente non poteva sorreggerla fino a casa. Provò a mettersi seduta e poi
si tirò in piedi, voleva provare a saltellare su un piede solo ma, dopo un paio
di metri, si rese conto che era impossibile. Ormai era quasi buio e, in un modo
o nell’altro, riuscì a raggiungere il sentiero principale, appena fuori dal
bosco, ma per arrivare a casa sua mancavano almeno un paio di chilometri. Si
sedette sconfortata su un tronco, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, si prese la testa tra le mani e lasciò che tutte le
lacrime di frustrazione e paura uscissero copiose, con la speranza che si
portassero via un po’ del dolore che provava, tutto quel dolore accumulato
negli ultimi mesi, la solitudine e la rabbia. Erano mesi che non piangeva, si
era sempre rifiutata di piangere perché, farlo, era da deboli, e lei non era
una debole. Aveva combattuto e mentre combatteva, gli altri erano andati avanti
lasciandola indietro, abbandonata come inutile zavorra. Bella allora aveva
investito tutte le energie per vincere quella battaglia, per uscirne trionfante
e ricominciare a vivere, per far vedere a tutti, soprattutto alle persone che
per lei erano importanti, chi era, quanto era brava e forte. Ma aveva vinto per
niente, ormai era troppo tardi ed era rimasta sola. Così, inesorabilmente, si
era arresa, si era spenta, aveva perso ogni certezza e ogni speranza, nulla le
interessava più. Aveva vinto una battaglia ma aveva perso la guerra, e ora non
aveva più niente a parte quelle lacrime per troppo tempo ricacciate indietro e
soffocate. Era stanca di essere sola, stanca di essere arrabbiata, stanca di
stare male, di lottare.
Sicuramente fu a causa dei singhiozzi che non udì i passi dell’uomo che
le si avvicinava e, per lo stesso motivo, non sentì neppure la sua voce mentre
la chiamava. Fu solo quando lui le toccò un braccio che lei si spaventò ed ebbe
un sussulto.
L’uomo impugnava una torcia ma non gliela puntava in viso, la teneva
rivolta al suolo in modo da non accecarla. «Signorina, ha bisogno di aiuto?»
A Bella sembrò di conoscere quella voce ma non riusciva ad associarla a
un viso, poi l’uomo parlò ancora, «Bella, sei tu? Che ci fai qui?» Rivolse su
di sé il fascio della torcia, per illuminarsi il viso, «Sono Edward,»
«Edward,» sussurrò sorpresa. In quel momento, le balenò per la mente il
pensiero folle che quel ragazzo l’avrebbe aiutata, salvandola, e che sarebbe
stato la soluzione a tutti i suoi problemi, a tutte le sue sofferenze.
Mentre lo fissava, lui si avvicinò e le si inginocchiò accanto, «Che fai
qui a quest’ora? Non è sicuro per una ragazza uscire da sola col buio,»
Bella scacciò quell’assurdo pensiero e si asciugò le lacrime. «Veramente,
quando sono uscita, era ancora chiaro, poi sono caduta e mi sono fatta male,
ora non riesco più a camminare.»
Lui le tese una mano e lei l’afferrò, l’aiutò ad alzarsi e le circondò
la vita con un braccio aiutandola a camminare. Rimasero in silenzio qualche
minuto, e fu Bella a rompere il silenzio, «E tu cosa ci fai qui?»
Prima di rispondere, Edward sembrò scegliere con attenzione le parole da
usare, «facevo una passeggiata per rilassarmi,»
«Con un lavoro come il tuo hai bisogno di rilassarti? È uno dei lavori
più rilassanti che conosco!» disse con un timido sorriso.
La squadrò per un lungo istante e, anche se non lo vedeva chiaramente,
ne percepì lo sguardo, «Anche quando qualcuno ti rovina il lavoro di una
settimana? Facendoti perdere un sacco di tempo e soldi? Facendoti buttare
decine di piante che ha strappato solo per capriccio?»
Bella si sentì dapprima ferita e poi in colpa, ma si ricordò che quesio
non erano più sentimenti che le appartenevano e se li scrollò velocemente di
dosso, ritornando a fare la dura. «Renée ti aveva avvisato, mi pare.»
«Che vuol dire? Non credevo che lo avresti fatto veramente e vederlo mi
ha fatto star male,»
Intanto erano arrivati a una casetta circondata da una siepe, e come si
avvicinarono al cancello automatico, questo si aprì e lui la guidò dentro.
«Casa mia,» le spiegò. «Vieni dentro un attimo, diamo un’occhiata alle tue
ferite e poi ti riaccompagno a casa, va bene?»
Bella era esausta, la lunga corsa e quella camminata l’avevano distrutta
così, appena Edward la fece sedere sul divano, non si fece tanti problemi e si
stese.
Quando lui ritornò con un asciugamano, una bacinella con dell’acqua e
una borsa del ghiaccio, si sedette lì vicino e, senza chiederle il permesso, le
sfilò scarpa e calzino e le prese con cautela il piede tra le mani, muovendolo
delicatamente. «Non è rotta, probabilmente ti si è solo accavallato un nervo.
Va sistemato al più presto, sennò rischi che non ritorni più al suo posto e ti
faccia male quando cammini o corri.»
Bella annuì e pensò che non gliene importava nulla della caviglia,
voleva solo andare a farsi una doccia. Era sul punto di chiedergli di portarla
a casa quando lui chiamò ad alta voce, «Alice! Puoi scendere un attimo?».
Lei rimase perplessa mentre sentiva dei passi veloci al piano di sopra,
li sentiva chiaramente partire dall’angolo di fronte a dove si trovava lei e
percorrere tutta la lunghezza della stanza, fino a imboccare le scale, dove
vide comparire una ragazza molto carina, che sembrava quasi un folletto, piccolina
e magra, con i capelli corti, neri e sbarazzini, gli occhi di un azzurro
intenso, il naso a punta e un sorriso allegro e contagioso.
«Che c’è, Eddy?» in quel momento si accorse di lei, stesa sul divano con
il piede ancora tra le mani di “Eddy” e le porse una mano, sorridendo mentre si
presentava.
«Alice, lei è Bella. È caduta durante una corsa, secondo me non ha la
caviglia rotta, ma sarei più tranquillo se le dessi un’occhiata tu.»
«Certamente!» Alice, continuando a sorridere, si accomodò al posto di
Edward e le prese il piede tra le piccole mani. Bella si scusò perché era
sporca e sudata, ma Alice non si scompose, anzi, iniziò a muoverle il piede,
premendo e massaggiando la caviglia con una forza che non avrebbe mai creduto
possibile attribuire a una figura così delicata e all’apparenza fragile. Le
fece male e lei lanciò qualche gridolino, ma dopo pochi minuti, quando Alice si
alzò sorridente e la invitò ad appoggiare il piede a terra, lo fece e, non solo
non sentì alcun dolore, ma la sorreggeva senza problemi.
Bella rimase sbalordita, «Wow! Ma come hai fatto?!»
Alice arrossì leggermente, mentre Edward spiegava, «Alice è fisioterapista,
segue una delle squadre di Football più importanti dello Stato.»
«Beh, grazie mille!» rispose Bella, ancora incredula.
«Vuoi fermarti a cena? C’è la pasta al forno,» le chiese Alice, ma Bella
era troppo stanca e si sentiva fuori posto, così ringraziò e declinò l’invito,
poi chiese a Edward le indicazioni per arrivare a casa sua da lì, perché non
aveva capito di preciso in che parte del bosco si trovassero.
«Ma scherzi? Ti accompagno, non ti lascio girare da sola di notte per
questi boschi.»
Quella parte di lei, inacidita e sempre arrabbiata col mondo, tornò
prepotentemente a galla. «Cos’è, vuoi fare il principe che salva la
principessa? Guarda che ho vissuto bene anche senza di te e sono abituata a
girare per questi boschi da sola, anche di notte!»
Edward rimase male per quella risposta, si capiva che era una persona di
animo gentile, quello che Bella non era più da tanto tempo.
«Hai ragione, te la cavi benissimo anche da sola. Quando ti ho trovata,
infatti, stavi proprio alla grande! Comunque, per quanto tu sia perfettamente
in grado di badare a te stessa, io non posso permetterti di vagare da sola, se
dovesse succederti qualcosa non me lo perdonerei mai. Quindi ti accompagno a casa, che tu lo voglia
oppure no. Muoviti!» disse Edward dirigendosi verso l’ingresso. Afferrò un
mazzo di chiavi dallo svuotatasche sulla credenza, poi aprì la porta e uscì
nella notte.
Le ragazze rimasero ad osservarlo in silenzio, fu Alice a parlare per
prima, «Wow! L’hai fatto proprio arrabbiare. E ti posso assicurare che è una
cosa veramente difficile.» Poi si voltò verso di lei, «Bella, è stato un
piacere, torna pure a trovarci quando vuoi.», detto questo, sparì nuovamente al
piano di sopra, e a Bella non restò che uscire al buio dalla porta rimasta
aperta. Appena varcò la soglia, un’auto parcheggiata lì davanti fu messa in
moto e il motore rombò, lei si avvicinò lentamente e si accomodò sul sedile del
passeggero. Una volta che si fu allacciata la cintura, Edward partì e si
diresse verso casa sua. Durante il tragitto nessuno dei due disse nulla finché
lei, una volta a casa, mentre scendeva, pronunciò una parola che non diceva da
molto, moltissimo tempo. «Grazie.»
Ma lui non rispose, rimase a fissarla finché indietreggiò e aprì la
porta di casa e, solo una volta che lei fu dentro, fece retromarcia e sparì
nella notte.
Quando i fari dell’auto svanirono, Bella entrò in quella grande casa
vuota, salì al piano di sopra e si fece una lunga doccia calda. Quell’incontro
l’aveva lasciata perplessa, confusa. Quell’assurdo pensiero che aveva fatto non
appena l’aveva visto, come se fosse davvero possibile che qualcuno, non solo
volesse stare con lei, ma avesse anche potuto aiutarla a stare bene. Non
riusciva a smettere di pensare a lui, alla sua voce penetrante, a quando l’aveva
stretta aiutandola a camminare e al calore che il suo corpo irradiava. Pensava
alla sua mano, che mentre l’abbracciava le sfiorava il fianco e le sembrava,
anche adesso, di sentire il suo tocco sulla pelle. Lo sentiva sulla caviglia,
che lui aveva maneggiato con gentilezza, con quelle mani grandi, ruvide e
callose. Ripensò alla sua premura, nel volersi sincerare che lei fosse in casa
al sicuro, prima di andarsene, anche se era sicuramente arrabbiato per come lei
l’aveva trattato. Inoltre, non le era sfuggito che, quando le aveva presentato
Alice, non aveva specificato nulla su nessuna delle due: non sapeva se lei
fosse la sua ragazza, sua moglie o sua sorella e, quando l’aveva presentata ad
Alice, non aveva detto se lei fosse un’amica o una cliente. Perché? In Alice
non aveva visto gelosia o sospetto, emozioni che conosceva fin troppo bene, e
neanche diffidenza, ma le sembrava di poter escludere una qualche parentela,
erano fisicamente troppo diversi. E quindi? Dopo la doccia si mise a letto, ma
non riusciva a togliersi Edward dalla mente, qualsiasi strada si obbligasse a
far prendere ai suoi pensieri, loro tornavano inesorabilmente a lui, al suo
sorriso e ai suoi occhi chiari, profondi e dallo sguardo gentile.
Il giorno dopo, al suo risveglio si sentì strana: una sensazione nuova
albergava in lei, ma non riusciva a metterla a fuoco, a capire cosa fosse. Poi,
quando il rumore del cancello elettrico che si apriva fece accelerare il suo
cuore, capì.
Impazienza.
Era impaziente di rivedere Edward. La consapevolezza le fece quasi male,
e il leggero sfarfallio nello stomaco che le procurava una sorta di leggero
benessere, le fece male davvero.
Non era possibile. Che cavolo le stava succedendo? Perché il suo cuore
arido e spento aveva ripreso a farle provare sensazioni piacevoli? Mentre si
tormentava con queste domande, si avvicinò al lavello e, con gesti meccanici,
preparò la caffettiera e la mise sul fornello. Con la coda dell’occhio,
osservava da dietro le tende i movimenti di Edward che, con espressione
imbronciata, apriva il retro del furgone per scaricare altre piante. Gli si
avvicinò l’altro ragazzo, un biondino piuttosto carino, ma che diventava insignificante
vicino a Edward. Chiunque diventa
invisibile accanto a lui, pensò. Il biondino gli diede un pugno scherzoso
sulla spalla e lo fece sorridere, poi parlottarono tra loro, scherzando di
qualcosa che lei non riuscì a sentire.
Mentre il caffè borbottava nella caffettiera, Bella riprese a respirare,
anche se non sapeva esattamente quando avesse smesso. Forse, quando aveva visto
il suo sorriso. Quella mattina era rimasta incantata da quel ragazzo,
dall’apparente età di circa trent’anni e con quegli splendidi occhi di un
meraviglioso azzurro/verde che le ricordava i laghetti di montagna, limpidi e
trasparenti. Anche il suo sorriso un po’ sghembo era splendido, con le labbra
morbide e straordinariamente rosse e i denti bianchi e perfetti. Aveva il naso
dritto, la mascella importante, squadrata, e la barba di due o tre giorni. I capelli
erano spettinati, come se si fosse appena alzato dal letto, e di un colore
indefinito, né biondo né rosso, una sorta di rame dorato. Indossava dei
pantaloni morbidi di colore verde militare, degli scarponi e una tshirt color
cachi che non riusciva a mascherare spalle ampie e braccia forti e muscolose.
Fissò per alcuni istanti la caffettiera fumante, fece un sospiro e ne
versò il contenuto in due tazzine che mise su un vassoio insieme alla
zuccheriera, poi appoggiò su entrambi i piattini un cioccolatino e un cucchiaino.
Rimase a fissare il vassoio. Stava impazzendo?
Probabilmente sì, però a una piccolissima parte di lei piaceva quella
sensazione e le piaceva aver preparato il caffè per Edward. E per il suo
aiutante, ovviamente.
Uscì, cercando di non rovesciare le tazzine, proprio mentre i ragazzi si
stavano dirigendo verso il giardino, e si schiarì la voce per attirare la loro
attenzione, facendoli voltare. Il biondino impallidì vistosamente e rimase
immobile, mentre Edward fece un sorriso strano. «Cos’è, vuoi avvelenarci per farci
diventare concime?»
Bella cercò di sorridere e di tenere a freno la lingua, perché la parte
avvelenata di lei, che finora aveva sempre avuto il comando, avrebbe voluto
dare una risposta acida. Contrariamente ad ogni sua aspettativa, riuscì a non
dire niente di sgradevole, e continuando a sorridere si avvicinò. «Ovviamente
no. Caffè?»
Il biondino rimase immobile, ormai doveva essersi tramutato in una
statua, mentre Edward le venne incontro mantenendo il sorriso, prese la tazzina,
ci aggiunse lo zucchero e bevve il caffè. Solo allora il biondino, che Edward
le presentò come Jasper, prese la tazzina, ci aggiunse un paio di cucchiaini di
zucchero e lo bevve. Poi ringraziò e si avviò al lavoro. Edward prese il
cioccolatino e, mentre lo assaporava, continuava a guardare Bella con un
sorriso sincero ma l’espressione curiosa.
«Bene, allora buon lavoro,» disse Bella, leggermente imbarazzata, un
attimo prima di voltarsi per ritornare in casa, ma il suo rientro fu bloccato
dalla voce di Edward, «Vuoi che ti mostri a che punto siamo con i lavori?»
Lei rimase immobile un istante, poi un timido sorriso si disegnò
spontaneamente sul suo viso, appoggiò il vassoio e raggiunse Edward che la
guidò nel giardino, dov’era ancora ben evidente il disastro che aveva
combinato. Lui le camminava accanto spiegandole con orgoglio quello che avevano
fatto e quello che restava da fare, senza mai accennare al fatto che avevano
dovuto ricominciare da capo. Bella scoprì che tutte le idee per abbellire il suo
giardino erano sue e rimase molto colpita dall’ottimo lavoro che stava facendo.
Aveva accostato il bianco delle pietre usate per il vialetto e le aiuole al
verde di erba e piante creando un insieme molto fine ed elegante. Le illustrò i
vari tipi di piante che aveva deciso di piantare per fare in modo che, dalla
primavera all’autunno, ci fossero sempre dei fiori a rallegrare il giardino.
Quando tornarono davanti casa, Edward prese dal rimorchio una cassettina
con delle piante da interrare e, continuando a parlare, con un cenno del capo
la invitò a seguirlo. Poco dopo, non sapeva come, lei si ritrovò seduta
sull’erba ancora umida di rugiada, a guardarlo mentre interrava delle calle
vicino al laghetto. Le piaceva osservarlo mentre lavorava, vedere le sue mani
sporche di terra, quella terra che lei aveva amato. Era bello vederlo
maneggiare le piante, interrarle e creare magnifiche composizioni.
Quando Edward iniziò a interrare delle gerbere in un’aiuola, prima di
rendersene conto si inginocchiò accanto a lui e ne prese una tra le mani.
Rimase a fissarla, come se stesse cercando di creare con la pianta una qualche
sorta di comunicazione. Con l’indice, accarezzò delicatamente una foglia, e poi
lo stelo fino al bocciolo. Guardò la distanza che Edward aveva mantenuto tra le
piantine appena interrate e, prendendo una paletta lì vicino, fece il buco nel
terreno per poi adagiarvela all’interno e ricoprire delicatamente le radici.
Annusò l’aria, assaporando l’odore caratteristico della terra, misto a quello
del muschio e dell’umidità, si guardò le mani sporche e si accorse che stava
provando emozioni e sensazioni familiari, che le erano mancate molto. Era come
tornare a casa dopo lungo, lunghissimo tempo.
Edward rimase a guardarla in silenzio. Si era reso conto che stava
assistendo a qualcosa che per Bella era molto importante, qualcosa che era
stato trascurato e che ora, forse, l’avrebbe aiutata ad aprirsi. Quando lei lo
guardò, nel suo sguardo lui vi lesse confusione ma anche gioia e soddisfazione
e non esitò a prendere un’altra pianta e passargliela.
Trascorsero la giornata a occuparsi del giardino, sistemando le aiuole e
il vialetto ridendo come due vecchi amici e, quando Jasper venne ad avvisare
Edward che era ora di andare a casa, rimasero entrambi colpiti di come il tempo
fosse volato. Edward gli rispose di prendere il telecomando dal suo camioncino
per uscire dal cancello, perché lui avrebbe finito un’ultima cosa.
Improvvisamente capì che non aveva nessuna voglia di andare a casa, voleva
rimanere con Bella, quella Bella che si stava sciogliendo rivelando una persona
piacevole e divertente, anche se ancora piuttosto bloccata e chiusa.
Anche lei si rese conto che, quella sera, sarebbe stato difficile
separarsi da Edward. Durante il giorno aveva avuto modo di scoprire e
apprezzare il carattere di quel ragazzo solare, simpatico, premuroso nei suoi
confronti e innamorato del suo lavoro, che svolgeva con passione e impegno. In
più, aveva voglia di vedere ancora quel sorriso spensierato e gentile, da cui
si sentiva attratta come una falena dalla luce, e voleva ancora perdersi in
quello sguardo, dolce e seducente allo stesso modo, reso ancora più attraente
dai suoi occhi così limpidi e sinceri.
Improvvisamente, tra di loro calarono il silenzio e un leggero
imbarazzo, come se si fossero accorti di aver oltrepassato un confine, e che
ora qualcosa sarebbe cambiato. Ancora in silenzio camminarono vicini, lentamente,
fino al furgoncino. Nessuno dei due voleva salutare l’altro, e nessuno dei due sapeva
se fosse lecito chiedere ancora un po’ di tempo.
Alla fine, mentre Edward, tentennando, apriva la portiera del furgone,
Bella si lasciò sfuggire, timidamente, tutto d’un fiato, «Tivadirestareacena?»
fissandosi la punta dei piedi. Non sentendo risposta, alzò lo sguardo verso di
lui, che la stava fissando con uno splendido sorriso. Solo quando i loro occhi
si incontrarono, le rispose, «Molto volentieri.»
Mentre Bella preparava la cena, Edward si cambiò vestiti e scarpe,
prendendo un paio di jeans e una tshirt puliti da uno zainetto che teneva nel
camioncino, poi l’aiutò ad apparecchiare. Trascorsero una cena tranquilla,
molto in sintonia l’uno con l’altra e, una volta finito di cenare,
sparecchiarono e lavarono i piatti insieme, vicini davanti al lavello, con le
braccia che si sfioravano. Poi uscirono in giardino, la serata era
incredibilmente calda per la stagione, c’era una magnifica luna piena che
illuminava splendidamente tutto quanto con il suo candore, i grilli frinivano e
l’aria era impregnata dell’odore umido della terra smossa. Passeggiarono nel
vialetto e si accomodarono vicini sui lettini prendisole. Guardando il cielo e
le stelle, alternando le chiacchiere a momenti di piacevole silenzio.
Edward si accorse che Bella, in molti discorsi che faceva riguardo alla
sua vita, si riferiva a un prima: “prima mi piaceva fare giardinaggio, prima andavo spesso al cinema,” e, dopo
uno di quei silenzi, Edward si schiarì la voce, si fece coraggio, e le chiese:
«Bella, che cosa ti è successo? Perché hai dentro di te tutta quella rabbia?»
Lei fece un lungo sospiro e comprese che era giunto il momento di
aprirsi, di tirare fuori tutto quello che aveva tenuto stretto dentro di sé, sentì
che voleva farlo con Edward, che lui l’avrebbe capita e non giudicata. E così,
iniziò a raccontare, a dirgli tutto quello che non aveva mai detto a nessuno,
tutto quello che aveva sempre conservato gelosamente nel suo cuore, al riparo
da chi potesse ferirla.
«Ho avuto il cancro.» Abbassò lo sguardo sulle mani che teneva in grembo
e si torse le dita, cercando di nascondere quanto in realtà le tremassero. Fece
un altro sospiro, le lacrime iniziarono a scendere lentamente lungo le sue
guance: aveva aperto una piccola breccia nel suo cuore pietrificato e stava
permettendo al suo dolore di uscire e a Edward di entrare, un passo alla volta.
«Un giorno, Emmet, il mio ex ragazzo, toccandomi, sentì qualcosa di duro, come
una pallina. Ho fatto degli esami ed è venuto fuori che avevo un tumore.» Le
lacrime silenziose si tramutarono in singhiozzi, si alzò dal lettino e iniziò a
camminare avanti e indietro: le serviva per ricordare, per raccogliere i
pensieri e organizzarli in un discorso chiaro, ma anche per sfogare la
sofferenza e il tormento che i ricordi le facevano provare. Era la prima volta
che raccontava quello che le era successo e, ora, veniva la parte difficile,
stava per tirare fuori quello che la faceva sentire sporca, sbagliata. «Da quel
giorno non mi ha più toccata, neppure sfiorata. Io lo abbracciavo cercando
conforto, e lui si ritraeva, sembrava avesse paura di essere contagiato o…
sporcato. Mi rifiutava, come persona e come donna.»
Bella fece una lunga pausa, era ancora ferita e soffriva a ricordare
quelle settimane, a raccontare quell’esperienza a qualcuno.
«Poi sono stata operata ed è iniziata la chemioterapia. Credevo che
sarei stata meglio, che il peggio fosse passato, invece iniziai a perdere
velocemente i capelli e la terapia mi faceva stare malissimo, vomitavo spesso,
non mi reggevo in piedi. E un bel giorno lui non è venuto. Non ha avuto neanche
il coraggio di dirmelo in faccia, è semplicemente sparito, lasciandomi da sola.»
Bella ora era ferma, in piedi e si sorreggeva con le mani appoggiate sul tavolino
in ferro battuto, il volto abbassato e le lacrime che scivolavano lungo le sue
guance cadevano silenziose sulle sue mani. Aveva buttato fuori tutto senza
pause, forse credeva che, se avesse preso fiato, non sarebbe più riuscita a
raccontare.
Invece, ora che aveva iniziato a lasciar uscire il dolore e i ricordi,
si accorse che era facile continuare, perché era facile parlare con Edward. «E
proprio mentre avevo più bisogno di essere aiutata, consolata, confortata, Renée
cosa fa? Va in crociera col suo nuovo ragazzo. Mi ha lasciato da sola anche
lei, ad affrontare tutto. È scappata, dicendo che non ce la faceva a starmi
vicino, a vedermi soffrire.» Le sue mani si chiusero a pugno, strette, lo
sguardo perso nel vuoto, rivivendo dentro di sé quel secondo, feroce abbandono.
«Avevo le amiche, certo, c’erano Jessica e Angela che mi erano state
vicinissime, ma ormai ero ferita, nel corpo e nell’anima e non ce la facevo più
a stare in mezzo alla gente, mi guardavano con pietà, mi compativano. Non mi
sentivo più femminile, non mi piacevo, mi sentivo sempre più brutta ed ero
convinta che non sarei più riuscita a riprendermi, a stare meglio, a piacere
agli altri. Credevo che non avrei più trovato qualcuno che potesse vedere oltre
quello che mi era successo e che il mio destino fosse intriso di solitudine. E
così, semplicemente, smisi di cercare le persone che volevano starmi vicino e,
quando erano loro a cercare me, non mi facevo trovare oppure le trattavo male. E,
piano piano, hanno smesso di cercarmi.»
Le lacrime scesero copiose sul viso di Bella e anche gli occhi di Edward
erano lucidi quando si alzò, andò da lei e l’abbracciò con dolcezza. Bella
rimase rigida tra le sue braccia, quasi shoccata da quel contatto inaspettato,
ma non si sottrasse. Da quant’era che non riceveva un abbraccio? Tra le braccia
di Edward, si stupì che non fosse un gesto veloce, di circostanza: lui voleva
davvero donarle un po’ di quel calore, di quell’affetto che negli ultimi mesi,
o addirittura anni, le erano totalmente mancati. E, alla fine, lei si sciolse nel
suo abbraccio e lo strinse, appoggiando il viso sul suo petto e ascoltandone il
respiro, perdendosi in quel calore. Si sentiva al sicuro, protetta, come se lui
potesse cancellare tutto quel dolore e riportare la serenità nella sua vita.
Ed era così assurdo: Edward era un perfetto sconosciuto e lei non
credeva al colpo di fulmine o all’amore a prima vista. Bella era convinta che i
sentimenti, tra cui l’amore, nascessero poco alla volta, giorno dopo giorno. Ma
non si era mai sentita così completamente a suo agio con una persona che
conosceva da così poco tempo, non aveva mai percepito un’empatia così forte e
immediata, e questo la destabilizzava.
Quando sciolsero l’abbraccio, Edward avvicinò il viso al suo e la guardò
negli occhi, Bella sentiva che lui era sul punto di baciarla, ne era felicissima
e terrorizzata allo stesso tempo. Ma, prima di lasciarglielo fare, c’era un’altra,
terribile, cosa da dirgli.
«Edward, mi hanno asportato un seno,»
«Non importa.» La sua risposta fu immediata, la voce ferma e decisa, poi
fece un passo in avanti e Bella, d’istinto, arretrò trovandosi con le spalle
appoggiate al gazebo. Edward avanzò ancora verso di lei e i loro corpi si
sfiorarono, avvicinò il viso al suo e con le labbra si fermò a pochi millimetri
da quelle di Bella.
«Edward, non sono pronta,» la voce flebile, appena un sussurro, mentre
quella di lui fu forte, chiara, sicura. «Aspetterò.» Lo sguardo fisso nel suo,
non si mosse di un millimetro: rimase lì, vicinissimo a lei e chiuse gli occhi,
fece un respiro intenso e Bella capì che stava annusando il suo profumo, la sua
pelle. Di più: la stava respirando,
respirava il suo respiro, e capì che invece era pronta, pronta per lui e le
loro labbra si sfiorarono, le sue accarezzarono quelle di Edward e le sentì
schiudersi per lei. Quel contatto la elettrizzò, un brivido le volò come una
scossa elettrica lungo la spina dorsale. Capì che lui era in attesa, stava
lasciando che fosse lei a decidere quanto e come donarsi a lui. Non le metteva
fretta e non gliela avrebbe mai messa, avrebbe saputo aspettarla e rispettarla.
E, forse, avrebbe potuto perfino amarla davvero, amarla come nessuno mai prima
d’allora.
E allora si donò a lui.
Con la lingua, timidamente, gli accarezzò le labbra e incontrò la sua. Gemettero
entrambi di quel contatto, poi Edward appoggiò le mani sulle sue guance
tenendole delicatamente il viso, la sua lingua s’insinuò lentamente nella bocca
di Bella e la baciò lentamente, con dolcezza ma con passione, con adorazione ma
con intensità. Bella non riuscì a credere a quello che le stava succedendo: il
suo cuore batteva all’impazzata, così forte che sembrava volesse uscirle dal
petto, il suo stomaco era in subbuglio, agitato da quello che sembrava uno
stormo di farfalle impazzite.
E si sentì viva! Viva come non succedeva da un sacco di tempo, come
forse non si era mai sentita, troppo presa com’era da sé stessa e dalla sua esistenza,
agiata ma vuota e spenta. Prima che Edward entrasse nella sua vita, quel
giorno, e sistemasse il suo giardino, si sentiva morta, non provava più
emozioni e aspettava solo che arrivasse la morte vera e propria. A ogni
controllo, sperava quasi che il tumore fosse tornato, per potersi lasciar
andare e trovare finalmente la pace. Vedere il suo giardino prendere forma,
rinascere, rifiorire, le aveva fatto vedere di nuovo qualcosa di bello, di
speciale, e le aveva fatto sentire che, forse, non tutto era perduto, non tutto
era finito. Edward aveva saputo, con pazienza e delicatezza, insinuarsi dentro
di lei ed era riuscito ad aprire un piccolo spiraglio nel suo cuore indurito
dal dolore e dalle delusioni.
***
Quando si risvegliò, la mattina seguente, mise a fuoco ogni più piccolo
dettaglio ancora prima di aprire gli occhi.
Il suo cuscino si alzava e abbassava, ritmicamente e lentamente,
cullandola.
Tu-tum. Tu-tum. Tu-tum. Quel suono meraviglioso veniva dal petto di Edward,
dove lei aveva appoggiato il viso pochi minuti prima di crollare addormentata,
sfinita. Erano splendidamente allacciati. Sentì il calore del corpo di Edward che
avvolgeva il proprio e della sua mano appoggiata pigra sulla schiena. Si rese
conto di avere la gamba di lui tra le proprie, mentre con la mano destra lo
abbracciava tenendogliela sulla schiena sotto la maglietta, mentre il braccio
di lui le faceva da cuscino. Lo strinse in un abbraccio e lui rispose, ancora
mezzo addormentato ma già pronto a farla sentire protetta e amata. Le baciò la
fronte sussurrando «Buongiorno,» con la voce ancora roca dal sonno. Lei alzò il
viso verso di lui per guardarlo, come se stringerlo non fosse sufficiente a renderlo
reale e lui catturò le sue labbra con un piccolo, dolce bacio. Le sembrava che
il suo cuore, rinato solo poche ore prima, non fosse sufficientemente forte per
sopportare tutte le bellissime emozioni che Edward le faceva provare, e per un
attimo si sentì in colpa, aveva bisogno di dirgli subito una cosa importante
perché lui doveva rendersi conto, se ancora non l’aveva fatto, che lei era
complicata e che quello che stava nascendo tra di loro non sarebbe stato
semplice.
«Edward,»
«Sono qui,»
«Non so quando sarò pronta a darti più di baci e qualche carezza.»
I suoi bellissimi occhi erano svegli, meravigliosamente trasparenti,
perfettamente consapevoli. «Quando lo sarai, io ci sarò. Non mi muoverò da
qui.» E sorrise. Un sorriso sincero, spontaneo, meraviglioso.
Fine

Bella favola romantica, anche questa introspettiva.Si legge con facilità grazie al lieve crescendo di intensità che si vede riga dopo riga. Complimenti!!! Voto:7
RispondiEliminaAleuname
Questa storia mi è piaciuta molto. So che lo sto scrivendo a tutte, ma la verità è che siete davvero brave. La prima parte è perfetta, hai descritto molto bene il conflitto e la rabbia di lei, hai dipinto altrettanto bene la calma e la forza di lui. Hai tenuto alta la mia attenzione senza alcuna fatica o forzatura La seconda parte onestamente, è stata più difficile per me da leggere. Non spoilererò, ma l'unica ragione è legata a una sensibilità particolare verso questo tema che mi ha bloccata un attimo. Molto bella, brava davvero. Cristina.
RispondiEliminaHa! Non sono pronta! Con Edward? No. Non esiste.
RispondiEliminaSto scherzando! :D Ora faccio la seria: la storia è ben scritta e molto scorrevole, sei stata davvero brava a dipanare gli eventi con un ritmo sempre costante, cosa che ammiro in chiunque ci riesca. Bella all'inizio è davvero odiosa e subito si capisce che dietro ci dev'essere stato qualcosa di duro nella sua vita, cosa che viene spiegata proprio nel momento in cui finalmente vorresti mandarla a cagare, sei stata brava perchè hai portato il lettore a volere capire che cosa fosse successo alla povera protagonista. Certo l'argomento scelto è spinoso perchè molto delicato, ma suppongo che ci stia, voglio dire che un'esperienza del genere è assolutamente personale e le reazioni sono le più diverse. L'unica cosa che mi dispiace di non aver letto qui è il perchè Edward decide di darsi a lei, non c'è traccia di questo: lei non glielo chiede, forse troppo assetata d'affetto per indagare sulla faccenda e lui non glielo dice, ma dovrebbe. Però, c'è un però, e cioè è una o/s quindi ci sta che non si rivelino cose, che rimangono a discrezione dell'autore e di come vuole dare la sua fotografia su un momento particolare.
Brava, storia dolce e drammatica, ben scritta.
-Sparv-
E' una storia di dolore e sofferenza e sono felice tu abbia deciso di concluderla con la speranza di un nuovo futuro per Bella.
RispondiEliminaIl tema è davvero delicato e credo sia stato molto coraggioso trattarlo da parte tua.
Storia molto scorrevole e, nonostante gli episodi duri da gestire come in gran parte delle reali esistenze delle persone, molto positiva.
Brava.
Brava.
Una storia scorrevole e ben scritta. Ho trovato davvero molto poetica la descrizione di come le piante con la loro bellezza abbiano fatto breccia nel cuore indurito di Bella, insieme alla gentilezza di Edward. Tema difficile e non scontato. Brava.
RispondiEliminaE' una storia molto ben scritta e che mi tocca nel profondo. So cosa vuol dire vedere la propria femminilità deturpata dal male. Non per esperienza diretta ma vissuta comunque in prima persona attraverso mia madre. E davanti alla sofferenza si reagisce in tante maniere. Dipende dal carattere, dallo spirito, da chi ci circonda. Il sentirsi amati in quei frangenti è fondamentale. E la tua Bella, rimasta completamente sola, si è chiusa nel suo dolore abbrutendo in maniera totalizzante il suo carattere. Edward ha saputo vedere oltre quel muro di sofferenza e questa è una cosa che solo gli animi puri riescono a fare. E il tuo Edward è puro, dolce e sensibile. Pronto a donarsi completamente.
RispondiEliminaBella, direi ben costruita, ben scritta e scorrevole. Per me è un 7 e mezzo.
Cioè, due su due?
RispondiEliminaLette due storie ed entrambe trattano di argomenti dolorosi e difficili...
Questo Edward giardiniere mi è piaciuto assai ^_^
Mi è piaciuto molto, moltissimo, il comportamento di Edward... la sua pazienza, la sua gentilezza, il suo modo d riflettere per trovare le parole giuste e lo ringrazio tanto, tantissimo, di essere riuscito a far parlare Bella.
Già dalle prime righe mi domandavo cosa mai le fosse accaduto e lui è stato bravo a farla aprire.
Accidenti che argomento... ma devo dire che l'hai trattato benissimo e con la dovuta delicatezza, Brava.
Il mio voto è
7
Grazie e complimenti
JB
Voto 7. Brava!
RispondiEliminaLa storia è molto carina ma mi sarebbe piaciuto molto capire anche in parte il pensiero di Edward riguardo a tutta la situazione con Bella... voto 6 e mezzo
RispondiEliminaVOTO 7
RispondiElimina-Sparv-
EliminaAccidenti se è angosciante questa storia!!! Mi è piaciuta molto, hai dato respiro proprio a ciò che mi prende in una storia, caratterizzando bene i protagonisti anche se in una shot non è certo facile!
RispondiEliminaBravissima!!!!
Ti do un 9. Spero ti gratifichi come meriti!
EliminaStoria dolce amara ma sei riuscita comunque a dare un'identità caratteriale ai tuoi personaggi.
RispondiEliminaNonostante il tema trattato nella storia non riesco a non pensare che
vorrei alla follia un EDWARD GIARDINIERE a casa mia anche se il giardino non ce l'ho ahuahua ;-)
VOTO:7
Mamma che angoscia mi ha messo!!!
RispondiEliminaComplimenti per la scelta dell'argomento, di sicuro non facile, è bella la caratterizzazione dei personaggio.
Molto brava
Voto 7
Ila Cullen
Voto 7
RispondiEliminaStoria angosciante che ho letto volentieri. Scorrevole nonostante la tristezza di cui è intrisa tutta la storia, e il finale con questa nota di speranza molto carino.
RispondiEliminaComplimenti.
Il mio voto è 8
Tumore. Un altro argomento delicato... raccontato con dolcezza.
RispondiEliminaAll'inizio volevo schiaffeggiare questa Bella... strappare così piante e fiori!
Ma sapevo che aveva un passato triste.
Edward ha saputo ascoltare ed amarla, senza riserve!!
Davvero, sei stata bravissima!! :)
Voto 8.