Edward pedalò in fretta giù per la strada, dritto alla sua
meta. Poi buttò la bici sul ciglio e salì in piedi sul muretto, aggrappandosi
alla recinzione come una scimmia.
Allungava ogni giorno il percorso dalla scuola a casa sua.
Voleva passare dal campo e restare da solo, a guardare. Qualche volta qualche
compagno lo aveva seguito, rovinandogli metà del divertimento.
«Che facciamo?»
«Andiamo?»
«Hai portato il pallone?»
Noiosi bambinetti. Lui non voleva parlare, non voleva
giocare, non voleva compagni. Voleva solo guardare.
Sognava di saltare, correre, sudare, ridere. Seguiva con
passione malcelata i ragazzi più grandi che si allenavano lì, adorava le loro
grida e le parolacce canzonatorie o di incitamento che si lanciavano a vicenda.
Ridacchiava fra sé, contento.
"Fottuto me, un giorno anch'io," pensava.
«Ehi, ragazzino. Ti sei perso?»
Scosse la testa verso la voce che apparteneva alla custode.
Un donnone con una voce tonante come quella di padre Emmett, quando predicava
di diavoli dell'inferno, a catechismo.
«Che ore sono, signora?» chiese, ricollegandosi
improvvisamente alla realtà.
Quella glielo disse e lui divenne bianco come la cera. Aveva
di nuovo fatto tardi. E le avrebbe prese di nuovo. Merda.
Alla terza frustata di cinghia che gli arrivò nella schiena,
Edward si estraniò del tutto. Non sentiva il dolore. Non gridava, non parlava,
non piangeva. Non serviva dire niente, il bastardo avrebbe smesso solo quando
avesse deciso lui, non prima.
"Crepa," pensava Edward, cercando di resistere,
"Io crescerò. E me ne andrò di qui."
Gli dispiaceva solo per sua madre che piangeva in un angolo.
«Lascialo, lascialo. Non fa niente, Carl. Non ero preoccupata. Lascialo.»
Ma quello non lo lasciava. Non ascoltava nessuno. «Non
capisci, Esme. Questo stronzetto deve imparare le regole. Deve apprendere la
disciplina. C'è un orario per tutto: la scuola, i giochi, il pranzo. Non può
perdersi per la strada e pretendere che noi aspettiamo come niente fosse. In
questo modo capirà, prima o poi.»
Appunto, piangere non serviva.
«Edward, vuoi continuare tu?» A scuola lo coglievano sempre,
quando si distraeva a guardare fuori dalla finestra, impaziente di uscire, di
scappare, di rischiare il collo correndo come un matto sulla bici sgangherata.
Ma Edward continuò, ricacciando indietro uno sbadiglio. Non
ci voleva certo un genio per la lettura a pappagallo di un brano che lui aveva
già letto varie volte, cercandovi la ricetta per evolversi da quella bestia di
suo padre: Darwin, l'evoluzione della specie.
«Sei sempre distratto… Ti annoio forse, Edward?»
Negò. «Mi scusi, signora,» disse. Lo annoiava eccome, ma non
era scemo, non glielo avrebbe mai confessato. Lei avrebbe preteso il suo
diario, avrebbe convocato i suoi e invece lui doveva assolutamente tenere
lontani gli occhi del padre da una possibile nota, ergo la sua cintura dalla
propria schiena.
Un altro giorno l'insegnante imbastì una presentazione di
Albert Einstein. Edward lo adorava.
Il fisico era stato cacciato da scuola due volte. I suoi
professori lo rimproveravano perché non studiava e non aveva interesse per
nulla, mentre quello invece si annoiava a morte. Edward ridacchiava pensando a
se stesso.
A soli undici anni, era secondo sua madre un ragazzino pieno
di vita e di interessi, solare, disponibile, affettuoso, sincero. Secondo suo
padre invece era solo un cretino e una checca irrispettosa e fannullona.
«Io ne sono un esempio vivente, signora.»
«Un esempio di cosa, Edward?»
«Che tutto è relativo, come diceva Einstein.»
Tutta la classe rise, mentre la professoressa scuoteva la
testa. Capire quel ragazzino dotato e ironico era difficilissimo.
Un pomeriggio d'estate, dal suo posto in prima fila,
aggrappato alla rete del campo di atletica, vide la ragazza dei suoi sogni.
Veloce come una gazzella, percorreva con due sole perfette,
simmetriche falcate lo spazio tra gli ostacoli, che poi saltava agilmente con
quelle sue incredibili gambe lunghe. I capelli bruni, legati a coda di cavallo,
le danzavano al vento nella corsa. Quel corpo snello e sottile ma femminile
stregò Edward e lo trasformò nel più grande fan di Isabella Swan, atleta di
Olympia. All'epoca lei aveva ventun'anni, dieci di più del magro ragazzino che
la guardava appassionato ogni pomeriggio, alla stessa ora.
Da quel giorno Edward prese ad allenarsi come un pazzo nella
sala attrezzi di suo padre, a mangiare più che poteva proteine e simili, a
misurarsi ogni giorno contro lo stipite della porta, a radersi le guance dove
non c'era manco un misero pelucco mascolino.
"Devo crescere," pensava, "e in fretta.
Voglio il mio posto in pista. E avvicinare quella fata."
La sera, nel suo letto in mansarda, con la finestra aperta
in ogni stagione sul cielo che era lo stesso che guardava Lei, si masturbava
come un folle disperato, mordendo il proprio cuscino per attutire i gemiti.
La madre trovava ogni mattina appollottolati in terra vari pezzi di carta igienica e sul
comodino il rotolo.
«Edward, ma…?»
«Sono raffreddato, ma'.»
«Di nuovo?»
Lui non rispondeva.
«Vorrei provare. Si può?» Chiese un giorno alla custode che
lo aveva sorpreso a sbirciare per l'ennesima volta.
«Provare cosa? Dovresti chiedere all'allenatore…»
«C'è?»
«Ti accompagno.» Lo guardava con un vago sorriso, un po'
canzonatorio.
Edward gonfiò un po' il petto, alzò la testa, cercò di
estendersi più che poteva in altezza. Aveva anche pensato di mettere qualche
spessore nelle scarpe, ma poi per correre lo avrebbero impacciato.
Il signor Banner lo squadrò da capo a piedi. «Corri ragazzo.
Fammi vedere cosa sai fare.» Non gli chiese se volesse provare i 100, i 200,
gli ostacoli. «Corri senza pensieri. Corri e basta. Ti dirò io quando
fermarti.»
Edward corse. Fece due volte il giro del circuito, prima che
Banner lo fermasse. Gli piacque da morire: correre era liberatorio. Il vento
cancellava preoccupazioni, tensioni, persino desideri e obiettivi. Correre era
solo correre. Lo faceva sentire protagonista attivo, vincitore. Rimaneva senza
fiato ma dominava su tutto. Correre era la sua vita.
«Sei bravo, ragazzo. Hai stile naturale. Dove hai imparato?»
«A correre?» chiese incredulo. «Correndo!»
«Come ti chiami?» sorrise Banner. Guardando i passi ritmici,
lunghi e armoniosi di quel ragazzino, l'uomo aveva rivisto se stesso. Si era
piaciuto moltissimo.
Stabilirono che poteva andare ad allenarsi al campo dopo la
scuola, tre volte a settimana.
«Avrò bisogno del consenso dei tuoi, Edward.»
«Dirò a mia madre di accompagnarmi, domani pomeriggio.» Mai
e poi mai avrebbe chiesto qualcosa a suo padre, gli avrebbe dato solo un motivo
in più per tormentarlo. Forse pure picchiarlo, chissà.
Quello fu così il primo segreto che Edward condivise con sua
madre.
«Vado al campo da due anni, mamma. Sai ogni volta che arrivo
tardi? E' lì che vado. Resto a guardare per ore. Mi piace il colore della terra
battuta. Mi piace il profumo che emana quando piove. Mi piace la gente che c'è
lì. Banner, l'allenatore, dice che sono bravo. Vieni a vedermi correre, qualche
volta?»
La madre lo abbracciò. «Certo, ragazzo mio.»
«Non dire nulla al bastardo, però.»
«Non lo farò, tesoro. Tu però non chiamarlo così. È tuo
padre, Edward.»
«Lo so, purtroppo.» Non aggiunse che saperlo era l'unico
piccolissimo senso di colpa che provava quando pensava di ammazzarlo in dieci e
più modi differenti.
«Ti rende la vita difficile perché ti vuole bene e vuole
prepararti alle difficoltà del futuro.»
Edward sorrise, scoprendo appena i denti perfetti. I capelli
biondo scuri facevano sembrare la sua testa ancora quella di un bambino, ma i
pensieri e le considerazioni erano quelle di un uomo.
«È per questo che picchia anche te, mamma? Per
"formarti"?» chiese senza ironia.
Esme lo abbracciò di nuovo e lasciò quelle domande senza
risposta. La conoscevano entrambi molto bene.
Un pomeriggio, mentre correva di fianco al percorso ad
ostacoli, vide che c'era anche Lei ad allenarsi.
Diede il meglio di sé per farsi notare, e ottenne
l'attenzione di Isabella Swan.
«Chi è quel ragazzino?» la sentì chiedere a Banner dallo
spogliatoio, attraverso la finestra aperta.
«Bravo, eh? Un talento naturale. E non ha ancora dodici
anni.»
«L'hai provato negli ostacoli?» L'aveva osservato anche lei,
valutandone l'atleticità del corpo e l'armonia della corsa.
«No. Voglio che liberi tutta la sua energia, senza freni. È
come un cavallo a briglia sciolta. Energia pura.»
Il secondo segreto che Edward condivise con sua madre fu
proprio Isabella Swan.
«Chi è quella ragazza che saltava gli ostacoli, oggi?» gli
chiese Esme un pomeriggio, dopo l'allenamento, mentre tornavano a casa.
«Una fata e una gazzella,» rispose lui sognante.
Esme rise. «È molto bella. E anche bravissima, mi sembra.»
«Sì. E un giorno la sposerò.»
La madre sorrise. «Tu? Ma sei il mio bambino!»
«Certo. E un giorno sarò suo marito.»
Infine Edward crebbe. Nonostante le botte e i castighi
assurdi del padre, con le carezze e l'appoggio incondizionato della madre,
grazie ai mille sogni ad occhi aperti, alla scuola, al campo e alla preziosa
carta igienica, Edward divenne un giovane uomo, sicuro quanto basta a uno
spirito per natura ottimista e ambizioso, introverso e osservatore quanto serve
a evitare guai. Forte e bello nel corpo, di sani principi morali, e con una
mente decisamente fuori del comune.
Il padre voleva facesse domanda per arruolarsi nei marines,
e Edward finse di compilare e spedire i documenti. Carlisle Cullen non si
rendeva minimamente conto di quanto poco fossero considerati dal figlio il suo
consiglio e la sua approvazione.
La domanda Edward la spedì infatti all'Università di
Seattle, con la complicità della madre.
Era il loro terzo segreto.
«Se mi prendono vieni via con me, mamma.»
Esme sorrideva, accarezzandogli i capelli tendenti ormai al
bruno, ma sempre morbidi e mossi. Sarebbe stata dura andare avanti senza quel
figlio meraviglioso, l'unica cosa davvero buona che le fosse venuta dal
matrimonio col "bastardo". Tuttavia non sarebbe mai andata con lui a
Seattle. Non voleva che il figlio avesse una palla di piombo ad ancorarlo a
terra.
«Ti accetteranno di sicuro, Edward. Sei in gamba. Il
migliore.»
Seattle infatti lo accettò, anche se più per meriti sportivi
che didattici. Il rendimento del ragazzo era stato altalenante negli anni
precedenti. Spesso si annoiava,
rifiutava di studiare ciò che proprio non gli piaceva, ed inoltre sfruttava
ogni momento libero per correre al campo, l'unica sua vera passione. Aveva
anche vinto diverse gare e alla fine il padre aveva scoperto dove passasse
tutto il tempo. Carlisle, incredibilmente, fu fiero di lui. Un futuro militare
deve ben allenare il proprio corpo. Nessuno smentì le sue teorie e aspettative,
né gli spiegò che al figlio la sua approvazione non interessava più da anni.
«Tu non vai da nessuna parte che non sia una destinazione
del comando dei Marines.»
Carlisle si alzò in piedi dal suo lato del tavolo, durante
la cena in cui Edward diede l'annuncio della sua partenza per Seattle.
Il ragazzo guardò sua madre tentando di rassicurarla con gli
occhi: si stava torcendo le mani, in silenzio, seduta al suo posto. Poi Edward
lentamente si alzò dalla propria sedia, venendosi a trovare esattamente di
fronte al padre. Torreggiava su di lui, più alto ormai di una buona spanna.
«Invece vado a Seattle, papà. E tu non puoi farci un cazzo
di niente.»
Da qualche anno non lo picchiava più, ritenendo che avesse
imparato tutto, o forse, più semplicemente, temendo che il figlio gli si
rivoltasse contro, muscoloso com'era, anche se asciutto. «Disubbidisci a tuo
padre, dunque, Edward?»
«Sì.»
«Tu eri a conoscenza di questa follia, Esme?» Carlisle si
girò verso la propria moglie, ma Edward picchiò forte un pugno sul tavolo.
«Lascia la mamma fuori da questa storia. È la mia vita. Vado
a Seattle. Punto.»
Il padre fece il giro del tavolo e arpionò le spalle del
figlio, gli occhi traboccanti ira e aggressività.
«Lasciami. Subito.» I pugni di Edward si aprivano e
chiudevano ritmicamente. Sarebbe esploso di lì a poco.
Esme piangeva sommessamente, non voleva che arrivassero a
picchiarsi. «Lascialo,» disse, asciugandosi gli occhi e alzandosi in piedi
anche lei. Li destabilizzò entrambi.
«E tu che cosa vuoi adesso, donna?»
«Ormai è un uomo. Lascia che prenda le sue decisioni. Deve
andare per la sua strada. Tu hai me su cui esercitare il potere. In futuro
dovrà bastarti, Carl.»
L'uomo si lasciò ricadere sulla sedia, senza rivolgere più
sguardo o parola ad alcuno, ignorato dal resto della propria famiglia. Come per
ogni codardo, la sua forza veniva soprattutto dalla non-reazione degli altri.
Edward e sua madre passarono il resto della serata a finire
di preparare i bagagli.
Il mattino dopo il ragazzo partì, baciando sull'uscio sua
madre e promettendo di tornare per il Ringraziamento, come ogni buon americano.
Rivolse solo uno sguardo alla finestra del piano di sopra, in cui vedeva
stagliarsi la figura immobile e accigliata del padre.
"Addio, bastardo," pensò.
A Seattle, prima ancora di recarsi a prendere informazioni
sugli orari dei corsi, andò a visitare l'Husky Stadium, portando con sé la
lettera di presentazione preparatagli dal signor Banner. Venne inserito nei
turni del mattino presto, come lui chiedeva, e gli dissero che avrebbe potuto
iniziare quando avesse voluto.
«Al mattino presto, in questa stagione, solo pochi sfidano
nebbia e gelo.»
«Grazie. Per me andrà benissimo.»
Nei due anni che seguirono studiò come un disperato,
cercando di dare esami e seguire più corsi che potesse. Laurearsi prima
possibile, trovare un lavoro, aiutare sua madre a divorziare, portarla via,
erano i suoi obiettivi primari. La terra del campo era rimasta solo la sua
valvola di sfogo, il momento in cui lasciava uscire la tensione e dava via
libera a tutta la sua energia. Aveva amici con cui condivideva il poco che si
concedeva: qualche partita di football degli Huskies allo stadio e qualche
stupida festa della sua confraternita, dove si beveva troppo ma si parlava
poco, il che andava bene. Qualche donna ogni tanto, giusto per ricordarsi che
il pisello aveva anche un'altra funzione, oltre a quella mintoria.
Era un martedì qualunque, di un qualunque mese invernale, il
giorno in cui rivide con sua grande sorpresa Isabella Swan.
Negli anni addietro, da perfetto fan qual era, aveva bevuto
qualunque notizia la riguardasse e saputo che, dopo la partecipazione alle
olimpiadi, cinque anni prima, si era ritirata e aveva sposato un giovane
rugbista di colore, Jacob Black, da cui aveva avuto una bimba. Poi più nulla.
Assoluto silenzio su quella che era la sua altra grande passione, da più di
dieci anni.
Quella mattina una pioggerellina bastarda e infida lo aveva
costretto ad un solo breve giro, per evitare di inzupparsi fino al midollo. Tornò
così al campo nel pomeriggio, invogliato da uno sprazzo di sole e da dispense
orribili che non ne volevano sapere di entrargli in testa. Correre un po' lo
avrebbe come al solito rilassato e aiutato a concentrarsi meglio per lo studio.
Indossò pantaloncini, felpa e scarpe da corsa. Se avesse potuto avrebbe
"girato" un po' nel campo, altrimenti sarebbe tornato indietro e si
sarebbe fatto bastare la corsa di tragitto.
Il campo era solo parzialmente occupato e quando entrò notò
sulla prima fila della tribuna una giovane donna con a fianco una bimba
riccioluta.
Prese a correre in rilassamento, senza "spingere"
troppo e, avvicinandosi, la riconobbe. Vestita in jeans e giacca di pelle, i
capelli sciolti e più corti, era lei, un po' più in carne di come la ricordava,
sempre bellissima. La bimba era certamente la sua: occhi grandissimi e bocca a
cuore della mamma, ma pelle color caffellatte da perfetta mulatta.
"Il fottuto marito sarà a giocare chissà dove?"
pensò.
Fece un giro, poi accelerò. Dopo tre giri di campo si fermò
nei pressi della tribuna, a fare stretching.
«Ciao,» lo salutò la bimba.
«Ciao,» rispose lui.
Isabella alzò il viso dal cellulare, a guardarlo.
«Buongiorno.»
Non l'aveva riconosciuto. Meglio così, si sarebbe divertito
di più.
«Lei è Isabella Swan,» affermò.
«Sì,» disse la bambina, «è la mia mamma, sai?» aggiunse poi
orgogliosa.
«E tu come ti chiami?» chiese allora lui alla bimba,
fissando la donna che le accarezzava sorridendo i capelli.
«Melody,» rispose la piccola, saltellando e facendo ballonzolare
i riccioli.
«Tu invece sei…?» gli chiese la Swan.
«Cullen. Edward Cullen,» lo disse ironico, alla James Bond.
Risero entrambi. No, non l'aveva riconosciuto. Del resto
come poteva? Di quando frequentavano lo stesso campo di atletica, a Edward
erano rimasti solo gli stessi occhi verdi e la falcata lunghissima.
Isabella si alzò e venne a porgergli la mano affusolata e
aggraziata che Edward strinse con grande piacere, poi tolse gli occhiali e lo
illuminò di un sorriso radioso.
«Era da tanto che non venivo riconosciuta…»
«Non corri più?»
«No,» rispose, distogliendo lo sguardo. Qualcosa l'aveva
spenta. Perché? Edward moriva dalla curiosità di chiederle di più.
"Parlami. Raccontami di te, cosa mangi a colazione.
Dov'è tuo marito. Se ti fa stare bene. Se ti fa godere come farei io, se fossi
mia. Dimmi di che colore indossi gli slip in questo momento. Qualunque cosa
vuoi," pensava, ma continuò a sorridere in silenzio.
Melody venne a reclamare la mamma e la merenda e la donna
fece per allontanarsi, salutandolo.
«Vieni qui ogni pomeriggio?» le chiese, volendo trattenerla
ma non sapendo come fare.
«Qualche volta,» rise lei. «Perché, vuoi forse perseguitarmi
come uno stalker?»
«Non è un'idea malvagia…» Risero di nuovo, poi lei era già
lontana e lui dovette smettere di sorridere. Gli doleva già la mascella.
"Bella figura da coglione, Cullen. Complimenti,"
pensò.
Ma il pomeriggio seguente sarebbe tornato, un'ora prima, per
non perdersi nemmeno un minuto di lei, visto che il destino gliel'aveva rimessa
benevolmente sulla strada.
Tuttavia per una settimana non la rivide.
Chiese al campo, fingendo noncuranza, ma gli risposero che
veniva ogni tanto, con la bambina, quando Black era ad allenarsi o a giocare in
qualche altro stato.
Scaricò da internet il calendario di tutte le partite della
squadra di Black e si fece un programma di giorni e orari per frequentare il
campo quando avrebbe potuto molto casualmente incontrarla.
Tanta organizzazione fu premiata: otto giorni dopo la
rivide. Stessa tribuna, stessa bambina, stessi occhiali, stessa stupefacente
bellezza. Cazzo. Solo a guardarla gli tirava la cucitura dei pantaloni, anche
se erano una grigia tuta da ginnastica.
«Ehilà, Swan,» l'apostrofò, passandole accanto e rallentando
appena.
«Ciao, bello!» gli rispose la bambina, facendolo ridere.
Isabella non alzò invece neppure la testa, presa dal cellulare su cui digitava
qualcosa.
Edward salutò la bambina con la mano e accelerò, deluso
dalla mancanza di attenzione della donna.
"Vorresti ignorarmi,
ma non te lo permetterò, vedrai. Sono piuttosto bravo a raggiungere gli
obiettivi che mi prefiggo."
Casualmente, finì di correre proprio mentre la Swan e sua
figlia si alzavano dalla tribuna e si avviavano all'uscita. Casualmente Cullen
si fermò al distributore dell'acqua che si trovava proprio nei pressi
dell'ingresso.
«Ciao, bambolina. Vai via?» parlò direttamente alla bambina.
«Ciao,» lo salutò allora anche la donna.
«Andiamo a prendere un zelato. Ti piasono i zelati?»
«A chi non piacciono i gelati? Certo! Ne vorrei proprio uno
anche io, ma dovrei prima farmi una doccia…»
Isabella sorrideva, anche se stavolta non tolse gli occhiali
come la volta precedente.
«Mamma, può venile con noi anche lui?»
Isabella le diede un buffetto sul naso col dito, «Non essere
sempre invadente, Mel…»
«Oh, mi piace essere invaso, tranquilla,» gli formicolava la
pelle dalla voglia di toccarla, anche solo quel dito. "E mi piace ancora
di più invadere. Sono l'invasore più accurato di tutto il fottuto stato di
Washington, Bella…" pensava.
«D'accordo allora. Ti aspettiamo.» Le sembrò innocuo: un
giovane esuberante che le faceva un po' il filo. C'era di che essere contenta,
senza timore alcuno. Sperava solo che Jacob non ne venisse a sapere nulla,
perché di certo lui avrebbe invece trovato da dire in proposito.
Mezz'ora dopo sedevano davanti a due enormi coppe di gelato,
con la bimba in ginocchio tra loro a leccare estasiata un cono.
«Così tu sei di Seattle?» gli chiese Isabella.
«No. Di Olympia.»
«Anch'io sono di Olympia…,ma magari tu lo sai già?»
«Sì. Frequentavamo lo stesso campo di atletica, anni fa.»
Edward se la beveva con gli occhi, rimpiangendo solo che lei non sfilasse quei
maledetti occhiali da sole. Li odiava.
«Davvero? Non mi ricordo…» "di te" stava per
aggiungere, poi le sembrò poco cortese e tacque.
«Una decina di anni fa…»
Lei scosse la testa, non ricordava, ma Edward non ne fu
ferito. Era normale non avere ricordo di un ragazzino.
«E cosa ci fai a Seattle? Lavori o studi?»
«Studio. Giurisprudenza, qui al Campus. E tu? Dopo le
Olimpiadi ti sei trasferita qui?»
«Non proprio subito, ma quasi. Sai, l'amore e tutte quelle
sciocchezze lì…» si fermò imbarazzata, gli stava raccontando troppo. Approfittò
per cercare nella borsa un fazzolettino con cui ripulire la faccia piena di
cioccolato di Melody e interruppe la conversazione. Il suo cellulare si mise a
suonare e Isabella si alzò di scatto, come colta in fallo.
«È papà?» chiese la bambina.
Un'occhiata veloce allo schermo e lei spense il telefono.
«Non rispondi mamma?»
«No. È scarico.»
Edward capì che non voleva parlare davanti a lui e abbozzò
un sorriso un po' fiacco. Forse era ancora solo un ragazzino…, pensiero che gli
diede fortemente sui nervi.
«Noi andremmo, Edward…» Doveva già scappare. Il tempo
regalatogli era già finito.
"Eh no. Non ci sto." Si alzò con loro e si diresse
a pagare, insistendo perché lo lasciasse fare.
Scherzò con un inchino cerimonioso. «Permettimi di
sdebitarmi per la piacevole compagnia di un gelato, eh?»
Lei rise e acconsentì. «Mi dispiace che dobbiamo scappare
così in fretta ma sai… la bambina,…mio marito…e io…Insomma devo andare.»
Non aspettò nemmeno che lui replicasse, filò via con la
bimba come se avesse visto un fantasma.
Edward fu colpito da una strana sensazione di déjà vu ma non
vi fece caso.
Chiamava spesso la madre e le parlava delle lezioni, delle
partite nel bellissimo stadio Husky, dei suoi allenamenti, del tempo, dei
compagni, di qualche ubriacatura leggera. Non chiedeva notizie di suo padre: a
lui non interessava sentirle, a lei non piaceva parlarne.
Quella sera le raccontò invece che aveva rivisto Isabella
Swan, la quale aveva una bellissima bambina. Riempì il racconto di particolari
e delle battute naturali della piccola, eppure tenne sempre un tono distaccato,
distratto dal pensiero di qualcosa che gli stava sfuggendo e che avrebbe invece
dovuto osservare. Poi passarono un paio di settimane prima di riuscire a
rivedere Isabella e lui si dimenticò di quella sensazione.
Quel pomeriggio Melody giocava con una palla colorata che
faceva rotolare sui sedili della tribuna, mentre Bella osservava due ragazze
che saltavano gli ostacoli, nel campo. Edward seguiva il suo sguardo da
lontano, mentre correva con quella sua lunga, tipica falcata. Si accorse
dell'istante esatto in cui lei lo scorse, illuminandosi e alzandosi in piedi a
sbracciare per attirare la sua attenzione.
«Ciao!» gli gridò festosa.
Edward si girò a guardarsi intorno per essere proprio certo
che ce l'avesse con lui, ma nessun altro era nei paraggi. Si indicò allora con
un dito e lei annuì.
«Ciao!» rispose. Cazzo. Era il suo giorno fortunato. Si
avvicinò a corsa rallentata, sudato marcio e frizzante come una birra.
«Hai finito, per oggi?» Gli chiese lei.
Lui annuì, con un sorriso incerto, in bilico tra la gioia di
passare del tempo con lei e la consapevolezza che qualcosa non quadrasse. Cosa
poteva averla fatta diventare così propositiva all'improvviso? Non sembrava
nemmeno lei. Per giunta si guardava intorno come se cercasse qualcuno.
«Isabella… stai bene?»
«Certo che sto bene. Melody vieni qui!» Strillò intanto alla
bambina, poco lontana. No, non stava bene. Non stava bene da anni, ormai. Stava
malissimo ed era così stufa della propria situazione che per cambiarla avrebbe
dato dieci anni della propria fottuta, schifosissima vita futura. Peccato non
poter tornare indietro nel tempo. Quante cose avrebbe cambiato! Quasi tutto, a
pensarci bene. Tranne Melody, quella mai, a nessun prezzo.
Lo guardava, gli occhiali finalmente tenuti in mano, occhi
negli occhi e lui vi lesse…bisogno. "Posso darti qualunque cosa, fammi
solo capire cos'è," pensò. E sorrise.
«Ho il pomeriggio libero. Ti va di fare un po' di compagnia
a me e a Mel? Credo che ci farebbe bene un…amico.»
«Al vostro servizio, mie deliziose signore. Fatemi solo fare
una doccia.»
Persino la sua mano destra mozzata le avrebbe dato.
«Melody è l'unica cosa davvero stupenda che mi sia capitata,
Edward. Ma tu sei un ragazzo, non puoi capire cosa può significare un figlio
per una madre,» gli disse mezz'ora dopo, ignorando che lui invece capiva
benissimo. Ogni tanto gli lanciava un'occhiata, con i capelli ancora bagnati
dalla doccia, seduto in macchina accanto a lei, sorridente, bellissimo, era
semplicemente uno schianto. Si era accorta di piacergli, che male c'era a
regalarsi un paio d'ore di revival di giovinezza?
Spiegò che era diretta a casa di un'amica, dove avrebbe
lasciato la bambina a giocare con una coetanea. Lui doveva invece accompagnarla
in un posto. Doveva assolutamente fargli vedere una cosa. Era da tanto che ci
pensava. Doveva. Assolutamente.
Edward non sapeva cosa cavolo pensare, invece, frastornato
ed eccitato come un maniaco assatanato.
La Bella che aveva conosciuto lui sembrava una donna
ponderata, guardinga, osservatrice. Oggi invece gli sembrava fuori di sé,
parlava troppo, rideva troppo, si muoveva a scatti, si grattava. Era agitata.
Ad un certo punto lanciò persino nei sedili dietro gli occhiali con cui teneva
su i capelli.
«Attenta alla bambina,» le disse lui, d'istinto.
«Oh, è vero. Ti ha colpito, la mamma maldestra, Mel?»
«No,» disse la bimba.
Che era successo alla Isabella Swan che lui conosceva? Aveva
bisogno di un amico, gli aveva detto. Ma era da un'amica che stavano andando.
Di che tipo di amico aveva bisogno? Non era preoccupato, che diamine, ma
curioso sì. Moltissimo. E anche divertito.
Arrivarono a destinazione in breve.
«Aspettami qui. Faccio in un attimo.» La voce perentoria,
Isabella prese in braccio la bimba e sparì nel portone di fronte, lasciando
persino la macchina accesa. Quando risalì non parlò più e guidò, stringendo il
volante con le mani fino a farsi sbiancare le nocche.
«Dove stiamo andando, Isabella?»
Lei sorrise, sfiorandogli la gamba sinistra con la mano
destra. «Fidati di me, vuoi?»
Aveva altra scelta? Se anche l'avesse avuta, era disposto ad
andare con lei pure all'inferno.
Lei parcheggiò davanti a un motel, in periferia, e allora,
di colpo, lui capì. A dire il vero il primo a capire fu il proprio cazzo, che
si erse nella sua aitante combattività, fiero e solerte. Ma Edward gli tenne
immediatamente dietro. Non gli interessavano le motivazioni. Lo desiderava?
Perfetto. Lui molto di più e da molto più tempo.
Il tempo di consegnare i documenti alla reception e
prendere, anzi, strappare di mano la chiave all'uomo grasso e dai capelli unti
che gliela porgeva, e corsero, per mano come ragazzini, alla stanza assegnata
loro.
Edward la schiantò col proprio corpo contro la porta, non
appena questa fu chiusa, poi con la bocca si impadronì della sua, e con le mani
prese quelle di lei e gliele tenne ferme in alto, arresa alla passione che lo
consumava da secoli e millenni. Furono poche le frasi che si scambiarono, tra i
baci con cui si divoravano la bocca, e le mani con cui si accarezzavano
ovunque, prima sopra i vestiti, poi sotto, sulla pelle calda e impaziente.
«La mia bellissima, irraggiungibile Isabella…finalmente
mia…»
«Il mio diavolo tentatore, con quegli occhi così verdi…»
Poi l'irraggiungibile e il diavolo si fusero insieme, in
piedi contro la porta, con le gambe ancora impacciate da pantaloni e scarpe,
incuranti della scomodità, del poco tempo a disposizione, dei gemiti, di
qualunque cosa che non fosse loro stessi e la voglia reciproca di perdersi
nell'altro e prendersi qualunque cosa gli fosse offerta. Si marchiarono il viso
con i piccoli morsi, la pelle con le unghie e la forza dei polpastrelli,
l'inguine appiccicato, impiastricciato, arrossato, escoriato dalla forza di
quel primo amplesso, sconvolgente e incontrollabile.
Poi lui la sollevò sulle braccia forti e la portò sul letto,
dove calciarono via quello che restava dei loro indumenti. E ricominciarono le
carezze febbrili, i gesti sicuri e gli sguardi decisi di chi si è appartenuto
di già, e non ha timore di sentirsi "fuori sintonia". L'armonia dei
loro corpi era fin troppa, in realtà.
«Ho visto la tua data di nascita, prima…» gli confessò
mentre lui la penetrava lentamente, guardandola negli occhi neri come la notte.
«Ssstt…»
«Sei così giovane…»
«Sei così bella…»
«Sono così sposata…»
«Lui lascialo fuori da questa stanza, Isabella. In questo
momento siamo soli. Ci sono io, dentro di te,» diede un colpo di reni, per
sottolineare il discorso. «È il mio momento, non il suo,» diede un altro colpo.
«Una fortuna inaspettata, averti, Isabella. Solo un cretino potrebbe lasciarti
scappare via,» ancora un colpo. «E io sono qualunque cosa, ma non un cretino.»
Un colpo più lungo dei precedenti le spinse la testa fuori dal cuscino e segnò
la fine delle parole. Il ritmo incalzante che ne seguì non lasciava spazio a
chiacchiere inutili. In ginocchio sul letto, davanti a lei, le sollevò le
natiche con le grandi mani e se l'appoggiò sulle cosce, poi le arpionò i
fianchi e iniziò a martellarle dentro come una trivella petrolifera. Ma quello
che cercava era molto più prezioso: il piacere di entrambi, senza richiesta,
alimentato solo dalla reciproca offerta. Il rumore dei corpi che si lambivano
era la musica più bella del mondo. Trascinava via lei in un altro mondo.
Materializzava i sogni di lui.
“Tienimi stretta, Edward. Ecco…così…È meglio del bourbon, e
del sonno indotto…Molto meglio di qualunque altra cosa…,” pensava lei, appagata
e abbandonata.
“Sogno sempre di volare via…ma oggi no. È più bello il
mondo, visto dai tuoi seni…” pensava lui, ancora duro e per nulla stanco.
«Dov'eri, tutto questo tempo?» si chiesero in contemporanea,
poi scoppiarono a ridere.
“Che significa questo, Isabella? Cosa ho scacciato via? Dove
ci porterà? Continuerà, o è solo un giorno diverso dalla noia, un'occasione
meravigliosa?”, avrebbe voluto chiederle lui. «Quanto tempo abbiamo ancora?» le
chiese invece.
“Dovevo nascere dieci anni dopo, maledetta me,” pensava lei,
mentre gli chiedeva che ore fossero.
«Di già? Cristo! Devo scappare a prendere Melody! Jacob sarà
già rincasato! O mio Dio!»
La parentesi di follia dalla follia era già finita. Edward
si rivestì, passandole in silenzio e sorridendo i vestiti che districava dai
suoi, buttati per terra sulla brutta moquette. Non si sentiva usato, aveva
rubato un momento di bellezza devastante. Niente glielo avrebbe mai portato
via. Ora doveva solo riuscire a replicarlo ancora. E ancora. E ancora. Sorrise
di più. Non si sentiva nemmeno in colpa.
«Dammi il tuo numero di telefono, Isabella,» le chiese in
macchina, mentre lei legava la bambina al seggiolino, davanti alla casa
dell'amica.
«No,» la voce di lei non era ostile. Sembrava
solo…spaventata. Spaventata?
«Ti lascio il mio, allora?»
Di nuovo quell'espressione spaventata. «Edward, io…,» non lo
guardava nemmeno più.
Stava per dirgli che era stato un errore? Che le dispiaceva?
«Non dirlo Isabella. Non sarebbe vero. E comunque non ci crederei,» le rispose
lui.
«Okay, grand'uomo. Ci rivediamo da queste parti. Prima o
poi.»
Davanti all'Husky Stadium, Edward scese dalla macchina di
Isabella e lei scappò via, mentre la bambina lo salutava dal vetro.
Andò avanti così per un po': lei spariva per qualche giorno,
poi tornava festosa, lo cercava al campo, lo aspettava, andavano al motel, lo
riaccompagnava. Quasi mai successe di nuovo che la bambina fosse con loro, all'andata
o al ritorno, mentre veniva "parcheggiata" e poi recuperata dalla
casa dell'amica di Isabella. Un paio di volte Edward risentì sulla pelle la
sensazione che qualcosa gli stesse sfuggendo, ma era troppo attento a prendersi
le briciole di tempo che lei gli donava, per farsi troppe domande.
«Ci conosciamo appena,» confessò un lunedì mattina libero da
lezioni, a sua madre. «Passiamo del tempo insieme, ma… non parliamo.»
Esme non chiedeva mai nulla, ascoltava attenta.
«Ogni tanto ho l'impressione che stia cercando di dirmi
qualcosa, ma quella sensazione mi sfugge. Forse è solo annoiata della sua ricca
vita di madre e moglie di un personaggio…»
Esme scosse la testa, «Quella che descrivi è una donna
infelice, Edward. Tanto infelice. Ti ascolto e mi sembra di rivedermi,
vent'anni fa. Te piccolino, tanta gioia ma tanta stanchezza. Tuo padre sempre
via, al lavoro o al bar. Le sue assurde gelosie. Nessun'amica. Un inferno.»
A Edward si accese la solita strana sensazione. «Ti ha
sempre picchiata?»
Lei sorrise. «Credevo fosse colpa mia. Per mesi si
comportava benissimo, affettuoso e attento. Poi un piccolo errore da parte mia
lo mandava su tutte le furie, se aveva bevuto più del solito. Allora rompeva le
cose. Esagerava con le punizioni per insegnarti le regole. Ma ero stupida: gli
perdonavo le sberle, lo giustificavo per le scenate. Mi sembrava che non fosse
mai esageratamente brutale...»
«Esiste un grado di violenza accettabile?»
«Mi dispiace, Edward. All'epoca non vedevo via d'uscita.»
Aveva imparato anni dopo, grazie ad una vicina di casa, che esistono centri di
accoglienza per le donne maltrattate. Si era fatta aiutare. Era riuscita a
convincere il marito a farsi ricoverare per risolvere l'alcolismo. E col tempo
anche "il bastardo" era migliorato. L'età e gli acciacchi lo avevano
infine reso dipendente da lei, al punto che oggi erano una coppia assurdamente
tranquilla. Avevano raggiunto un equilibrio, con grande fatica e
disapprovazione di Edward, che avrebbe voluto sbattere in mezzo alla strada il
proprio padre.
«Non giudicarmi troppo severamente, Edward. Non è facile per
una donna sola, lontana dalla propria famiglia. Lo amavo, allora. Lo
giustificavo. Tu eri piccolo. Avevo paura di perderti. Mi sembrava poco male
dovermene stare nascosta in casa qualche giorno e indossare degli occhiali da
sole per uscire…»
«Mascheravi i lividi degli schiaffi?» le chiese, alzandosi
in piedi. Cristo! Come aveva potuto non capire?
«Sì. Ma oggi è un uomo diverso, sai? La vecchiaia lo ha
calmato e…»
Isabella. Isabella era in pericolo. Aveva bisogno di aiuto.
Non lo cercava perché voleva un trombamico. Voleva annegare invece la
sensazione di impotenza e di solitudine. E lui non aveva capito un cazzo!
«Perdonami, mamma, ora devo scappare. Ti telefono. Ti voglio
bene. Ti ringrazio. Mi hai aiutato a capire… Torno presto.» La baciò sulla
guancia e corse via.
Ma dove cercare Isabella? Aveva un unico indizio. Si
precipitò a casa dell'amica da cui lei lasciava la bambina, e di cui sapeva il
nome di battesimo. Citofonò a tutti i cognomi, che per fortuna erano solo
quattro.
Il primo non rispose. Il secondo era una vecchietta che
voleva assolutamente sapere cosa vendesse. Il terzo era una giovane donna.
«Mi scusi. Sono Edward Cullen. Sto cercando Isabella,
Isabella Swan. È per caso da lei?»
«No. È da qualche giorno che non la sento. Chi è al
citofono, può ripetere?»
Glielo disse e lei lo fece salire. Gli offrì un tè e
parlarono a lungo.
Alice, questo il nome della donna, conosceva Isabella da
quando si era trasferita a Seattle. Suo marito era uno dei fisioterapisti che
seguivano la squadra di Black. Una bimba della stessa età di Melody aveva poi
consolidato un'amicizia nata per caso sulle tribune, nei pomeriggi noiosi degli
allenamenti.
«Sai che Black la picchia, Alice?»
«Chi? La bambina? Assolutamente no!»
Edward sospirò pesantemente. «No. Non la bambina. Isabella.»
Alice scosse la testa. «Non ci credo… Sono una coppia unita.
Sono innamorati, sempre insieme. Adorano la figlia… Non ci credo. Perché dici
una cosa simile?»
«Perché dovevo essermene accorto subito. Perché a volte
porta gli occhiali scuri anche se piove. Perché ha paura di essere seguita.
Perché controlla il telefono in modo maniacale. Per mille ragioni a cui non ho
fatto caso fino a quando sono riuscito a tirare le somme.»
Alice continuava a scuotere la testa.
«Perché sono il figlio di un uomo che beveva e picchiava
moglie e figlio. Avrei dovuto accorgermene subito,» ripeté sconvolto, con le
mani nel ciuffo di capelli che continuava a torturare. «Cosa sai di lei, Alice?
E quanto hai invece capito?»
«So che le manca la terra, le sue gare di atletica, la sua città.
So che ama Melody più di se stessa. Credevo anche che amasse suo marito, ma
effettivamente non ne parla mai… Mentre da un po' mi sussurra qualcosa circa un
amico nativo delle sue parti… Sei tu, immagino?»
Edward annuì. «Hai il suo indirizzo? Il suo numero di
telefono? Posso…»
Alice gli toccò il braccio e sorrise. «Sei innamorato di
lei?»
«Sì,» ammise semplicemente. «Da sempre. Da quando ero un
ragazzino scarno e solo e lei era già famosa e stupenda. Ma io non ho alcuna
importanza, ora. Dobbiamo trovare Isabella e convincerla a farsi aiutare.»
Alice prese il proprio telefono e schiacciò un nome in
rubrica. La stava chiamando. Bene.
Ma Isabella non rispose.
«Non sempre risponde. Guarda chi la chiama e spegne il
telefono. Pensavo lo facesse per non parlare di cose sue davanti a me.
Cretino.»
«Andiamo da lei. Le bambine sono all'asilo. Sarà in casa.
Oppure l'aspetteremo davanti alla scuola. Viene sempre di persona a prendere la
bambina,» fece una pausa, poi lo guardò negli occhi. «A volte nemmeno scende
dalla macchina, chiama la maestra dal finestrino, la testa coperta da foulard e
occhiali…Dio mio! Forse hai ragione…»
L'aveva convinta. «Non colpevolizzarti troppo. Nessuno può
aiutare qualcuno che non ti chiede aiuto né ti dice di avere problemi.»
Decisero che Edward avrebbe aspettato in macchina, se
davvero era come diceva lui, nessuno avrebbe dovuto vederlo entrare in casa di
Black.
Ma Isabella non era nemmeno in casa.
Si appostarono allora nei pressi della scuola, parcheggiati
piuttosto lontano per non essere riconosciuti, ma abbastanza vicino da tenere
d'occhio il portone della scuola e vederla arrivare. Intanto continuarono a
parlare, di lei, di Alice, di Edward. Dei bambini. Dei sogni.
«Sei così giovane…»
«Non mi manca molto alla laurea.»
Gli toccò di nuovo il braccio. «Non lascerebbe mai Melody,
per nessuna ragione al mondo…»
«La aiuterò a non perderla, e intanto a liberarsi di Black.»
Stavolta fu Alice a sospirare. "Troppo giovane, troppo
ingenuo, troppo sognatore,"pensò. «Se mai dovesse denunciarlo, Edward…la
squadra farà muro con lui. Gli sponsor, gli allenatori, i fan, gli avvocati.
Non hai idea di che macchina sia quella della fama, Edward. Stritoleranno una
giovane donna sola, un po' depressa, e un…»
«Ragazzino? Lo so che lo stai pensando. Bene, la vedremo. Se
mi metto in testa di caricare qualcosa, Alice, io sono come i tori: testa bassa
e passo. Non m'importa nient'altro.»
Alice alzò gli occhi al cielo. «Cerchiamo intanto di parlare
con lei.»
"Negherà con tutte le forze. Mia madre lo ha fatto per
anni," pensava Edward, mentre annaspava in cerca di un'idea.
«Cosa cazzo vi siete messi in testa, voi due, eh? Alice mi
meraviglio di te! Un fanatico qualunque viene a casa tua e tu gli dai indirizzo
di casa e di scuola delle bambine? Lo conosci? Che ne sai chi sia? Magari uno
psicopatico, un pazzo assassino, uno stupratore…»
«Dacci un taglio, Bella. L'ho convinta io, lei non c'entra
nulla.»
Isabella lo squadrava dalla testa ai piedi, le labbra
serrate, gli occhi di fuoco. Incazzata come una tigre, bella come sempre.
"Lasciati aiutare, lasciati aiutare. Parla con
me," pregava lui con lo sguardo. «Puoi fermarti con me per un panino al
volo?» le chiese, cercando di tenere basso il tono, per non spaventare le
bambine che ciarlavano poco distante, sotto lo sguardo di Alice.
«Di cosa vuoi parlare, Edward? Non ho tempo per l'alcova,
oggi.» Lo stava trattando come una puttana qualsiasi. Era solo questo per lei,
quindi? Sentiva la rabbia montargli su come un'onda anomala.
«Benissimo. Ti racconto un storia io, allora. C'era una
volta una lupa che teneva moltissimo alla sua tana e al suo cucciolo. Un giorno
conobbe un cacciatore che si finse suo amico. La lupa lo lasciò entrare perché
era buona. Un altro giorno conobbe un cane, ma la lupa temeva che le mangiasse
il suo cucciolo, e lo tenne fuori dalla propria tana…»
«Ne hai ancora per molto, Edward? Devo portare a casa
Melody. Non ho tempo per queste stronzate.» Batteva il piede per terra, ora
tesa e nervosa, più che arrabbiata. Forse se si fosse trattenuta troppo,
rischiava di far incazzare il pezzo di merda?
«Per carità, va' pure. Lascio il mio numero di telefono a
Alice. Chiamami se…vuoi sentire il resto della storia.»
Ma di lei non seppe più nulla per mesi. Andò addirittura ad
assistere a qualche partita di rugby del pezzo di merda, per vedere se fosse
riuscito a scorgerla in tribuna. Nulla. Sparita.
Alice gli disse che non rispondeva più nemmeno a lei e che
non le parlava quando si incontravano per caso, a scuola o agli allenamenti
della squadra. «Mi dispiace, Edward.»
«Dispiace più a me. Grazie lo stesso, comunque.»
Aveva fatto proprio un bel lavoro. Le aveva tolto l'unica
amica che avesse. Non c'era male come inizio.
Smise di andare al campo, non sentiva nemmeno più il
richiamo della terra, della corsa liberatoria. Studiava invece come un
disperato per terminare gli studi prima possibile. Si mise in contatto con
l'associazione che aveva aiutato sua madre negli anni addietro ed ebbe un
indirizzo di Seattle a cui rivolgersi. Vi andò e offrì il proprio aiuto e la
propria consulenza. Gratis, visto che ancora non era avvocato.
Si fece benvolere. La titolare, una donna sulla cinquantina,
grassoccia e simpatica, pur molto competente in materia legale, non aveva buon
feeling con le diavolerie elettroniche e Edward venne chiamato sempre più
spesso per aggiornare i database e risolvere problematiche legate a virus e nuovi programmi. Quando alla signora
Young, questo il nome della titolare dell'associazione, venne in mente di
aprire un blog per allargare gli orizzonti dello studio, Edward si recò ogni
pomeriggio a lavorare.
«Arrivederci a domani, Emily!» Edward salutò la donna e
s'incamminò a piedi nel parcheggio buio, verso la propria macchina. Non vide
arrivare nessuno alle proprie spalle e quindi non seppe dire chi lo avesse
colpito e con cosa, quando si risvegliò il giorno dopo all'ospedale, con una
commozione cerebrale e un mal di testa feroce.
Al suo capezzale c'erano sua madre, quel bastardo di suo
padre, la signora Young, un paio di amici dell'università e perfino Alice.
«Ehi!» disse a tutti e a nessuno, socchiudendo gli occhi per
impedire che la luce gli trapanasse la fronte.
La madre chiamò l'infermiera a somministrargli qualcosa per
il dolore e dopo poco giunsero due poliziotti a compilare la sua "denuncia
contro ignoti aggressori".
«Chi potrebbe volerle male, signor Cullen?»
«Nessuno. Sarà stato un balordo che voleva prendermi il
portafoglio…»
«Glielo ha preso?»
Edward guardò il proprio portafoglio sul comodino. «No. Ma
magari qualcosa lo ha spaventato e…Chi mi ha trovato?»
«La signora Emily Young, che non ha visto scappare nessuno,
né sentito nulla. È stato fortunato, Cullen. In quel parcheggio buio poteva non
vederla. Sarebbe morto dal freddo. Un'altra vittima della violenza casuale,
senza un colpevole. Faccia attenzione.»
Ma che accidenti volevano? Che c'entrava lui? D'accordo,
poteva anche non essere casuale ciò che gli era successo. Ultimamente
l'associazione aveva pestato i piedi a parecchia gente e il suo nome era
comparso come "collaboratore alle indagini" in diverse pratiche.
Poteva essere stato chiunque. Rifiutò di cambiare la propria vita per timore e,
una volta dimesso, continuò come sempre: Università, lavoro, casa, Olympia dai
suoi, un paio di volte alla settimana.
«Ciao, Edward…» Suo padre lo aveva aspettato appoggiato alla
macchina, mentre lui usciva dal supermercato vicino casa, dove aveva fatto un
po' di spesa, finite le provviste di cui lo riempiva sua madre, ad ogni visita.
C'era da ridere. Il bastardo voleva proporgli un qualche
tipo di accordo familiare, mentre lui meditava di prendere il cognome di sua
madre, per liberarsi anche del suo ricordo?
«Cosa ti porta fin qua a Seattle, Carl?» Da anni non lo
chiamava più papà.
«Volevo… Chiederti se potessi aiutarti in qualcosa…
Qualunque cosa…»
«No, Carl. Non mi serve proprio niente, da te.»
«Sai… Fa parte del mio programma di riabilitazione. Riaprire
i ponti. Parlare. Cercare di farmi perdon…»
«Per favore, non farmi perdere tempo. Ti ci sono voluti
tutti questi anni per portare il tuo culo bastardo fin da me?» Lo guardò
sprezzante. Non solo non sarebbe mai riuscito a perdonarlo, ma gli faceva
schifo perfino guardarlo in faccia. Non era nemmeno certo che sarebbe mai
andato al suo funerale, quando finalmente fosse morto. «Tranquillo. Ti firmo il
foglio. Dov'è? So come funzionano queste cose. È il mio lavoro, a proposito,
sai? E indovina come mai l'ho scelto? Potrai dire di essere andato a parlare
con tuo figlio, e che tuo figlio, quello stronzetto, non ha voluto accettare le
tue scuse tanto sofferte. Ti compatiranno.»
Carlisle abbassò la testa e le spalle davanti all'ira così
evidente del figlio. Era un passo che avrebbe dovuto fare molto tempo prima.
Probabilmente ormai era semplicemente troppo tardi. Maledetto whiskey, aveva
rovinato troppe vite. Si girò per andarsene senza aggiungere altro, mentre
sentiva suo figlio parlare ancora.
«Credi che sia facile come con la mamma? Eravamo soli,
indifesi, contro le tue mani forti, ricordi? Perché non provi ora a sfogare
quelle mani su di me, papà? Non sai quanto mi piacerebbe massacrare quella
brutta faccia di merda che ti ritrovi.»
«Piacerebbe anche a me,» sussurrò l'uomo, allontanandosi.
Si laureò, e iniziò a lavorare presso lo studio Young a
tempo pieno, come associato. Diciotto ore al giorno. A volte Emily lo cacciava
via bonariamente. « Basta, Edward. Va' a casa. Il mondo continuerà a girare
sporco e ingiusto anche se tu ti ammazzi, sai?»
Gli sembrava che ci fossero sempre cose troppo importanti da
terminare, prima di poter andare a dormire, a mangiare, a riposarsi, a distrarsi.
«Non hai più saputo nulla di lei, Edward?»
Lui negò, con la testa. «Sono certo che ha bisogno di aiuto
e che quel bastardo la picchia. Ma se non sporge denuncia e non si rivolge a
qualcuno…» Non aveva mai smesso di confidarsi e confrontarsi con la madre.
«Devi riuscire a parlarle, figlio mio. Ma non aspettarti
granché. Certe situazioni hanno un equilibrio estremamente instabile ma possono
restare immote per anni, decenni perfino, io lo so bene. Poi di colpo, qualcosa
ti fa cambiare idea. Vedrai, succederà anche a lei.»
"Spero solo non sia troppo tardi."
Era tardi quando uscì da casa dei suoi per tornarsene a
Seattle. Suo padre lo aspettava di nuovo vicino alla macchina.
«Che altro vuoi, ora?»
«Nulla. Solo… Ho sentito cosa stavi raccontando a tua madre,
stasera.»
«Divertente, eh? La storia della mia vita: impotente a
guardare le donne che amo maltrattate da pezzi di merda.»
Il padre incassò senza battere ciglio. «Se è famoso e ricco,
di una denuncia non ci farai niente, Edward. Sua moglie deve riuscire a
registrare le sue minacce. Sono una… prova. Mi sono… documentato.»
«Le so queste cose, Carl. C'è altro?»
«Minaccialo. Un…bastardo, come li chiami tu, capisce solo la
sua stessa lingua. Otterrai di più che… Be', buona fortuna.» E appena finì di
parlare si girò e si avviò di nuovo verso casa.
Edward sapeva cosa voleva dirgli. Con le minacce avrebbe
ottenuto di più che con le vie legali, lunghe e tortuose.
Già. Ma come minacciarlo?
Un venerdì sera, mentre aveva le mani occupate dalla spesa e
dalle chiavi davanti alla porta di casa, ricevette una telefonata sul cellulare
da un numero privato. Il cuor gli perse un paio di battiti. Nella sua testa
aveva sognato mille volte in quell'ultimo anno che una certa voce lo chiamasse
e gli chiedesse un aiuto che oggi poteva finalmente fornire.
«Parlo col signor Edward Cullen?»
Non era la voce che aveva tanto sognato. «Sì. Chi sei?»
chiese, notando dal tono che doveva trattarsi di una bambina. Forse…?
«Melody Black, signore. Ti ricordi di me?» Bingo.
«Mel, tesoro. Certo che mi ricordo di te. Come stai?» Era
sudato per l'emozione. Calciò la porta per chiuderla e buttò i sacchetti in
terra, nel corridoio. Poi si sedette sul divano, in attesa. Sapeva bene che non
bisogna mettere fretta a chi chiama per chiedere aiuto.
Essere pazienti.
Lasciar parlare. Rispettare pause e silenzi.
Una parola!
«Bene, sign…Edward. Ho bisogno di aiuto. Hai tempo?»
«Ho tutto il tempo che vuoi.»
«Si tratta della mamma. Ricordi anche lei?»
Edward si alzò di scatto, la saliva azzerata. «Certo che mi
ricordo di lei, Mel.» Come avrebbe potuto dimenticarla? Forse neanche nella sua
vita oltre la morte.
«Sono preoccupata.»
«Dov'è la mamma in questo momento, Mel?» Domande semplici, voce tranquilla. Non farsi
prendere dal panico e dalla paura.
«Non lo so,» e la bambina cominciò a piangere sommessamente.
Edward si sfregò la faccia con la mano libera.
"Cazzo." «È uscita, forse?»
«Sì.»
«Sai dov'è andata, Mel?» "Cazzo."
«Urlava che andava alla polizia.» Ora piangeva più forte.
«Dove sei, Mel?» "Ti prego, Dio, fa' che non le si
spenga il cellulare… Devo chiederle mille cose. Ti prego, Dio."
«In casa.»
«C'è qualcuno con te?» "Nessuno, Dio. Fa' che non ci
sia nessuno. Ti prego, Dio."
«Sono sola. Papà è uscito dietro alla mamma.»
"Che cazzo vuol dire? Dio…" «Papà stava inseguendo
la mamma, Mel?»
«Sì. E urlavano. La mamma gridava che era finito. Papà la
chiamava con una parola brutta. Poi ha detto "Fermati o ti ammazzo."
Edward, non la ucciderà, vero?»
"Cazzo. Dio, ti prego. Aiutami a capire. Cazzo.
Dio!" « Sta' tranquilla, Mel. Ora cerchiamo la tua mamma, okay?»
Melody singhiozzava e basta. "Povera piccola. Brutto
bastardo." «Mel? Mi hai sentito? Andrà tutto bene.» E come cazzo faceva a
dirlo?
« Mel? Puoi fare una cosa per me?»
«Co-sa?»
«Ora riattacchi con me. E chiami Alice. Subito. Conosci il
numero di Alice?» Le stava dicendo troppe cose insieme. Vaffanculo al
programma. Chissenefrega. "Dio, ho bisogno di aiuto. Ora."
«Sì. La chiamo.»
«Brava, piccola. Io cerco la tua mamma. Ora riattacca, Mel.
Appena so qualcosa vengo di persona a dirtela.» "A qualunque costo.
Dovessero spararmi per violazione di proprietà privata, vengo da te, Mel. E se
nessuno fa un cazzo a quel pezzo di merda, ci penso io."
La piccola chiuse la comunicazione. Era stata grande. Troppo
grande per la sua età. Ma i bimbi traumatizzati crescono più in fretta degli
altri, anche se emotivamente repressi. Lo sapeva bene lui.
"Vaffanculo, Black. Ti ammazzo io, ti ammazzo." In
un attimo era fuori dalla porta e un secondo dopo saltava nella macchina. Corse
come un pazzo fino all'indirizzo di Bella, commettendo tutte le infrazioni al
codice stradale di questo mondo. "Se mi segue la polizia mi fa un grande
favore. Maledetto bastardo, ti ammazzo, se qualcuno non mi ti leva dalle mani."
Ma nessuno lo seguì. Nel parcheggio davanti alla villetta,
vide la macchina di Bella. "Lei dove cazzo è?"
Il cancello era aperto. "Sono in casa tua, Black. Vengo
a prenderti."
La stradina che portava al garage era stretta e buia, ma in
fondo vedeva la luce accesa, nel box. Chi c'era lì?
«Isabella?» Chiamò più volte. Nessuna risposta.
«Black?» Gridò più forte.
La risposta gli arrivò da dietro le spalle. «E tu chi cazzo
sei?» Era lui. Il pezzo di merda.
In volto gli si dipinse un ghigno cattivo. «Lei dov'è?»
Black gli mise subito le mani sulle spalle. «Sbagliato,
amico. Sei in casa mia, sai? Devi andartene affanculo fuori di qui o chiamo la
polizia. Chiaro?»
«Chiamala, la polizia. E già che ci sei spiega pure dove
cazzo è finita tua moglie, stronzo.»
Black partì con un pugno, dritto contro la faccia di Edward.
Lui barcollò indietro di due passi, il naso che colava sangue, e caricò di
testa contro lo stomaco del bastardo. Black riuscì a schivarlo la prima volta,
ma non la seconda e finì a terra. In un
attimo Edward gli fu sopra e prese a tempestargli la faccia di pugni,
ritmicamente. Destro, sinistro, destro. Ancora destro. Sinistro, destro. Un
altro destro.
"Smetti, Edward. Se lo ammazzi davvero non potrai
cercare Bella. Non potrai andare da Mel a dirle dov'è la sua mamma."
Ma non riusciva a smettere di colpirlo. "Basta. Devo
fermarmi." Allora gridò forte, come quando arrivava al traguardo prima
degli altri partecipanti. E, finalmente, riuscì a fermarsi.
Si tirò su, asciugandosi la faccia sanguinante con il
braccio, e si diresse verso la luce.
«Bella?» La chiamò più volte e gli sembrò di sentire
qualcosa provenire dall'interno del garage.
«Bella?» Si avvicinò al suv di Black e sentì più forte il
rumore. Bella era lì.
Aprì la maniglia e la vide.
Scarmigliata, i capelli insanguinati dal lato destro, un
cerotto sulla bocca, la faccia livida e sporca. La camicia da notte strappata,
escoriazioni nelle gambe, le caviglie e i polsi legati. Piangeva.
"Bastardo. Cosa le hai fatto?"
Le tolse con attenzione il cerotto dalla bocca. «Mel?»
chiese lei, prima di accasciarglisi addosso, mentre lui la sollevava dal
pianale e la portava via dall'inferno. «È al sicuro, in casa. C'è Alice con
lei. È una bambina in gamba, come la sua mamma.» Continuò a parlarle mentre la
portava fuori, la deponeva dolcemente sull'erba, e intanto cercava il cellulare
per chiedere aiuto.
«Che bel quadretto…» la voce strascicata di Black,
gocciolante sangue e saliva, gli giunse di nuovo di lato, appena fuori dal
garage.
Ma in lontananza sentì anche le sirene della polizia.
"Grande Alice," pensò.
Gli venne in mente il suggerimento di suo padre. E accese il
registratore. Ora doveva farlo parlare il più possibile.
«Non sei morto. Che peccato.»
«Te la fai con la puttana? Lo sapevo che mi tradiva… Ci
avrei giurato.»
Non dovette sforzarsi per farlo parlare. Sembrava ansioso di
farlo.
«Non la farò più uscire di casa. Le toglierò qualunque
cosa.»
«Perché cosa le avevi lasciato?»
«Mel. Le avevo lasciato Melody, se faceva la brava. Ora è
stata una bambina cattiva e le toglierò anche Mel. Non credi che meriti di
essere lasciata sola, a marcire in un buco, da brava puttana qual è? Ogni tanto
le porterò da mangiare. E la scoperò bene. Le interessa solo quello…»
Mentre parlava gli si avvicinava, in mano un coltello.
«Quanto a te… Oh… Ti rovinerò, povero il mio studente modello, brutto frocio
bastardo. Sistemerò te e la tua famiglia di pezzenti: quello sfigato ubriacone
di tuo padre. Quel buco pulcioso in cui lavori. Con quel parcheggio buio… Che
idiota che sei, Cullen. Non sai che i parcheggi bui sono pericolosi, di notte?»
A Edward veniva da vomitare. "Quanto cazzo ci mette la
polizia ad arrivare?" «Cos'è quello, Black? Un coltello?»
Ma la situazione precipitò: Black notò che il suo avversario
aveva in mano qualcosa. «Cosa fai con quel cellulare? Mi stai registrando,
brutto figlio di puttana? Non ne farai niente sai? Lei resta mia!»
Jacob si buttò in ginocchio e poi sul corpo di Isabella,
deviando all'ultimo momento il coltello che teneva puntato verso Edward. Quegli
con una spallata lo scaraventò lungo disteso accanto alla donna, poi cercò di
capire se il coltello avesse ferito nuovamente il corpo di Isabella…
«Fermi tutti. Mani in alto. Polizia.»
"Finalmente." Edward alzò le mani. « Occupatevi
della donna. È gravemente ferita.»
Due mesi dopo, Edward spingeva la carrozzina su cui sedeva
Isabella, finalmente dimessa dall'ospedale. Tre costole rotte, una spalla
lussata, una ferita da coltello al braccio e una caviglia fratturata, le
avevano reso difficile seguire in prima persona la discesa dall'Olimpo di suo
marito.
Le accuse di violenza ripetuta sulla moglie, oltre al
comportamento psicotico degli ultimi tempi pure in squadra, avevano determinato indifendibile la posizione di Black. Di certo
non pesò poco nemmeno la registrazione che era arrivata dallo studio Young.
Melody saltellava vicino a loro, in mano un bellissimo mazzo
di fiori, regalo di Edward.
Era il primo che gli avesse permesso di regalarle.
Bella aveva provato a respingerlo. «Sei così giovane… »
«Sei così bella…»
«Che te ne fai di una come me?»
«Sbrigati a rimetterti in forze. Ti mostrerò cosa posso fare
con una come te.»
«Cercati una donna con meno problemi…»
«Adoro i problemi. Mi fanno sentire a casa. Ne ho sempre
avuti.»
«Ti stancherai di me, vedrai.»
«Ti amo da dodici anni, Bella. Non credi che meriti un po'
di fiducia, a questo punto?»
Non c'era altro da fare che accoglierlo tra le braccia. Nel
proprio cuore, nel proprio letto.
Nella propria vita.
Una vita serena, la meritavano tutti.

Quando si dice storia "firmata". Ma farò finta di non sapere... Dunque, una vicenda che si sviluppa dalla pre pubertà di Edward fino alla sua fase di "giovane adulto". La descrizione di un ragazzo sognatore e volitivo, le cui ali non vengono tarpate nemmeno dall'avere un padre come il suo (non spoilero), la cui storia anzi lo spingerà ad aiutare la donna di cui, da bambino, si era infatuato. Dunque bella vicenda d'amore e di coraggio. Originale anche l'idea con la quale questa autrice ha connesso la trama al tema. Scritta in modo impeccabile, capace di trasportarti nella lettura come poche altre. Grande autrice, non c'è altro da dire! Cristina
RispondiEliminaGrandiosa, come sempre del resto. In un racconto breve sei riuscita ad abbracciare un arco di tempo ampio descrivendo situazioni, emozioni, coraggio, forza di volontà, amore, passione senza annoiare. Hai creato un Edward forte, caparbio e cosciente delle proprie capacità grazie alle quali non si lascia schiacciare dalla situazione in cui vive. La sua forza è anche il grande amore che la madre prova per lui e che lui ricambia. Un uomo deciso ad ottenere tutto il bene possibile per sé e per le persone che ama. Ne esce infangata la figura del padre e trovo giusto e comprensibile il rifiuto di Edward al riavvicinamento.
RispondiEliminaBellissima, davvero... ma non avevo alcun dubbio.
Direi che una storia così vale un 10 sicuramente...
Accipicchia che storia con i fiocchi , che racconto toccante. Hai trattato un argomento delicato come una piuma, brava.
RispondiEliminaBellissima. L'ho letta tutta d'un fiato,rapita dalla storia e dalla scorrevolezza. Ho sofferto con Edward e ho sofferto con Bella nel loro viaggio doloroso verso una vita che li ha messi a competere con la violenza domestica. E' un argomento molto intimo, molto importante ed estremamente attuale e grave e tu hai saputo gestirlo con la tua solita penna precisa e discreta, insistendo laddove ce n'era bisogno e sorvolando dove i dettagli sarebbero divenuti inutilmente cruenti.
RispondiEliminaE' sempre un piacere leggerti.
Con ammirazione,
Sparv
Questa è stata la prima storia che ho letto del contest e mi ha lasciata letteralmente senza parole.
RispondiEliminaSe c'è una cosa che mi fa inorridire e mi fa proprio un male fisico è la violenza sui bambini. E quando ho letto la scena del piccolo Edward a confronto con il padre ho sofferto come un cane. Ho faticato ad andare avanti perché mi sentivo morire dentro tanto bene è stata portata l'immagine.
Non sono però riuscita a fermarmi se non per riprendere fiato.
Ho ammirato la forza e il coraggio di Edward cresciuto, ho sofferto con Bella per le sue rinunce e la situazione orribile in cui si è trovata. Ho adorato la bambina di una dolcezza indescrivibile.
Credo questa storia mi resterà dentro per un bel pezzo.
Complimenti...bravissima. Ed è poco.
Ho I brividi. Che storia pazzesca...che scrittura meravigliosa, che intreccio perfetto. Immagino chi tu sia, perché tanta perfezione e sicurezza di registro, tanta profondità psicologica, il ritmo della narrazione che si distende e poi incalza e poi trova il suo coronamento nel finale, sono davvero rari. Complimenti, veramente. Una one shot che ha tutto il respiro di una long. E un altro Edward indimenticabile.
RispondiEliminaAppena letto delle frustate al piccolo Edward ti ho odiato e ho pensato "no, ma possibile che bisogna sempre piangere in questi contest?"
RispondiEliminaPoi la lettura è continuata... e ho amato ogni singola parola, ogni singolo avvenimento, ho dedotto e capito con orrore cosa avrebbe inquadrato Ed.
Ho amato il suo coraggio, la sua determinazione e cazzo ha realizzato tutto ciò che si è prefissato... grande come te, del resto i tuoi personaggi non possono non esserlo visto che nascono dalla tua fantasia.
E nonostante tutto, come sempre, mi hai fatto anche sorridere.... tipo:
La madre sorrise. «Tu? Ma sei il mio bambino!»
«Certo. E un giorno sarò suo marito.»
Chiaro, deciso, senza ombra di dubbio.
E vogliamo parlare del "Mi piace essere invaso"? ehhhhh come lo avrei invaso volentieri ....
Spettacolare la loro prima volta, sia il come che il dialogo. Per non parlare del loro dialogo finale, stupenda conclusione di una meravigliosa OS.
E direi che il
10
ci sta tutto.
Un Bacio e grazie infinite come sempre
JB
Storia meravigliosa!!!Personaggi descritti benissimo, dai principali ai secondari, scrittura molto scorrevole e soprattutto uno stie coinvolgente che ti fa leggere questa storia tutta d'un fiato, dimenticandoti di dove sei, che ora è, se hai fame, sete, freddo. Complimenti, voto: 10!!!
RispondiEliminaAleuname.
Voto 10, what else?!
RispondiEliminaLa storia è veramente bella... tratta un tema difficile in maniera molto delicata e ho apprezzato questa cosa... voto 7 e mezzo
RispondiEliminaVOTO 9
RispondiElimina-Sparv-
EliminaAcc.... La violenza sulle donne è sempre un argomento che mi atterrisce... E sui bambini quando ce ne sono fa danni incalcolabili.
RispondiEliminaGrazie per averne parlato con tatto.
Voto 6
EliminaPrima storia letta e ha lasciato il segno..Hai trattato un argomento delicato ma lo hai affrontato perfettamente senza scadere nelle solite cose trite e ritrite...
RispondiEliminaBravissima e complimenti..VOTO 9
STUPENDA!!! L'argomento trattato non era facile da raccontare ma hai descritto tutto in maniera egregia. Complimenti !!!
RispondiEliminaVoto 10
Ila Cullen
Voto 9
RispondiEliminaVoto 10
RispondiEliminaRacconto complesso e molto ben articolato che affronta, con delicatezza e intelligenza, un tema difficile, la violenza familiare, ma riesce ad andare oltre. Edward è un personaggio affascinante. Da ragazzino, correndo riesce a sfuggire alla realtà di violenza insensata e immotivata in cui è immerso. Da adulto non replica il modello genitoriale (come troppo spesso accade), ma diviene un uomo forte, determinato, che sceglie di mettere la propria intelligenza e i propri studi al servizio delle donne maltrattate e abusate. Allo stesso tempo, però, mantiene vivo in sè lo stupore innamorato del ragazzino, resta fedele per tanti anni al proprio sogno d'amore fino a farlo diventare una realtà concreta. Ma i pregi di questa storia vanno oltre il personaggio di Edward. Direi che il suo punto di forza sta nella volontà di considerare con empatia e accorato rispetto tutti i personaggi per cercare di capire che cosa ne abbia a tal punto snaturato il carattere da renderli degli odiosi mostri. Non ci sono condanne facili e appaganti. Si mostrano le ferite che hanno fatto di Carl un marito e un padre prevaricante, il suo rammarico quando riesce ad uscire dalla spirale dell'alcolismo, il suo debole tentativo di assumere nuovamente un ruolo genitoriale fornendo consigli che sa non richiesti e non graditi. Di Bella ed Esme, grazie alla costruzione speculare della trama, si evidenziano le ingenuità, l'incapacità di riconoscere lo stato malato della loro relazione, il desiderio di far sopravvivere un rapporto a dispetto del prezzo terribile che sono costrette a pagare. Perfino per Jacob si accennano le circostanze che potrebbero averne "adulterato" il carattere.
RispondiEliminaEcco, direi che il bello di questa storia è che non giudica, cerca di capire pur senza giustificare.
Commovente.
Storia complessa, con un tema difficile. Brava nella scrittura. Commovente. Toccante.
RispondiEliminaE' la prima storia che ho letto del contest ed è anche la prima che recensisco. Non sono di molte parole ma bravissima. COngratulazioni.
Ti meriti un bel 10.
Quello della violenza sulle donne è un tema molto difficile per me ma è una cosa che mi sta parecchio a cuore.
RispondiEliminaNon l'ho vissuto... ma conosco una persona a me molto cara che ne ha subite.
Leggendo ho pianto... eh... ma tu sei stata davvero brava, toccante e delicata!!
Voto 10, perché te lo meriti.
E... grazie :)!!
Storia davvero bellissima. Ho una storia in testa da circa quattro anni, non ho mai avuto l'occasione di scriverla e adesso penso che non la scriverò più perchè in questa tua hai racchiuso gran parte di ciò che avrei voluto rappresentare.
RispondiEliminaMi è piaciuto moltissimo il percorso che hai fatto fatto intraprendere a Edward, da cucciolo a grande uomo forte e determinato, coraggioso e deciso a cambiare la vita della donna che ama da tutta la vita.
Complimenti.
Bellissima storia ,argomento molto difficile da affrontare ,ma tu l'hai fatto veramente bene .grazie per permetterci di leggere i vostri racconti così meravigliosi .
RispondiEliminail mio voto è 10
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