sabato 31 ottobre 2015

Confessione di una fedifraga








Mi perdoni, Padre, perché ho peccato.
Quante volte le ha sentite queste parole da dietro quella grata? Io non so se cerco il suo perdono, o l’assoluzione dalle mie colpe. Nella mia vita ho commesso parecchi peccati e non ho mai cercato assoluzioni. Il dolore che è seguito alle mie azioni è stato un modo più che adeguato di fare penitenza.
Abbiamo imparato a conoscerci noi due, in questi ultimi mesi in cui lei andava e veniva dall’ospedale per portare la comunione a mio marito. A messa io non sono mai venuta, era mio marito quello osservante, io ho smesso di pregare parecchio tempo fa. La mia educazione però è stata fortemente cattolica, lo sa? Ho studiato dalle suore fino alle superiori. Ero una brava bambina con le trecce, sempre i voti alti, mai messa in punizione. C’erano tutte le premesse perché diventassi una donna rispettata ed integerrima, come mia madre era e voleva che io diventassi.
Sarei stata proprio una di quelle signore perbene che sono nel coro ogni domenica e che organizzano gare di torte per beneficienza. Poi un giorno, mentre tornavo a casa a piedi con le mie amiche, ho notato una macchina della polizia davanti a casa e mio padre che veniva portato via dagli uomini in divisa.
“Bancarotta fraudolenta”, è quello che mi disse mia madre piangendo, quello che sentivo mormorare nei corridoi i giorni successivi a scuola, quello che i giornali scrivevano sulle prime pagine della cronaca locale. A quattordici anni non sapevo cosa significasse, ma vedevo la colpa negli occhi di mio padre quando andai a trovarlo in prigione, sentivo il disprezzo di chi fino a pochi giorni prima veniva a casa mia per studiare e chiacchierare con me, vedevo altri uomini in divisa portare via i quadri di casa, l’argenteria, i mobili della mia cameretta.
Ben presto io e mia madre ci trasferimmo in un piccolo appartamento a sud della città, lei lavorava in una lavanderia e io cambiai scuola. Nonostante sui muri della nuova casa c’erano grosse macchie di muffa e il processo di mio padre si avvicinava sempre di più, pensavo che le cose sarebbero cambiate e che nella nuova scuola nessuno mi avrebbe additata come la figlia del truffatore. Non avevo considerato quanto le voci corressero in fretta, e quanto male l’imprenditore Charlie Swan avesse fatto a quella città. A scuola insieme a me c’erano figli di persone che per colpa di mio padre avevano perso il lavoro da un giorno all’altro e che misero in chiaro fin da subito che non sarebbero stati affatto ben disposti nei miei confronti. Spazzatura nello zaino, armadietto con scritte e disegni osceni, sgambetti in sala mensa erano l’ordinaria amministrazione a scuola, mentre a casa mi aspettava mia madre, sempre più stanca, risentita e depressa.
Certe volte, quando non c’era da fare il bucato o fare i conti per pagare le bollette, il mio passatempo preferito era chiudermi in camera, le mani sulle orecchie e gli occhi chiusi, a far finta di essere in un posto migliore, circondata da amici e di persone che mi volevano bene.
Un giorno a scuola arrivò un ragazzo nuovo. Era stato espulso da un’altra scuola per motivi sconosciuti: c’è chi diceva che aveva distrutto un laboratorio, portato una pistola in classe, spacciato droga. Jacob Black era un emarginato come me. Una cosa lo rendeva diverso, però. Nessuno osava avvicinarlo per insultarlo o dargli fastidio. Quando passava per i corridoi si lasciava dietro una scia di timore.
Volevo essere come lui. Non tanto per il potere che la sua brutta fama gli conferiva, quanto per essere lasciata in pace una volta per tutte.

Ieri finalmente ho capito dove se ne va all’ora di pranzo. Dall’espressione, capisco che non è molto felice di trovarmi qui.
“Vai a mensa con gli altri”, mi dice con quel tono autoritario a cui tutti ubbidiscono.
“No”, rispondo con tutto il fegato di cui sono capace: “Non voglio mangiare il panino in cui qualcun altro ha sputato, e Mrs Cope non vuole che io mangi in biblioteca”.
Mi guarda come se fossi spazzatura e sbuffa: “Senti, io non ti voglio qui. Vattene dove vuoi e lasciami in pace”.
“Ti prego”, supplico: “Fai quello che ti pare come se io non ci fossi. Starò con la bocca chiusa e non ti darò fastidio, te lo prometto”.
Sono scoraggiata. Jacob non mi lascerà stare qui, dovrò tornarmene insieme agli altri in mensa. Mi viene da piangere e mi mordo il labbro per trattenere le lacrime. Almeno il briciolo di dignità che mi rimane vorrei conservarla.
Vedo Jacob che mi osserva in modo diverso ora. Mi squadra dall’alto in basso con un misto di compassione e cattiveria che mi dovrebbe far scappare a gambe levate e invece mi inchioda qui, in questo vecchio campo da baseball inutilizzato e lontano dall’edificio centrale della scuola.
“Tu non vedi niente e non parli con nessuno, capito?”
Annuisco in silenzio. Jacob tira fuori dallo zaino un sacchetto con dell’erba e delle cartine. Lo vedo prepararsi la canna ed accenderla.
“Vuoi un tiro?”
Faccio segno di no con la testa.
“Meglio”, dice lui aspirando una piccola boccata.
Passo la pausa pranzo così, osservando il viso di Jacob distendersi piano, in un’espressione di pace che mi fa un po’ invidia.

Rifiutai l’offerta di Jacob la prima volta, la seconda e la terza. Un giorno a scuola fu più dura del solito. Qualcuno aveva strappato la tesina di letteratura su cui avevo lavorato un mese, e questo mi era valso un’insufficienza che sarebbe andata nel mio curriculum scolastico. Vedevo la possibilità di andare all’università allontanarsi, e con essa la possibilità, un giorno, di rifarmi una vita in un posto dove nessuno mi conosceva. Quel giorno volli provare.
La marijuana offusca i pensieri ed allontana ogni dolore e le altre sostanze esotiche che ogni tanto mi offriva Jacob mi mandavano in un mondo a volte divertente, a volte spaventoso. Era il mio momento di pausa da tutto, anche se finito l’effetto mi sentivo malissimo e la mia vita rimaneva sempre difficile da sopportare. Ma non avevo calcolato quanto alto potesse essere il prezzo.

“Credi che questa roba non costi niente, ragazzina? Mica posso sempre farti fumare gratis”
“Ti prego, Jacob. Solo un tiro”.
Ne ho un bisogno terribile. La testa mi scoppia e non voglio tornare a casa.
“Devi pagarmi, Bella. Cinquanta dollari e stai a posto per una settimana”
“Lo sai che quei soldi non li ho”
“E io non posso farci niente. Ma sei una bella ragazza. Sono sicuro che conosci altri modi interessanti per pagare”.
Il tono con cui lo dice è rivoltante ma mi fa capire bene cosa intende. Mi volto e scappo via, mentre lui se la ride e mi prende in giro.

Nel barattolo dei soldi non c’è rimasto più niente e il mal di testa aumenta sempre di più. Ho la nausea ed ho vomitato tutto il pranzo non appena ho messo piede in casa. Mia madre non c’è, come al solito, e l’unica soluzione al mio dolore ha un prezzo che non me la sento di pagare.
O forse sì. Mi guardo allo specchio e, a parte le occhiaie e l’aspetto di chi non dorme da una settimana, non sono da buttare. Il mio seno è cresciuto di una taglia nell’ultimo anno e se mi pettinassi meglio i capelli…
Nel giro di mezz’ora sono un’altra persona. Le scarpe da ginnastica e i jeans sono stati sostituiti da una gonna e dagli stivali di mamma. Il trucco pesante maschera i segni della stanchezza. Non so se avrò il coraggio di andare fino in fondo ma sto troppo male per non provarci.

“Ciao bellezza. Cerchi qualcuno?” Il ragazzo di fronte a me è sulla ventina e mi squadra da capo a piedi. Immagino che conciata così dimostro di più dei miei sedici anni o che lui non si faccia scrupoli ad abbordare una minorenne.
“J-Jacob”, balbetto.
Il retro dell’officina del quartiere non è un posto in cui sarei andata di mia spontanea volontà qualche mese fa. Adesso tanti scrupoli sono spariti.
“Bella”, la voce troppo familiare mi arriva alle spalle: “Hai già trovato i soldi?”.
Deglutisco e mi faccio coraggio: “Ho quello che ti serve”.
Mi conduce su una scala che porta al piano di sopra, in una stanza in disordine con un divano letto aperto. Scaccio subito il pensiero che forse non sono l’unica a pagare così, altrimenti sarà ancora più difficile avere quello di cui ho bisogno.
“Sei molto bella, lo sai?”, il suo pollice mi passa sulle labbra e d’impulso mi allontano.
“Ah, così non va. Devi fare la brava con me”, la sua mano mi blocca il polso e mi butta sul divano. Non oppongo resistenza, stavolta. Sento che non ne avrei la forza.
È sopra di me e sento il suo fiato all’orecchio. Le sue mani sono dappertutto.
“Fai la brava ed otterrai tutto quello che vuoi”.

Fu doloroso e umiliante. Ma come al solito tutto passò una volta che gli allucinogeni cominciarono a fare effetto. Entrai in questa spirale di vergogna e sollievo da cui non fui più capace di uscire.
Mi rendevo conto che la mia vita stava prendendo una piega sbagliata, eppure non riuscivo più a fare a meno delle sostanze che mi portavano in paradiso, anche solo per un po’, anche se ad attendermi dopo c’era l’inferno più nero.
La droga mi aiutava anche a sopportare l’idea di vendermi a Jacob. Dopo una dose particolarmente forte riuscivo a sopportare persino il disgusto e di sicuro non avevo abbastanza forze per oppormi. Del giorno maledetto e benedetto insieme in cui tutto finì ho ricordi molto sbiaditi.
Sentivo il peso di Jacob su di me, le sue spinte furiose, il suo disprezzo e il mio corpo abbandonato alle sue richieste. Poi la porta si spalancò ed entrarono due persone con la divisa blu. Jacob si sfilò da me e cercò di ricomporsi e scappare ma i due lo bloccarono. Prima di svenire ricordo una donna in divisa che mi sussurrava parole dolci e cercava di coprirmi.

Il mal di testa che mi sveglia lo conosco fin troppo bene, purtroppo. Devo prendere il fumo nascosto sotto le assi del parquet e uscire senza farmi vedere da mamma, altrimenti non passerà mai. Cautamente apro gli occhi e il soffitto mi sembra troppo bianco rispetto a quello che sono abituata a vedere. Mi tiro su piano, senza gesti bruschi, per evitare che il malessere peggiori, ma un rumore infernale mi arriva alle orecchie, un trillo continuo di un campanello. Quando cerco di portare le mani alle orecchie vedo una flebo attaccata al braccio e allora realizzo. Ricordo in modo sfocato l’arrivo della polizia e quella donna gentile che mi ha coperto. Quella donna seduta sulla poltrona a pochi metri da me.

La roba che mi danno qui placa il dolore ma non allontana la realtà. Le notizie dell’agente Volturi mi arrivano una dopo l’altra e io resto impietrita ad ascoltare, senza sapere come reagire. Jacob è indagato per sfruttamento della prostituzione minorile, spaccio e una serie di altri reati. Mia madre non può venire a trovarmi perché l’assistente sociale non glielo permette. Probabilmente mi affideranno ad un’altra famiglia, se mi vuole. Se nessuno mi vuole, starò in un istituto speciale ad imparare un mestiere. In ogni caso dovrò disintossicarmi.

Non vedo mia madre e Jacob da più di sei mesi. In compenso una serie di persone accompagnano questo calvario che è diventato la mia vita. La dottoressa del centro di riabilitazione è stata quella che ho odiato di più. In un raptus di rabbia dopo la sospensione totale delle droghe, sono arrivata perfino a morderle il polso. Quel giorno ho messo a soqquadro la mia stanza in preda a una fortissima crisi di astinenza. Ho strappato lenzuola e coperte, distrutto la tv e mi sono ferita coi vetri. Ero così fuori controllo che hanno dovuto sedarmi e ricoverarmi in ospedale un’altra volta.
Adesso le cose vanno un po’ meglio. Il dolore alla testa non c’è più, anche se la voglia di scappare ed andarmi a procurare un’altra dose è ancora forte, ma so che poi dovrei ricominciare tutto daccapo e non voglio più avere una crisi di astinenza in vita mia.
Fuggire non risolve alcun problema, lo procrastina e lo ingrandisce, ormai lo so. Me lo ha fatto capire l’altra dottoressa, la psicologa che mi segue e che ho odiato quasi quanto la sua collega. Tuttavia, è anche grazie alle sue parole che sto lentamente allontanando il desiderio di ricominciare a farmi, percui questo le fa guadagnare dei punti simpatia.

Dopo due mesi fui trasferita in istituto, in attesa di un affidamento che non arrivò mai. Ci stetti fino a diciotto anni, mi insegnarono le basi del giardinaggio, ma non ero affatto portata. Dopo il diploma non potei più stare lì e cominciò la mia ricerca disperata di un lavoro. Ho fatto la shampista, la donna delle pulizie, la dog sitter, ma i lavori manuali non erano il mio forte e i miei precedenti con la droga non erano molto graditi ai miei titolari, percui venivo facilmente licenziata. Avevo arretrati dell’affitto da pagare, luce spesso staccata, e a volte non riuscivo nemmeno a mangiare due volte al giorno.
Tutto cambiò di nuovo il giorno del mio diciannovesimo compleanno. Era uno dei miei periodi di magra ed ero entrata nel supermercato per prendere un po’ di pane. Passai davanti allo scaffale dei dolci e c’erano questi biscotti al cioccolato che mi facevano venire l’acquolina. Volevo solo festeggiare e con tre dollari non ce la facevo a pagarli, percui li misi in borsa sperando che non mi beccassero.

“Tirali fuori”, la voce appartiene ad un uomo sulla quarantina, che mi si è messo a fianco non appena i biscotti sono finiti nella mia borsa: “La guardia ti ha visto e si sta avvicinando, dammeli e te li pago io”.
“No, io non ti posso dare niente in cambio”, rispondo sulla difensiva.
“Non voglio nulla”, risponde con un sorriso familiare: “Voglio solo fare un regalo a una persona che non vedo più da tanti anni. Non pensavo di rincontrarti così, piccola Bella”.

Mi ricordavo di Michael Newton. Era molto amico di mio padre e quand’ero piccola veniva spesso a cena da noi. Poi attraversò una brutta malattia e non l’abbiamo più visto. Adesso era lì e dopo tanti anni era la prima persona che mi rivolgeva un sorriso e un gesto gentile. Dopo quel giorno ci incontrammo di nuovo e parlammo molto. Non c’era malizia nelle sue parole, ma solo la volontà di aiutarmi.
Michael mi ha aiutato in mille modi diversi: mi ha fatto assumere come segretaria nella sua ditta di pneumatici, ha fatto in modo che riprendessi i rapporti con mia madre e mio padre appena uscito di prigione, ha pagato altre sedute dalla psicologa per cercare di farmi affrontare i miei peggiori ricordi dell’adolescenza.
Sentivo crescere qualcosa in me di diverso dalla semplice gratitudine e che mi spaventava a morte. La psicologa dovette faticare molto per farmi capire che non dovevo avere paura e che non tutti gli uomini erano come Jacob Black.
Riuscii ad aprirmi e ad ammettere che ero innamorata di Mike ma quando lui se ne accorse, cercò di dissuadermi in tutti i modi.
Diceva che la differenza di età era troppo grande e che, sebbene avesse voluto anche lui stare con me, non si era mai dichiarato perché credeva che avessi esigenze diverse dalle sue. Mi confessò, con suo grande imbarazzo, che anni prima aveva subito un intervento per rimuovere un tumore alla prostata, e che in seguito a questo era diventato impotente.
A me non importava niente. Amavo Mike indipendentemente dal fatto che non potessimo fare sesso, io volevo essere la sua compagna di vita. Alla fine cedette anche lui ed iniziò il periodo più sereno della mia vita. Gli anni passarono alla velocità della luce, ci fidanzammo e ci sposammo nel giro di poco tempo e la vita si assestò in una piacevole routine. Ma tutto si stravolse pochi mesi fa.

“Amore, sono tornata”, Mike non è nel suo studio.
“Sono qui”.
Lo trovo in terrazzo, con la porta spalancata che fa entrare il vento gelido di dicembre.
“Mike! Che fai lì?! Entra o ti prenderà un accidente!”
Lo vedo sorridere mesto e rientrare senza dire una parola.
“Siediti, cara. Dobbiamo parlare”.

Una macchia al polmone. Un cancro me lo avrebbe portato via in meno di sei mesi. Aveva fatto le analisi e l’esame istologico senza dirmi niente, per non farmi preoccupare prima di ricevere una risposta certa.
Stavolta non ero annebbiata dalla droga per non sentire il dolore. Mi colpì preciso e diretto come una cannonata. Cominciai a gridare, a piangere, a dire che lui era l’unica cosa bella che mi era capitata e che era profondamente ingiusto quello che stava accadendo. Paradossalmente fu lui a consolare me. Allora mi resi conto che era arrivato il momento di essere forte, di fare quello che non avevo mai fatto nella mia vita: stringere i denti e sopportare, non cedere alla tentazione di lasciarmi andare.
Fui presente ad ogni visita, gli stetti vicino senza lasciarlo mai, anche se giorno dopo giorno la situazione peggiorava. Un colpo di tosse cattivo, un attacco d’asma, la fatica nel salire la rampa di scale che lo portava in camera… Ad ognuno di questi sintomi sopprimevo la voglia di urlare a squarciagola e mi impegnavo affinché ogni suo desiderio fosse soddisfatto.
Fu così che conobbi Edward. Mike voleva vedere le ortensie fiorire a primavera ma bisognava ripulire il giardino prima. Misi un annuncio online e rispose questo studente di agraria a cui servivano soldi per organizzarsi il viaggio della vita: un tour del Sudamerica in moto, senza data di ritorno né troppi bagagli appresso.
Quando lo incontrai la prima volta non potei non ammirarlo: anche con gli abiti per lavorare sembrava uscito da qualche pubblicità sul giornale. Poi era spiritoso e faceva sembrare tutto semplice. Vedevo il giardino incolto riprendere vita sotto le sue mani, le erbacce sparivano e lasciavano spazio a nuove piante che aspettavano un clima più caldo per germogliare. A volte mi capitava di soffermarmi sul terrazzo a fissare le sue braccia che sollevavano sacchi di terriccio o a sentirlo fischiettare qualcosa mentre lavorava, e un calore del tutto nuovo mi avvolgeva. Quando eravamo nella stessa stanza tra noi si percepiva una strana elettricità. La cosa mi turbava ma allora dovevo occuparmi solo di Mike.
Poi arrivò il giorno in cui la tosse di mio marito non si fermò più e fui costretta a chiamare l’ambulanza. Lo portarono in ospedale e dissero che aveva bisogno di un’assistenza ospedaliera continua, che non poteva più tornare a casa. Quando andai a prendere le sue cose ed entrai in una Villa Newton vuota, mi resi conto che potevo sfogarmi lì, che nessuno mi avrebbe visto. Piansi disperata, appoggiata al bancone della cucina e non mi ricordai che Edward stava lavorando in giardino.

Una mano mi sposta i capelli dalla faccia: “Signora, che succede?”
Il viso di Edward è a pochi centimetri dal mio, gli occhi chiari molto preoccupati. Il mio gesto è istintivo e repentino: lo abbraccio ed appoggio la testa sulla sua spalla. Continuo a piangergli addosso e lui mi abbraccia di rimando, mi accarezza la schiena piano, mi sussurra parole di conforto. Quella tensione che ho cercato di ignorare tra di noi comincia a sentirsi e d’un tratto le sue mani mi provocano brividi che non ho mai sentito in vita mia. Le nostre bocche sono troppo vicine e quello che accade poi è inevitabile. Il bacio è feroce e i vestiti spariscono in poco tempo. Facciamo l’amore in cucina, sul pavimento. Edward spinge velocemente dentro di me e intanto mi bacia, mi dice cose bellissime, mi porta, per la prima volta in vita mia, all’orgasmo.

Non tenti di nascondere il giudizio, Padre, lo vedo ben chiaro nel suo sguardo. La moglie che tradisce il marito in fin di vita, la donna debole che non affronta di petto i problemi e che o si fa portare a fondo dalla droga, o usa il sesso per fuggire dalla realtà.
Crede che non mi sia già giudicata abbastanza da sola? Che non mi sia sentita la peggiore persona sulla faccia della terra quando sono tornata all’ospedale ed ho visto la prima macchina attaccata al corpo di mio marito? Il suo dito puntato non mi scalfisce più del senso di colpa che mi porto addosso e che ogni volta in cui non riuscivo a resistere al desiderio di Edward cresceva sempre più. Ho provato a stargli lontana, ma nonostante all’inizio l’attrazione fosse solamente fisica, esisteva qualcosa che ci portava l’uno verso l’altra, qualcosa di diverso dalle nostre voglie o dalla mia disperazione. Era la mia nuova droga? Non proprio. Gli allucinogeni servivano per dimenticarmi della mia vita, mentre anche quando Edward mi mandava in paradiso, ero consapevole della mia situazione, lucida, colpevole. Eppure avevo bisogno di quelle labbra, dei suoi capelli biondo rame, delle sue spinte, a volte furiose, a volte lentissime e dolci.

“Non posso credere che abbiamo la stessa età, io e te”, mi dice mentre mi rivesto.
“Perché ti sorprende tanto?”
“Non mi sorprende nel senso che pensavo fossi più vecchia o più giovane, è solo che mi piacerebbe vederti un giorno fare la vita di una ragazza della mia età”
“Non credo che sia possibile”, rispondo con un po’di amarezza.
“Un giro in moto, un bel film al cinema, un aperitivo, fare l’amore tutta la notte a casa mia, mi piacerebbe vederti sorridere di più”
“Edward, lo sai…”
“Lo so”, risponde seccamente: “è che è un ingiustizia che una come te non abbia più cose belle dalla vita. Ti meriti di più di tutto questo dolore”
“Anche tu meriteresti qualcuno che non ti usa”, è la mia tecnica per evitare il peggio. Attaccare in modo da allontanarlo da me, anche mentire se è necessario. Edward deve restare solo uno svago. Mike non si merita un tradimento ancora peggiore di quello che sto commettendo.
“Tu mi stai usando?”, chiede serenamente.
Lo guardo dai piedi del letto. Io ormai sono completamente vestita, lui è nudo e mi fissa con quello sguardo che mi fa accendere ogni volta. Dovrebbe essere facile dire di sì ora, fargli capire che per me è un pezzo di carne e basta, uno svago piacevole ma niente di più. Eppure ero io che lo baciavo cinque minuti fa, io che mettevo troppa passione nell’accarezzarlo, nel dire il suo nome durante l’orgasmo.
“Stiamo prendendo una piega pericolosa”, farfuglio. Poi scappo via, senza aspettare la sua risposta, non troppo sicura di volerla sapere.

“Vedi, alla fine sono fiorite, e il giardino è bellissimo, come lo volevi tu”.
Le foto sul mio iPad scorrono una dopo l’altra e mostrano le ortensie nel pieno della loro fioritura. Mike le guarda quasi commosso.
“Grazie, mi hai regalato tanto”.
“Ma smettila, io non ho fatto niente!”, cerco di mantenere un tono allegro, nonostante io sia consapevole che questa sarà una delle ultime gioie della sua vita.
“No, tu mi hai dato il meglio di te stessa. Ed io l’ho preso nonostante sapessi che i tuoi sorrisi avrebbero dovuto essere più pieni le tue guance più rosse. Sono stato egoista con te”
“Non dire scemenze. Con te ho passato gli anni più felici della mia vita, non rimpiango nulla”, le lacrime premono per uscire ma ora più che mai devo essere forte.
“Bella, le foto delle ortensie sono fatte dal terrazzo, a te non piace andare in giardino”, sospira: “Eppure le tue scarpe sono sporche di terra”.
Rimango impietrita di fronte a quelle parole. Terrorizzata dall’idea che Mike abbia scoperto il mio tradimento.
“Vai verso la tua felicità senza rimpianti, amore”.

Capisce perché non voglio la sua assoluzione, Padre? Quella di Mike è stata un regalo già troppo grande. Ho avuto fardelli troppo pesanti da portare, e di questo immeritato alleggerimento voglio farne tesoro. Partirò con Edward verso il Sudamerica, non so quanto starò via. Lasci sparlare la gente della fedifraga arrampicatrice sociale che pochi giorni dopo il funerale del marito se ne va con un altro uomo, si aggiunga pure a loro, se vuole. Porti solo un fiore una volta a settimana sulla lapide di mio marito, che ha rimesso in piedi la mia vita per due volte. Grazie per avere ascoltato questa mia lunga confessione, spero di rivederla presto.

22 commenti:

  1. Storia molto intensa, molto molto angst. Una storia che ti fa sentire il groppo in gola dall'inizio alla fine. Il tema della terra è presente anche se non pregnante, ma è usato in modo molto delicato e simbolico. Molto intrigante anche la modalità narrativa (inserire i contenuti all'interno di una confessione) Mi è piaciuta. Brava. Cristina

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  2. Storia molto intensa e ben costruita. Mi è piaciuta l'alternanza dei fatti accaduti con la confessione vera e propria. Lettura piacevole nonostante la crudezza dei temi trattati, specie nella prima parte della storia.
    Bravissima. Credo che possa meritare un bell'8 e 1/2.

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  3. Te vorei ammazzà. E volevo morì. Due cose mi sento di dire subito, a caldo: 1) di questa storia prendo solo la marijuana (che non offusca una mazza, fa solo rilassà hahahaahahhaha!!! sorry, sono pro-canne forever hahahaahahahaha) e 2) Edward che tromba velocemente a terra. hahhaahahahahahahhaah!
    Ok, faccio la seria. Avrei preferito farmi infibulare che leggere una storia come questa e invece... l'ho adorata!!! Oh, ma mica per la storia, eh? E' per la tua maestria! Sei stata GRANDIOSA. E' scritta benissimo e scorre da dio. Hai intervallato i ricordi e l'epistola molto molto molto bene, hai raccontato tutto senza sbavature e senza esagerazioni nonostante la trama drammaticissima, dove facilmente si può scivolare nel patetico: questa storia aveva tutto per essere patetica, c'è troppo dramma, troppa infelicità e troppo destino crudele, eppure tu sei riuscita a trattarlo benissimo.
    Mi è piaciuto tanto il finale un po' alla vaffanculo ora vado a vivere.
    Sei stata bravissima! Complimenti, davvero!
    -Sparv-

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  4. Mi è piaciuta moltissimo questa storia! Decisamente angst (ne avevo proprio voglia, grazie!) sei stata molto originale nella scelta della narrazione, la trama è fuori dal comune, molto ben scritta, i personaggi interessanti (bella la scelta di ribaltare i ruoli e fare Mike buono e Jacob cattivo). Insomma, sono proprio soddisfatta. Brava!!

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  5. Complimenti, sei riuscita a mettere tanta positività anche in una storia così triste. In fondo, Mike grazie a Bella ha avuto una vita felice nonostante la menomazione, e lei ha avuto da lui affetto, sicurezza e ora può vivere una terza vita finalmente equilibrata e piena. Bello il finale!

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  6. Ciao!Questa storia mi piace moltissimo e all'inizio pensavo: "diamine ma quanto è sfortunata questa Bella, deve farsi benedire!"
    Poi capivo ogni singolo passo: la dipendenza come valvola di sfogo a quello che era successo con il padre, l'amore per Mike che mi sembrava più riconoscenza ed infine Edward mi sembrava la riconoscenza.
    Il prete confessore avrebbe potuto assolverla per tutte le vicissitudini di Isabella. Presumo che questa shot sarà la mia favorita del contest

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  7. Mi ero dimenticata di votare, quindi ti do un bel nove. Ciao

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  8. Complimenti per la storia... mi è piaciuta molto nonostante non ami molto il genere angst.. molto bello soprattutto il finale!! Voto: 8 e mezzo

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  9. Storia davvero bella..ti faccio i miei complimenti
    VOTO 9 e mezzo :-D

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  10. e dopo qualche storia allegra torniamo al drammatico
    Ma questo drammatico mi è piaciuto molto, moltissimo.
    Mi è piaciuta la confessione dall'inizio alla fine, mi è piaciuta la sofferenza che mi hai fatto provare perchè vuol dire che sono entrata totalmente nella storia, mi è piaciuta la rinascita di Bella, mi è piaciuto tanto questo Mike e ovviamente mi è strapiaciuto Edward con le sue parole mi ha toccato il cuore e cavolo....aveva ragione.
    Era ora che Bella vivesse la sua vita, che vivesse l'età che ha.
    Per un attimo ho temuto che il senso di colpa prevalesse e invece.... finale perfetto e giusto per i nostri protagonisti.
    Complimenti e grazie

    VOTO 9

    JB

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  11. L'angst non mi fa impazzire, ma è scritta molto bene ed il finale è perfetto!
    Brava!! Voto 8,5
    Ila Cullen

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  12. Storia dolorosa e riportata in maniera molto originale.
    Lascia del dolore dentro, ma il finale e la rinascita alla vita di Bella ti fa sperare nel futuro anche dopo le batoste che la vita ti regala.
    Davvero brava.
    Voto 8

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  13. Accattivante l'idea di raccontare la storia in flashback a un confessore di cui, però, alla fine, la protagonista rifiuta l'eventuale assoluzione. Nella battuta finale Bella dimostra di essere diventata una donna forte e indipendente e la chiusura è inaspettata e originale. A mio avviso, però, il racconto è troppo lungo e complesso, si affastellano troppi spunti narrativi, nessuno dei quali viene pienamente sviluppato. Tutti i personaggi rimangono delle ombre senza una vera personalità, sono "personaggi piatti", troppo cattivi (Jacob) o troppo buoni (Mike) per risultare psicologicamente credibili o interessanti nel breve spazio concesso dalla one shot. I passaggi temporali segnalati con l'uso di un carattere tipografico diverso sono poco efficaci, appesantiscono più che chiarire.
    Inoltre, vi è uno scarso controllo della forma, con frequenti incertezze grammaticali e sintattiche.

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  14. Bellissima. Certamente la mia preferita. L'avevo letta tra le prime ma per votarla ho dovuto aspettare di leggere tutte le storie. Grande. Mi è piaciuto il tema, mi sono piaciuti i personaggi. Mi è piaciuto l'intreccio che salta un po' come i ricordi, i pensieri, le emozioni, quando ti prendono forte, all'improvviso.
    Bravissima!
    Hai il mio voto più alto. 10

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  15. Non è la mia preferita, ma merita tantissimo. Mi è piaciuta particolarmente, tutta l'idea della confessione, le parole che hai usato, l'idea che mi si è formata in mente. Decisamente una bellissima storia.
    Complimenti.
    Voto 8

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  16. Una delle storie più angst del contest!!! Ho apprezzato molto il punto di vista così personale di Bella, una confessione molto intima, brava!!! Voto: 9
    Aleuname.

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  17. Un altro Edward giardiniere muy sexy :D!!
    Racconto molto angst ma bellissimo.
    Bella dopo tanto soffrire (anche a causa di Jacob) trova qualcuno che la ama veramente in Mike, si sposano, lei lo ricambia ed è felice... poi la batosta.
    E poi arriva Edward, che è il suo vero Amore.
    Qui però, oltre Edward e Bella che sono sempre al primo posto, il mio personaggio preferito è Mike... e non solo perché ha lasciato che Bella vivesse la sua vita con Edward, ma anche perché ha avuto molto coraggio, ha dimostrato di essere un uomo che ama davvero.

    Voto 9!!

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  18. Complimenti, storia bellissima! Un altro dieci per me.

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